Giorgio Butini, scultore

CORPUS

Giorgio Butini ha un “grido” nella sua formazione, un richiamo che lo rende attento ad ogni sensazione, ma di più lo porta nella capacità di saper dialogare con il corpo nella stessa pienezza mostrata nel saper cogliere la mitologia espressiva di una riviviscenza sensitiva. Butini è un artista completo, sceglie la scultura come formazione seguendo studi accademici, ac­quisisce la giusta preparazione frequentando gli studi di importanti scultori, apprende e ricerca un’elaborata tendenza tecnica ed ha una “curiosa pre­disposizione” a prevedere forme e spazi a cui dare una sensibile metamorfosi. E’ un artista che sa dominare la materia, senza perdersi in vincoli di stile o di tendenze, ma scegliendo il suo sentire come guida e lasciandosi accompagnare nei caratteri più sublimi della storia dell’arte. Non è un caso che nelle sue opere sia forte il sentimento michelangiolesco, ma è anche vero, se si osservano i suoi schizzi preparatori, che si avverte l’influenza di William Blake, fino ai tratti sinuosi di un Canova, ma anche la fluidità pittorica di un Boldini.

Giorgio Butini è uno scultore dove l’esperienza lo ha portato a dimostrare un carattere e ad operare una scelta fuori dal coro, senza mai dimenticare il suo tempo; infatti, anche prediligendo la scultura come mezzo espressivo, si sa disporre in altre dimensioni artistiche, come la pittura murale, il design, ma di più quella piccola tecnica sculturea preziosa che possiamo definire il “gioiello” e in questo caso, è forte l’influenza di una tradizione fiorentina nell’idea “artigianale-artistica” di Benvenuto Cellini, ma anche tutta la dimostrazione pittorica della così detta “maniera”. Butini si immerge nell’antichità e da questa sceglie quei momenti espressivi che gli possono dare un’apparente assenza di peso, perché in tutte le sue sculture riesce a modulare l’essenza stessa della materia, sia quando progetta monumenti o sculture di una determinata misura, che quando predilige piccoli segni che si trasformano in preziosi cammei. Infatti sono numerosi gli studi preparatori e tante le prove che, con maestria e conoscenza, si vanno a realizzare, ma tutte lasciando aperta questa possibile pulsione alla soggettività emotiva.

Lo scultore Butini sa dove andare a “prelevare” caratteri e linee formanti per le sue creazioni. Nelle sue opere, dove gli si richiede un’attenzione più drammatica, si avvale di tutta l’espressività ne­cessaria, come abbiamo detto è evidentissimo il richiamo al corpus espressivo di Michelangelo, ma anche l’eleganza decorativa di Georges Minne, esponente dell’Art Nouveau e contemporaneamente anche tratti indefiniti di Medardo Rosso o di Auguste Rodin. Mentre, se lo si invita ad accogliere espressioni più formali e con un carattere più allegorico-spirituale, l’artista sa prelevare dalla storia forme e simbologie più metafisiche e sensitive, di gusto orientale per trasformarle in un apparato mediatico fatto di riferimenti naturali o chiaramente iconografici. In ogni opera com­missionata o scelta, l’artista lascia intravedere il suo carattere formativo, come una vera metamorfosi di conoscenze, quasi l’emblema debitorio verso la cultura greca per poi orientare il tutto nell’energia della psiche: le figure, i corpi che compone plasticamente sono forme teriomorfe a cui l’artista ha dato vita umana, creature viventi, riconoscibili, ma che lasciano immettere la “malinconia” dal gusto “gotico”. Presenze aereo-plastiche che si “dimenano” tra fluidi gassosi o acquatici, per proliferare in suggestive raffigurazioni mitico simboliche.

Giorgio Butini è un artista conosciuto e molte delle sue sculture e opere sono state realizzate e installate in ambienti privati e pubblici in Italia e all’estero; basta citare l’imponente Cristo della nuova chiesa di Calenzano alle porte di Firenze, correlato dalle 14 stazione della “Via Crucis”, o l’opera marmorea alla memoria del ciclista Franco Ballerini installato a Firenze, fino al ciclo polimaterico esposto all’International Art Biennale in Cina e ai numerosi arredi “pittorici” realizzati per collezioni private e pubbliche. E molti altri sono gli eventi dove l’opera dell’artista si rende evidente e sa catturare la giusta espressività contemplativa.

