Yves, di Grazia Bonomo

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POETICHE OCCIDENTALI E FILOSOFIA ORIENTALE:

YVES KLEIN

 di Grazia Bonomo

Prima uscita su www.transfinito.eu

Il cielo e la terra sono fusi nell’analogia dell’arte che avvia la sensazione a comporsi nella sfera dell’intelligibile e tende a quell’ultima perfezione in cui il contemplante scorge tutte le cose rispecchiate in se stesso.

Ananda K. Coomaraswamy

 

Premessa

In più occasioni Coomaraswamy, il grande studioso di arte orientale, si è espresso in termini di condanna nei confronti della prassi artistica occidentale, colpevole di tradire quella funzione analogica capace di fondere il cielo e la terra. Tale tradimento secondo Coomaraswamy non è recente e risale sino alla cultura rinascimentale, mentre nell’arte orientale – quella autentica non ‘contaminata’ dall’Occidente – ancora oggi troverebbe espressione l’originaria esperienza artistica umana, ovvero quella che egli definisce la lingua universalmente intelligibile delle idee basilari. In altre parole il tradimento occidentale è stato quello di un affrancamento nei confronti di un’arte intesa come canone religioso tradizionale e il conseguente progresso dell’espressione individuale e arbitraria dell’artista: dove è nato l’Artista con la A maiuscola è morta l’Arte con la A maiuscola. Il giudizio di Coomaraswamy nei confronti dell’arte occidentale è stato senza dubbio ingiusto, ma al di là di un integralismo chiaramente provocatorio non manca di fondamento. Peraltro  egli auspicava un nuovo raprochment tra Occidente e Oriente: un ritorno per l’Occidente a dei valori originari mediato dal confronto con la cultura orientale che ne è tuttora in parte portatrice: “Non che l’Asia possa servire da modello all’Europa: gli stili ibridi non sono che caricature delle forme autentiche, mentre un’assimilazione genuina di nuove idee dovrebbe e può sfociare in uno sviluppo attraverso forme completamente diverse da quelle originali.”[1]

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Dal Blu Bardini al Blu di Klein

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Da Reality n. 73, edito da http://www.ctedizioni.it

Immaginiamo i funzionari del comune di Firenze, incaricati di redigere l’elenco delle opere d’arte lasciate in eredità, nel 1922, alla Città del Giglio, da Stefano Bardini. Quando aprirono quelle stanze del Palazzo di piazza de’ Mozzi rimasero a bocca aperta. Un incredibile blu fiordaliso diffondeva le sue sottili variazioni nelle sale, faceva da sfondo a tavole, sculture, cornici rinascimentali, quando non trecentesche. Impossibile da capire. Non fecero nemmeno una foto agli ambienti. Continua a leggere