Una attribuzione contrastata…

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La manica degli angeli

di Paolo Pianigiani

da Transfinito 

e su  Reality, n. 34, anno VIII

E’ dal 1998, data del restauro, che si parla dell’autore del ciclo di affreschi dipinto sul soffitto della Cappella del Crocifisso, nella Collegiata di Empoli, senza che si sia fino ad oggi raggiunta la certezza concorde e definitiva sul suo nome.
Forse questo articolo può portare un contributo alla soluzione da tempo attesa.
Ma vediamo prima cosa è stato detto su questo affresco in precedenti pubblicazioni.
Il primo che parla della cappella del SS. Crocifisso, è Don Gennaro Bucchi, Proposto a Empoli dal 1887, empolese e autore di una piccola guida illustrata di Empoli, edita a Firenze nel 1916 dalla Tipografia Domenicana.
Preciso e quasi pignolo in altre parti della sua guida, davvero documentata e anche spiritosa (è citatissimo il Neri con la sua Presa di S. Miniato), quando parla degli affreschi della cappella del Crocifisso diventa estremamente sbrigativo.
Parla dell’intervento di due autori: Domenico del Podestà e Antonio Luzzi Ticciati di Figline, che per primi dipinsero a fresco la volta. Continua a leggere

Gelosi, Impazienti e dimenticati

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A Firenze c’erano le Accademie degli Umidi (fondata nel 1540), degli Apatisti (1635), del Cimento (1657), dei Georgofili; a Livorno era attiva quella dei Curiosi, a Prato quella degli Infecondi (1715), a Siena quella degli Intronati, a San Miniato quella degli Euteleti (1822), a Volterra quella dei Sepolti…

A Milano c’era quella dei Pugni, a Bologna quella degli Incamminati…

Erano libere associazioni di persone, che si davano uno statuto e una missione: per esempio diffondere l’arte, la letteratura, la scienza… o gestire un teatro.

Come l’Accademia degli Immobili che nei 1652 costruì l’attuale Teatro della Pergola o quella degli Infocati, che costruì il Teatro del Cocomero, oggi noto come  Teatro Niccolini.

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Loris Fucini o la poesia del colore

 

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Si è ritrovata una bella opera di Loris Fucini, assolutamente inedita, che risale al 1955. Me l’ha segnalata Enzo Pertici, amico da sempre e profondo conoscitore di cose d’arte, in particolare di artisti empolesi: “è bellissima, grande, la devi vedere!”.

Sono rari i lavori di questo artista presenti ad Empoli, ricordo la difficoltà di metterne insieme un numero sufficiente, in una recente mostra retrospettiva.

Si tratta di una tempera su tavola, di dimensioni inconsuete per Fucini, abituato alle piccole o minime dimensioni: 2 metri di lunghezza per 1 di altezza.

Il proprietario, Mauro Giunti, mi parla di quando suo padre la commissionò al pittore, per la sala da pranzo. In un secondo tempo fu collocata sopra il bar Excelsior, uno dei locali pubblici storici per Empoli e qui è stata ritrovata, praticamente intatta, bisognosa magari di una ripulita superficiale.

Si riconosce subito lo stile di Fucini, caratterizzato dalla leggerezza e dalla disposizione armonica del colore.

Il paesaggio rappresentato è verosimilmente una vista del fiume Arno, più o meno dalle parti di Limite.  Sulle sponda vicina a chi guarda,  un arlecchino uscito chissà da dove accompagna due cavalli sotto una tenda a spicchi colorati e due personaggi spensierati hanno organizzato un picnic,  mentre due barche sembrano impegnate nella pesca. Sullo sfondo, di là d’Arno, due villette biancheggiano  in cima alla linea sinuosa della collina, nascoste dagli alberi. Piccolissime, a sinistra, due contadine sono intente ai lavori nei campi. Probabilmente eseguita nel momento di passaggio dal periodo figurativo a quello astratto, situato per questo artista intorno agli anni 50, quest’opera rappresenta certamente un momento di particolare felicità  creativa sia per la fantasia compositiva che per l’armoniosa tavolozza cromatica impiegate.

Chi è LORIS FUCINI

Nasce a Empoli nel 1911. Studia all’istituto d’Arte di Firenze ed inizia l’attività artistica a Milano, dove si trasferisce nel 1945 e vive  per circa un ventennio.

Torna ad Empoli e insegna presso gli Istituti d’Arte di Pisa,  di Siena e di Firenze.

Vince un concorso alla XII Biennale internazionale di Venezia, eseguendo un affresco per il salone principale.

Espone nel 1942 alla Triennale di Milano, nel 1948 alla XXIV Biennale di Venezia e nel 1953 e ’55 alla Permanente di Belle Arti milanese.

Si interessa a lui uno dei massimi critici d’arte tedeschi, Will Grohmann, che lo avvicina in un suo articolo del 1963, al gruppo del “Cavaliere azzurro” di Monaco e a Kandinsky.

Muore a Empoli, nel 1981.

Un incontro per Emilio

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Bentornato a casa, Attico!