Il carattere, la personalità di Giorgio Butini, non lascia al giudizio critico l’opzione di catalogare la sua libertà espressiva, l’artista si sente libero di scegliere ogni manipolazione artistica e di dare ogni giustificazione personale, perché Butini interpreta i significati attraverso i particolari della “bellezza” materica, da cui trae i giusti “segni” a cui dare vita. Nell’occasione dell’anno Leonardesco, Giorgio Butini è al lavoro, progetta e compie una vera esperienza emblematica, propone un monumento sim­bolico dove i caratteri e le espressioni, ma di più i segni della fratellanza e dell’uguaglianza, si intrecciano tra loro, diventando un ponte allegorico, dove lo spazio naturale ridiventa essenziale per dimostrare un punto di vista, una presa di posizione. Il suo monumento, fatto di corpi, volti, sguardi si intrecciano in un arco teso come un caleidoscopico arcobaleno: una “porta” esistenziale che diventa un ponte che collega ogni differenza e ogni sponda, per unire disuguaglianze e esteriorità espressive. Il grande “Arco umano” assume tutti i caratteri tratti dall’artista dalle espressività ar­tistiche, dal materiale fisiognomico o dalla drammaticità emotiva di situa­zioni o di allegoriche raffigurazioni.

Butini, in questa grande opera bronzea, individua la continuità della storia umana e sceglie di collegare l’umana differenza proprio attraverso la con­nessione formale, fino a trasformarla in una fusione carnale, dove il carattere esplicativo e gestuale di stati d’animo, diventano concetto, rivivendo una naturale spiritualità esistenziale. Un’ opera che ha un carattere itinerante, nella misura in cui si predispone per essere destinata a luoghi dove il mes­saggio e la scelta di appartenenza diventa metodo di riflessione contro le distorsioni delle digradazioni.

Tutta l’opera scultorea di Giorgio Butini ha lo slancio di un’affermazione e questa scultura ne è la metafora al punto di incarnarle tutte, comprese le caratteristiche espressive che l’artista ha ricercato e sviluppato negli anni. Un progetto che ha nell’intento dell’artista la “remissione dei peccati” al punto di dar vita all’omogeneità dell’esistenza, dove la ricerca, la conoscenza e il dialogo formano l’eterna “bellezza”.

Massimo Innocenti

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L’Annunciazione di Bernardo Rossellino a Empoli

Da: The Sculpture of Bernardo Rossellino and his Workshop

Anne Markham Schulz

L’Annunciazione nel Museo della Collegiata, Empoli

Princeton University Press, New Jersey, 1977

Traduzione Paolo Pianigiani – Andreina Mancini

Rivista dall’Autrice

Le statue della Vergine Annunziata e dell’Arcangelo Gabriele (fig. 33) furono commissionate dalla compagnia della SS. Annunziata per l’altare del loro oratorio nella chiesa eremitana di S. Stefano a Empoli. Il contratto fu assegnato a Bernardo il 2 agosto 1447. Venne fissato un termine di quattro mesi per l’esecuzione delle due statue, ognuna della dimensione di due terzi della grandezza naturale. Le figure furono approvate dal Ghiberti, ma nel 1458 la compagnia era ancora in debito con Bernardo.

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Il trapano in scultura, un convegno al Bargello e a Palazzo Strozzi

“Una storia affascinante”: al Museo Nazionale del Bargello e Palazzo Strozzi un convegno racconta la storia del trapano in scultura

«A fascinating story»: questo il titolo del convegno che avrà luogo al Museo Nazionale del Bargello (lunedì 20 maggio) e a Palazzo Strozzi (martedì 21 maggio) e che racconterà la lunga storia dell’uso del trapano in scultura, dall’antico Egitto al Novecento.

Organizzato da Paola D’Agostino (Musei del Bargello) e Lucia Simonato (Scuola Normale Superiore), il convegno è ispirato ad una intrigante osservazione del grande storico dell’arte Rudolph Wittkower, il quale ricordava che una storia del trapano deve ancora essere scritta, ma promette di essere una storia molto affascinante.

Le curatrici hanno voluto coinvolgerestudiosi di rinomata fama internazionale, tra cui Nicholas Penny e Jennifer Montagu, così come giovani promettenti ricercatori, per affrontare i numerosi aspetti e lo sviluppo dell’uso del trapano non solo nella scultura marmorea, ma anche nella produzione fittile, nell’intaglio ligneo e nella glittica, offrendo, grazie a ben 18 interventi distribuiti nelle due giornate, una panoramica quanto mai estesa ed aggiornata sull’argomento.

L’incontro scientifico indagherà pertanto la storia di questo strumento nei suoi snodi tecnici fondamentali, mostrando come gli artisti hanno reagito e hanno adattato di volta in volta le proprie scelte e il proprio stile alle possibilità offerte da una simile risorsa. Gli interventi degli studiosi non mancheranno naturalmente di far risaltare il valore e l’importanza del contributo di alcuni indiscussi protagonisti e veri “virtuosi” del trapano in scultura, quali Giovanni Pisano, Gianlorenzo Bernini, Antonio Canova e Adolfo Wildt.

In particolare, nel pomeriggio di lunedì 21 maggio, la sessione ospitata presso il Museo Nazionale del Bargello si concluderà con una close up section, un momento di osservazione ravvicinata di alcune opere particolarmente significative presenti nelle rinomate collezioni di scultura del museo, offrendo la possibilità di verificare “di prima mano” i caratteri e i problemi interpretativi suscitati dallo studio delle opere da questo inedito punto di vista.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Info:

http://www.bargellomusei.beniculturali.it

Ufficio Comunicazione e Promozione
Musei del Bargello
tel 055- 0649460
mn-bar.comunicazione@beniculturali.it

Carlo Battaglia alla Galleria il Ponte


Grannus, 1972,  tempera e olio su tela, cm 140×270

CARLO BATTAGLIA

Pittura 1969 – 1979

a cura di Marco Meneguzzo

Galleria Il Ponte – Firenze

17 maggio – 19 luglio 2019

inaugurazione: venerdì 17 maggio, h 18:00 pm

«Per tutta la sua vita artistica, Carlo Battaglia si è battuto per evitare di essere considerato un artista d’avanguardia. Ma non è sempre stato creduto, tanto che per quasi tutti gli anni settanta si è trovato a rappresentare quella tendenza che oggi si identifica con la “Pittura analitica”, e che allora si chiamava anche “Nuova Pittura” o “Pittura pittura” […]. Ma sicuramente la sua presenza deve apparire eterodossa rispetto ai dettami teorici di quella analiticità, e anzi deve essere vista come una possibilità “altra”[…]».

La galleria Il Ponte conclude la stagione espositiva – prima della pausa estiva – con una personale dedicata alla pittura di Carlo Battaglia presentando quindici grandi opere dal 1969 al 1979.

Il suo lavoro di questo decennio rappresenta comunque un vertice assoluto nell’ambito della “Nuova Pittura”, marcando quello che è l’elemento distintivo degli artisti italiani, che in quegli anni si ritrovano in quest’ambito. Infatti pur sviluppando ognuno una propria linea, è evidente come il loro lavoro tragga origine dalla grande tradizione pittorica italiana.

«La sua rappresentazione non è imitazione: quest’ultimo termine è negativo, il primo costituisce invece la grande tradizione della pittura […]. In pittura, rappresentare un mondo… significa creare un mondo con gli strumenti a disposizione della pittura, non imitarlo: è quella che egli ha definito “immagine parallela”, vale a dire un equivalente della sensazione, ottenuto attraverso gli strumenti linguistici e disciplinari che ciascuno di noi si è scelto per vivere, prima ancora che per comunicare[…]. Tutta la sua pittura è sempre e solo rivolta a creare il mondo in cui si sentiva immerso».

Le due citazioni sono tratte dal testo di Marco Meneguzzo in Carlo Battaglia. Catalogo ragionato, a cura di Marco Menguzzo e Simone Pallotta, Silvana Editoriale, Milano 2014