Un profilo in punta di lapis di Emilio Mancini, empolese

Pubblicato su “Emporium”, Ottobre 2015

di Paolo Pianigiani

Presto ti chiamerà una mia parente, per chiederti di Emilio Mancini! Ha trovato un tuo articolo su di lui…

Questo mi ha scritto un’amica ritrovata, che mi ha contattato di recente per quelle che oggi son le vie brevi, le messaggerie operanti su facebook. Ma senti, ma guarda… la Marta Mancini, collega di liceo, conosciuta sul mitico treno da pendolari degli anni 80… e a ruota l’email di Andreina che mi ha davvero fatto venire un colpo, se non bastassero quelli già arrivati per conto loro. Sono la figlia di Emilio Mancini, è lei che ne ha parlato e scritto? Emilio, per me un mito fra gli scrittori di cose nostre, empolese, curioso di tutto e fra i primi a dire le cose dopo aver studiato le fonti. Subito in sintonia, chiarita la mia stima totale per il padre, nasce un progetto che prenderà forza nel breve a venire, per raccontare a tutti chi era e che ha combinato per la nostra Empoli questa particolare figura di intellettuale, nato due secoli fa, il 14 ottobre del 1883, e scomparso nel 1947, a Lucca, dopo aver lottato con la leucemia per ben 4 anni. La sezione locale della nostra Biblioteca è impreziosita da alcuni estratti delle sue pubblicazioni. Continua a leggere

Paul Klee, o il paradiso del sogno

La serietà di metodo e le capacità creative di Paul Klee sono senza pari. Ogni opera è un viaggio nel sogno, che culmina nel titolo finale, al quale probabilmente pensava alla fine, affidando alle parole e alla poesia la sintesi conclusiva, che annotava sull’opera e sul suo libro di bordo; che era anche il suo libro della vita.

Qui vi propongo un mazzettino di lavori, selezionati in base a una visione di questo artista mia e molto personale. Complessità e semplicità, ricchezza, fantasia, leggerezza. Ma Klee è molto altro, probabilmente è il pittore più ricco, semplice e complicato del secolo scorso.

La musica d’accompagnamento è una scelta mia, lui avrebbe preferito sicuramente Mozart. Mi perdonerà…


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Pietro Domenico Bartoloni da Empoli

Cenacolo degli Agostiniani, 27 Novembre 2015. Nell’ambito dei “Venerdì in Archivio”, si è tenuta una serata per ricordare questo sconosciutissimo empolese, vissuto fra il ‘600 e il ‘700.

 

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Servizio fotografico di Marcantonio Perugino

Filmati integrali del Convegno: Alena Fialova’.

 

Ha aperto i lavori Eleonora Caponi, Assessore alla Cultura del Comune di Empoli

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Paolo Pianigiani ha presentato il professor Alessandro Catalano, della Università di padova, studioso e biografo di Pietro Domenico Bartoloni.

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Silvano Salvadori legge il ritratto di Bartoloni, fatto in punta di penna da suo cugino, Ippolito Neri, autore della “Presa di San Miniato”.

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L’intervento di Giuliano Lastraioli:

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Silvia Bottinelli su Paolo Pianigiani

Paolo Pianigiani e la sezione aurea

di Silvia Bottinelli

Paolo Pianigiani, Labirinto Armonico

Paolo Pianigiani, Labirinto Armonico

“Per trent’anni ho creato sempre la stessa opera”. Riccioli di fibra di vetro si ritagliano un loro rettangolo su tele monocrome. Il risultato è un raffinato gioco chiaroscurale, leggibile in tutta la sua eleganza con una luce radente.

Effetto che ricorda il bianco Castellani, ma meno regolare e ritmato. Paolo Pianigiani è alle prese con una ricerca infinita di perfezione geometrica e formale, concentrata su opere quasi seriali, ripetute con variazioni minime. Il suo punto di partenza è Piero Manzoni. Il Piero Manzoni degli Achromes, (1957- 58).

Ma se l’artista cremonese abbandonava i suoi effetti al caso, Pianigiani allontana con consapevolezza questa componente. Calcola accuratamente i rapporti matematici tra le parti di ogni sua tela: le aree increspate dalle onde di fiberglass e quelle lasciate piane sono in sezione aurea.

E’ una conquista passata attraverso i primi esperimenti del 1974, in cui i ricci radi si disponevano in un rombo ampio di toni screziati di rosa e, successivamente, invadevano tutta la superficie del dipinto monocromo.
Il lavoro di Paolo Pianigiani è dunque fondato sulla lunga ricerca di un assoluto matematico da trasporre sulla tela.

Ma si traduce, di fatto, in un paziente lavoro manuale. Per ottenere l’effetto brulicante che riempie i rettangoli interni delle sue opere, è necessario armarsi di pinzette e colla, modellare e fissare ad uno ad uno i segmenti di fibra di vetro sul supporto.

Una cura artigianale ben lontana dalla maniera di Manzoni.