Carlo Battaglia nasce nell’isola de La Maddalena nel 1933, trascorre l’infanzia a Genova e poi si trasferisce a Roma; solo per pochi anni da adolescente (1943-1947) vive nella sua amata isola, anni che però lasceranno indelebili tracce nella sua memoria visiva.   Dopo gli studi classici, frequenta l’Accademia di Belle Arti, indirizzo scenografia, con interessi verso il teatro e il cinema, ma vi scopre la pittura e grazie a Toti Scialoja si innamora di quella americana (particolarmente Jackson Pollock cui dedica la sua tesi). Si forma copiando i Maestri, soprattutto Matisse e inizia a viaggiare, Kassel, Parigi (dove vive nel 1962 per una borsa di studio), Londra, New York. La prima sua personale si tiene nel 1964 a La Salita di Roma; nel 1966 espone nel Salone Annunciata di Carlo Grossetti a Milano, al quale sarà sempre riconoscente per averlo preso sotto le ali della sua galleria d’avanguardia. L’anno seguente, in un soggiorno oltre oceano – New York, dove lavora in uno studio a Canal Street – stringe amicizia con artisti quali Reinhardt, Motherwell e soprattutto Mark Rothko, che nel 1965 a Roma, era stato per due mesi ospite suo e di sua moglie, Carla Panicali – collezionista, mercante, fondatrice  della galleria L’Isola a Roma – che sposerà nel 1972. Lavora ai motivi dell’”ambiguità” e dell’”illusione” del mondo visibile con una serie di quadri Misterioso, Vertiginoso, Visionario,che trattano i rapporti di pieno e vuoto fra i grattacieli e il cielo, il gioco dei riflessi sulle pareti di cristallo degli edifici. Nel 1970 espone le Maree (tema che gli sarà assai caro per tutta la sua vita) alla XXXV Biennale di Venezia in una sala personale. Dagli anni Settanta partecipa a tutte le mostre più importanti in Italia e in Europa della “Nuova Pittura” o “Pittura Analitica”. Nel 1973 espone allo Studio La Città di Verona (Iononrappresento-nullaiodipingo); nel 1974 a Palazzo Grassi a Venezia tiene una grande antologica, come a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, e all’Hirshorn Museum a Washington; nel 1975 partecipa alla mostra Pittura analitica, Galleria La Bertesca a Dusseldorf,  con A proposito della pittura allo Studio Soldano di Milano, e all’I.C.C. ad Anversa; nel 1976 espone da Daniel Templon a Parigi (Peinture) e nel 1977 al Boymans Museum di Rotterdam; nel 1978 alla Kunsthalle di Dusseldorf, alla XXXIX Biennale di Venezia e nel 1982 alla Hayward Gallery di Londra. Nel 1980 è invitato con una sala personale alla XL Biennale di Venezia; espone  nuovamente a Milano, allo Studio Grossetti. L’anno seguente è presentato a Roma dalla galleria L’Isola (che lo vedrà protagonista fino a tutti gli anni Novanta). Da questo momento ricerca l’isolamento, tra Roma, New York e la Maddalena dove rimane definitivamente. Nella seconda metà degli anni Ottanta tiene esposizioni da Marconi (Milano, 1986); Deson-Saunders (Chicago, 1989); Rossi & Rossi (Londra, 2001); Villa Vogel (Firenze, 2003, in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci – Prato); Jason McCoy (New York, 2004-2005). Torna a lavorare con la tempera all’uovo come gli antichi e le sue opere pur apparendo una rappresentazione del mondo visibile, trattando i temi del mare, della pioggia, della grandine, creano un’”immagine parallela”. La pittura come metafora del paesaggio, il paesaggio come metafora della pittura. A tre anni dalla morte – che avviene nel 2005 – la moglie Carla Panicali,  avvia il lavoro di catalogazione della sua opera, prima della sua stessa morte nel 2012, sempre alla Maddalena.  
 

LA CITTA’ DEL CIELO


Dal Facciatone del Duomo Nuovo il Panorama di Siena

Nuovi Orizzonti sulla Città

Dal prossimo 8 maggio fino all’8 settembre 2019 il Complesso Monumentale del Duomo di Siena, dedicato a Santa Maria Assunta, invita a contemplare nuovi orizzonti con la salita al Facciatone, Panorama sulla Città. Aperto tutti i giorni dalle ore 10:00 alle ore 19:00, da quest’anno e solo su prenotazione, sarà possibile accedere straordinariamente al Facciatone anche dalle ore 8:00. Per tutto il giorno, fino all’8 settembre, durante la permanenza sulla terrazza panoramica, i visitatori saranno invitati a contemplare il panorama attraverso una introduzione alla Città effettuata da accompagnatori multilingua.

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Helmut Newton a San Gimignano

Helmut Newton. San Gimignano
Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019


Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019


Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019

Sarà inaugurata mercoledì 17 aprile alle ore 18, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, la grande retrospettiva dedicata a Helmut Newton promossa dai Musei Civicidel Comune di San Gimignano e prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della FondazioneHelmut Newton di Berlino.

Il progetto espositivo è diMatthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, il quale ha selezionato 60 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco.

Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

Newton, la vita e il suo universo.

Helmut Newton (1920-2004) è uno dei fotografipiù importanti e celebrati al mondo. Sin dall’inizio della sua carriera è riuscito a circondarsi di personaggi importanti dell’editoria che hanno apprezzato i suoi concetti visivi. Il risultato è un corpus di opere che, trascendendo i generi, ha raggiunto un pubblico numerosissimo di persone soprattutto attraverso riviste di moda. Le sue fotografie di moda, infatti, sono andate oltre la normale prassi ed hanno intrapreso una narrativa parallela, a volte intrisa di surrealismo o di suspense, come in un film di Alfred Hitchcock, dove, spesso, appare poco chiaro il confine tra realtà e messa in scena e dove gli elementi sono mescolati per creare un gioco di potere e seduzione. La sua fotografia ha superato gli approcci narrativi tradizionali e si è intrisa di lussuosa eleganza e sottile seduzione, oltre che di interessanti riferimenti culturali e di un sorprendente senso dell’umorismo.

Il tema ricorrente delle sue foto è la vita strabordante di eccentricità, bellezza, ricchezza, erotismo e arte culinaria. Egli ha utilizzato e contemporaneamente interrogato i cliché visivi, a volte arricchendoli di autoironia o sarcasmo, ma sempre restandovi in empatia. Newton è riuscito a unire la nudità e la moda in maniera sottile, con un senso di eleganza senza tempo. Il suo lavoro può essere considerato pertanto la testimonianza e l’interpretazione del mutevole ruolo delle donne nella società occidentale.

Il senso estetico di Newton è riscontrabile in tutti gli aspetti del suo lavoro,ma è in particolare nella moda, nella ritrattistica e nella fotografia di nudo, la quale raggiunge vette inarrivabili. Le donne sono al centro del suo universo, consacrando, con la sua arte, personalità del calibro di Paloma Picasso, Ornella Muti, Catherine Deneuve e Carla Bruni, solo per citarne alcune.

Durante la sua permanenza a Parigi, negli anni ’70 e ’80, Newton affina il suo stile, sfidando scherzosamente le convenzioni e i tabù. In questo periodo la fotografia di moda comincia ad attirare un pubblico sempre più ampio – aumentando la popolarità di libri fotografici e mostre sull’argomento – resa ancora più attraente dalla partecipazione di influenti fotografi come Richard Avedon, Irving Penn, William Klein e lo stesso Helmut Newton e dalle loro originalissime interpretazioni.

Dalla metà degli anni Ottanta i lavori di Newton subiscono un cambiamento: le fotografie cominciano a prendere la forma di una vera e propria narrazione fotografica. Tra i lavori più rappresentativi di narrativa visuale: le campagne in bianco e nero per Villeroy & Boch (1985), una serie di fotografie a colori con Monica Bellucci per Blumarine (1998) e diversi scatti per un calendario di riviste sportive (2002), dove giovani donne vestite in bikini non sono raffigurate in spiaggia ma nel deserto.

Negli ultimi anni della sua carriera Newton intensifica la collaborazione con le edizioni tedesche, americane, italiane, francesi e russe di Vogue, ambientando i set fotografici principalmente a Monte Carlo. Una location privilegiata per le sue fotografie sarà il garage della sua casa a Monaco, dove le modelle e le auto parcheggiate vengono disposte come in un elegante dialogo visivo, trasformando un luogo apparentemente banale in una originale sala di posa.

RIFERIMENTI

Ufficio Stampa Opera Laboratori Fiorentini – Civita
Salvatore La Spina – Tel. 055 290383 – Cell. 331 5354957 – s.laspina@operalaboratori.com

Marta Questa: Il Monastero dello Spirito Santo a Firenze

Firenze possiede una miriade di spazi in penombra, attraversati da secoli di memorie sommerse, abitati da personaggi di cui merita portare alla luce il loro ricordo perché resti memoria di quello che hanno compiuto a favore del prossimo. Ritornare un po’ indietro nel tempo ci permette di poter raccontare di coloro che , anche se poco conosciuti, hanno contribuito a cambiare un po’ la storia ed a renderla migliore.

Era il 7 maggio 1937 quando  Leto Isidoro Maria Casini, ordinato sacerdote nel 1928, fu nominato parrocco della Chiesa di San Pietro a Varlungo che all’epoca contava circa duemila abitanti. Nell’ ottobre del 1943 fu incaricato dall’ arcivescovo Elia Dalla Costa di prestare assistenza agli ebrei, vittime delle leggi razziali, dichiarati nemici della patria e come tali, condannati allo sterminio.

Dal 1933 le cose erano molto cambiate. Mentre in quell’ anno Benito Mussolini in una intervista, concessa allo storico austriaco Ludwig, aveva lodato ripetutamente gli ebrei, qualificandoli come cittadini esemplari, tanto da affidare loro incarichi di alta responsabilità nella scuola , nell’esercito e nelle finanze ed anche nelle accademie, da lì a poco seguì  il voltafaccia, a seguito delle leggi razziali, emanate da Hitler a partire dal 1935,  e del patto d’ Acciaio del 1939 tra Regno d’ Italia e Germania nazista. In pochi anni da cittadini esemplari gli ebrei divennero indesiderabili, privati di qualsiasi posto di responsabilità ed in ultimo dichiarati ostili e nemici della patria. Ci fu tra di loro chi riuscì ad eclissarsi, ma tanti furono gli ebrei che, a partire dall’ otto settembre del 1943, a seguito della dichiarazione dell’ armistizio dell’ Italia, si riversarono in massa nel territorio italiano, sicuri che a breve sarebbe stato occupato  dalle forze alleate, lontani dal pensare che il paese sarebbe finito, come poi avvenne, sotto il controllo delle truppe tedesche.