Recentemente, Pianigiani ha tentato la via della policromia, ma è un esperimento che ha confinato alle opere su carta. Infatti l’uso di più colori sulle tele ucciderebbe la purezza degli effetti d’ombra.

Sul foglio, invece, il pennello traccia brevi curve di nuance diverse, stratificate su piani successivi. L’effetto ottenuto è omogeneo, pur essendo la risultante di componenti cromatiche varie.


Anche noi abbiamo un Caravaggio!

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Santagostino a Empoli

Già pubblicato su Emporium n. 6, anno 2011

Paolo Pianigiani

Anche se nessuno lo sa, sta appeso da anni sull’altare della cappella Zeffi in Sant’Agostino. Lo portò a Empoli Monsignor Giovanni Marchetti, vescovo di Ancira (che poi era Ankara, con tutta una complicata spiegazione dove non mi avventuro a rischio di perdermi e annoiarvi), insieme alle innumerevoli casse di libri (24 quintali in tutto). E insieme ad altre opere d’arte che aveva acquistato, o ricevuto in dono, durante il suo soggiorno romano. Nato nell’allora via della Fogna (oggi, appunto “Via Marchetti”), questo pretino di umili origini si era recato nella Capitale, seguendo un Alto Prelato che lo introdusse nei salotti buoni del potere ecclesiastico. Divenne un esponente di spicco dell’ala reazionaria cattolica, e si oppose, o cercò di opporsi, alle nuove ventate gianseniste portate in Italia dalle baionette di Napoleone. A fine carriera, anche per sfuggire alle persecuzioni politiche, si ritirò da noi, a Corniola, presso il convento dei Frati Carmelitani. Pensando di far cosa gradita ai suoi concittadini, propose di dare in uso pubblico la sua imponente biblioteca, ricca anche di volumi antichi, ma per la maggior parte formata da testi  di contenuto religioso, scritti e pubblicati a proprie spese dallo stesso Marchetti. Cominciò una vicenda piuttosto complicata, che diventò di impossibile soluzione sia per il caratterino di Monsignore, che per la mancanza di un vero interesse per i libroni a sfondo religioso, da parte dell’Ente che doveva poi gestire la nascente Biblioteca. Per testamento, steso il 23 Novembre del 1829, Monsignore lasciò al Capitolo di S. Andrea (la chiesa locale) il suo patrimonio librario, con il patto che rendesse di utilizzo pubblico la sua Biblioteca (aveva questa fissa), e che nella sala principale della stessa, quella dedicata alla lettura, venisse piazzato il “suo Michel Angiolo da Caravaggio”, che lui riteneva assolutamente autentico e che si era con ogni probabilità procurato a Roma. Ecco il dettaglio: Continua a leggere

La ‘Deposizione della Croce’ di Cigoli e la copia di Anton Domenico Gabbiani: note sul collezionismo del Gran Principe Ferdinando de’ Medici

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Sabato 21 Marzo 2015, in anticipo sul programma, si è tenuto l’atteso incontro con lo storico dell’arte Riccardo Spinelli. L’ambito è quello de “I luoghi e la città”, al Cenacolo degli Agostiniani, una serie di incontri di approfondimento e diffusione di cultura artistica locale, tenuti da specialisti di chiara fama e curati da Cristina Gelli.

Specialista del periodo dal 500 al 700, in particolare di area fiorentina e del collezionismo mediceo, Riccardo Spinelli è stato con Antonio Natali il curatore della mostra sul Gran Principe Ferdinando, che qui ricordo in un video della Rai.

Fu grazie a questa mostra, benedetta, per la quale fu richiesto il trasferimento in prestito a Firenze della pala d’altare del Gabbiani che sta in Santagostino, che si pervenne alla bella scoperta dell’affresco, d’autore ancora misterioso, che stava sotto la tela del Gabbiani, copia data in cambio ai confratelli della Compagnia della Croce, nell’ambito della trattativa intercorsa fra l’emissario di Ferdinando, Filizio Pizzichi. Abate, cappellano di corte, pittore a tempo perso, illustratore di testi scientifici (del grande Francesco Redi), e pure scacciademòni. Lo troveremo ancora sulla nostra strada, prossimamente. Ma intanto, è da dire, fu lui a portarci via il nostro bel Cigoli, in cambio di 600 scudi d’oro, di promesse d’aiuto in bèghe con i frati, padroni di casa in Santagostino, poi non mantenute, e la copia peraltro magnifica del pittore di corte Gabbiani.

Data la vicinanza dei luoghi, sarebbe stato interessante una visita finale nell’oratorio della Croce, a due passi dalla ex mensa degli Agostiniani, dove le due Deposizioni stanno una di fronte all’altra: quella del Cigoli, copia stampata e riprodotta su tela a grandezza naturale, e l’altra, la copia del 1690 del Gabbiani, di cui si parla. Ma Santagostino era chiusa e non se n’è fatto di nulla. Peccato, sarebbe stato interessante veder le differenze; anche perché dalle foto presentate a corredo, di qualità non eccezionale, non si è capito moltissimo. Ma ci sarà il tempo e il modo di farlo, in un’altra occasione. Continua a leggere