Molti furono gli ebrei che giunsero a Firenze da paesi stranieri, non  conoscendo nessuno, né sapendo a chi rivolgersi per chiedere aiuto. La Chiesa fiorentina, guidata da Elia Dalla Costa, si prodigò a favore delle minoranze ebree presenti nella città. Fu proprio il cardinale che nell’ ottobre del 1943 convocò Leto Casini, allora sacerdote della parrocchia S. Pietro a Varlungo, invitandolo espressamente a far parte di un comitato per la ricerca di alloggi, di viveri e di carte d’ identità per mettere in salvo tutti i perseguitati ebrei presenti in città. Per fortuna la solidarietà e la carità non mancarono e molti enti sociali ed associazioni religiose offrirono il loro aiuto. Come informa Louis Goldman nel suo libro “Amici per la vita” un gruppo di donne ebree fu accolto a Firenze nella zona di Varlungo, nei pressi della parrocchia di San Pietro, nel  monastero vallombrosano dello Spirito Santo , edificio che nei secoli precedenti tutti avevano conosciuto come “villa la Funga o il Pratello” e che oggi è sede di un pensionato universitario.

Leto Casini era riuscito ad ottenere  l’ appoggio spontaneo della badessa che, spinta dalla gravità degli eventi, aveva accettato di accogliere il gruppo di donne ebree, decisione che neppure il cardinale Dalla Costa  avrebbe potuto imporle. Fu una scelta sofferta ed  indubbiamente difficile per lei, in quanto consapevole di infrangere le regole immutabili della clausura e di dover affrontare grossi rischi per sé e per le sessanta consorelle. Nascondere ebrei era considerato dai tedeschi un atto ostile, paragonabile al tradimento e punito spesso con la perdita della vita. Alla fine di ottobre del 1943 dodici donne  ebree furono ospitate nel monastero, tra cui una ragazza di tredici anni che aveva assistito impotente qualche mese prima alla cattura di sua madre e di sua sorella, trascinate via dai tedeschi. Occuparono stanze austere ma impeccabili  in un’ ala del monastero rigorosamente non  riservata alla clausura. Il 6 novembre del 1943 ci furono numerose operazioni da parte dei tedeschi di razzie e rastrellamenti contro gli ebrei.  Il monastero di Varlungo sembrò non essere più un luogo sicuro, ma Leto Casini ritenne opportuno lasciare il gruppo di donne in quella sede, non trovando altro luogo migliore. Pensarono opportuno nasconderle in una grotta sotterranea che si trovava fuori in giardino dove all’ estremità, vicino al muro che circondava la proprietà, c’ erano delle serre ed una costruzione con una riserva d’ acqua sul tetto; dietro a questa costruzione il terreno degradava e portava sottoterra ad una porta un po’ fatiscente oltre la quale, scendendo alcuni gradini, si apriva una specie di cavità con delle volte, provvista di  sedili di pietra allineati tutti intorno. Era usata come deposito di vasi da fiore e di arnesi da giardino. Tutto venne rimosso , furono  messi all’ esterno cumuli di paglia e letame  ammucchiati per camuffare. Le donne ebree lasciarono così le loro stanze al monastero ed andarono letteralmente sotto terra. Le suore misero una fila di piante davanti alla porta, che fu chiusa dall’ interno affinché nessuno sospettasse che degli esseri umani vivessero lì,  in una grotta. Dodici donne ed altri bambini, che si erano aggiunti, erano stipati in uno spazio di tre metri per sei, appena sufficientemente alto per stare in piedi. Non c’era sole che potesse illuminarli e scaldarli, non avevano acqua, né luce, non potevano uscire per paura di essere visti da abitanti negli stabili vicini. Stavano seduti in quelle panche di pietra e parlavano a sussurri per paura di essere uditi all’ esterno. Dormivano a turno sdraiati in questi sedili. Il freddo era terribile e l’ umidità raggiungeva indici molto alti. Erano assistiti anche dal trevigiano don Giovanni Simioni  che viveva presso il convento in una casetta indipendente  e dalle suore che provvedevano  a porgere loro un po’ di minestra, dei panini , cipolle ed un po’ di caffè per la mattina,  tanto erano allora scarsi gli alimenti. In quel periodo la carta annonaria dava diritto a soli trentatre grammi di grano a persona e c’ era chi lo macinava con macinino da caffè e con quel poco di farina faceva una “farinatina” integrale. Per fortuna, grazie all’ aiuto di Leto Casini e di alcuni agricoltori e  giovani donne di Varlungo, fu messo in funzione un mulino ad acqua che si trovava sopra Rovezzano. Lì veniva portato il grano raccolto nelle campagne intorno a Varlungo e da lì la farina veniva trasportata al forno del Bianchi, da cui uscivano filoni di pane profumato. Tutto ciò rese possibile, almeno per i primi tempi, la distribuzione di centocinquanta grammi di pane a testa tra la popolazione di Varlungo . Non erano molti, ma sempre meglio di prima. Le difficoltà quotidiane da affrontare erano tante ed i pericoli sempre in agguato, ma le suore del Monastero dello Spirito Santo di Varlungo seppero al meglio superarli ed affrontarli.  Nei mesi di giugno, luglio ed agosto del 1944 la situazione nella zona di Varlungo divenne di gran lunga più difficile. I  tedeschi provenienti dal  Valdarno Superiore attraversavano i borghi di Rovezzano e di  Varlungo in lunghe colonne di barrocci trainati da cavalli , di carri agricoli tirati da buoi, carichi di tutte le razzie fatte in case, ville e negozi lungo il loro percorso. Per non passare attraverso la città deviavano da Varlungo, prendendo via del Gignoro e via della Torre per poi dirigersi verso Ponte a Mensola e salire a Fiesole da dove, attraverso il passo del Giogo tentavano di varcare l’ Appennino per ritornare in  Germania. Il passaggio di queste colonne creava a volte reazioni tra i civili con conseguenti rappresaglie da parte dei tedeschi . Nonostante tutto questo le suore del Monastero dello Spirito Santo dimostrarono un grande e profondo spirito di solidarietà e di amore per il prossimo, incuranti del pericolo e prodigandosi  per mantenere in vita queste donne e bambini che in altro modo avrebbero corso il rischio di essere sterminati e che, invece,  grazie al loro aiuto riusciranno a ritornare alla fine della guerra nei loro paesi di origine ed a ricongiungersi con i loro familiari rimasti in vita.

Ma chi erano le monache del Monastero dello Spirito Santo?

Era un ordine monastico devoto di Sant’ Umiltà.  L’ ordine risaliva a  Rosanese Regusanti, una nobildonna nata a Faenza nel 1226, anno in cui morì S. Francesco d’ Assisi, ed ancora oggi venerata con il nome di  Sant’ Umiltà. A Firenze possiamo ammirare all’ interno del museo di San Salvi una sua raffigurazione della scuola fiorentina della prima metà del XVI secolo, e la chiesa San Michele a San Salvi conserva una statua marmorea, che la rappresenta, attribuita ad Andrea di Cione o Orcagna. Nella Galleria degli  Uffizi di Firenze è conservata un’ opera, composta di varie parti, un polittico  del senese Pietro Lorenzetti che la raffigura al centro con l’  abito dell’ ordine , un libro ed una foglia di palma, simbolo di gloria, con la testa coperta da una pelle di capra, emblema di umiltà ed accompagnata da una serie di storie circostanti con funzione didascalica, che narrano le vicende della santa dal momento in cui, ancora laica, decise di vestire l’ abito monacale, ai miracoli compiuti nel cenobio a Faenza, al suo viaggio a Firenze, dove nel 1282 fondò il monastero di San Giovanni Gualberto, allora fuori della cerchia muraria cittadina, fino alla sua morte ed alla cerimonia celebrata dal vescovo.   La giovane Rosanese Regusanti dopo il legame matrimoniale con Ugolotto Caccianemici e dopo la morte prematura dei due figli, entrò a far parte dell’ ordine delle monache di Santa Perpetua , una comunità cluniacense della città di Faenza, dove ricevette il nome di “Umiltà”. Durante il suo eremitaggio si  dedicò per molti anni alla preghiera ed alla contemplazione mistica sino a che fondò a Faenza una comunità monastica detta “La Malta”, cioè il fango, in quanto sorgeva fuori delle mura della città in un luogo ancora  paludoso.  Era entrata a contatto con la spiritualità vallombrosana  del fiorentino Giovanni Gualberto che, lottando contro l’ immoralità e le ingiustizie del suo tempo, aveva cercato di unire i messaggi dei  Vangeli con la regola benedettina dell’ “Ora et labora”. E così anche  Umiltà insieme alle donne aderenti all’ ordine conciliò la penitenza e  la vita monastica con  l’ assistenza ai poveri ed a tutti i bisognosi di aiuto senza alcuna distinzione. Gli stessi principi e regole metterà in pratica quando nel 1281, per espressa richiesta da parte delle autorità religiose, all’ età di 55 anni fonderà a Firenze, in una città allora scossa da lotte interne, un monastero per accogliere ed assistere giovani fiorentine . Il monastero fu costruito vicino all’ allora ponte sul Mugnone, nel popolo di San Lorenzo, presso quella che poi sarà chiamata “ Porta a Faenza”,  proprio dal nome del Monastero delle Donne della beata Umiltà di Faenza.  La pala di Pietro Lorenzetti , esposta oggi alla Galleria degli Uffizi, la raffigura china sul greto del Mugnone durante l’ azione simbolica di raccogliere “pillore” da costruzione e mentre compie i primi miracoli.  Accanto al monastero sorse poi anche la chiesa, consacrata nel 1297,  dove il corpo di Umiltà venne  conservato dopo la sua morte, avvenuta il 22 maggio 1310.

Oggi non rimane alcuna traccia né della chiesa né del monastero. Tutto fu distrutto per far posto alla Fortezza da Basso, costruita tra il 1534 ed il 1537 e dentro la quale venne incorporata l’ antica Porta a Faenza, di cui ancora oggi rimane il tracciato. Abbandonato il monastero, per le monache di Faenza iniziò un lungo pellegrinaggio : il gonfaloniere Raffaello di Girolami assegnò loro il monastero di Sant’ Antonio di Vienna, che sorgeva dove oggi si trova il palazzo dei Congressi; dopo qualche anno si trasferirono nel  monastero di Santa Caterina d’ Alessandria, detto anche  di Santa Caterina al Mugnone o degli Abbandonati, poi in quello di S. Antonio. A partire dal 14 agosto 1534, per volontà del papa  Clemente VII, furono nel convento vallombrosano,  che era stato fondato nell’ XI secolo  da San Giovanni Gualberto,  alla cui spiritualità Umiltà si era sempre ispirata, e che sorgeva accanto all’ antica chiesa di San Salvi. Nel 1817, in seguito ai grandi rivolgimenti politici,  determinati dalla rivoluzione francese , che ebbero tra le tante conseguenze anche  la soppressione degli ordini monastici e l’ incameramento da parte dello Stato delle loro proprietà, il convento di San Salvi passò al Granducato di Toscana . Il Cenacolo diventò sede di un museo che raccolse intorno al  celebre affresco di Andrea del  Sarto opere d’ arte provenienti in gran parte dalle chiese e dai monasteri soppressi della città di Firenze e del suo territorio.

Le monache  si ritirarono nel monastero posto su Costa S. Giorgio, nell’ antico convento dei frati agostiniani di Santo Spirito,  oggi sede della caserma di S. Giorgio e della scuola militare, dove restarono sino al 1866, vale a dire sino alla soppressione decisa dal governo italiano.  Nel 1872 la comunità delle Suore vallombrosane benedettine dello Spirito Santo, dette anche Donne di Faenza, fu trasferita a Varlungo, portando con sé il corpo di Sant’ Umiltà, e  dove lì accolsero nel 1943  quel gruppo di  donne e bambini ebrei, salvandoli dai campi di sterminio. A Varlungo rimasero sino al 1974, quando, a causa dei nuovi insediamenti e del traffico, il luogo non fu più ritenuto adatto ad accogliere una comunità di clausura e fu trasferito nel Comune di Bagno a Ripoli, sulle colline fiorentine, in una  originaria casa colonica, detta anche “Il Palagio a Baroncelli”, che è stata ampliata e trasformata in convento, dove ancora è custodito il corpo quasi intatto di Sant’ Umiltà e dove ancora oggi la preghiera e l’ assistenza sono le principali espressioni di questa emerita e non da tutti conosciuta comunità religiosa, che ogni anno rinnova il secolare culto di Sant’ Umiltà, facendo celebrare una significativa messa il 22 maggio, giorno della sua morte, avvenuta nel 1310.

PIO FEDI SCULTORE CLASSICO NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

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IL RATTO DI POLISSENA

PIO FEDI SCULTORE CLASSICO

NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

Uffizi Sala del Camino – 25 novembre 2018 – 10 marzo 2019

 

SI INAUGURA SABATO 24 NOVEMBRE LA MOSTRA CHE CELEBRA LA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 

Firenze, 24 novembre 2018

 

Le Gallerie degli Uffizi presentano la nuova acquisizione di un bozzetto in terracotta per il Ratto di Polissena, gruppo monumentale realizzato in marmo dello scultore Pio Fedi ed esposto nella vicina Loggia della Signoria.

Dante Alighieri lo collocò tra gli assassini nel VII cerchio dell’Inferno (XII, 135) indicandolo semplicemente come Pirro, benché non sia chiaro se si riferisse al figlio di Achille chiamato anche Neottolemo, o al re dell’Epiro del quale però altrove tessé le lodi. È certo invece che Pirro/Neottolemo si erge con la sua spada sguainata nell’imponente gruppo marmoreo del Ratto di Polissena unica opera “moderna” ritenuta degna essere collocata accanto ai capolavori di Benvenuto Cellini e di Giambologna. Continua a leggere

Il mondo del Restauro in un corso al Pontormo

 

L’Agenzia Formativa del Liceo Scientifico “Il Pontormo” indice per l’anno scolastico 2018/19 la seconda edizione del

“CORSO PROPEDEUTICO ALLA CONSERVAZIONE E AL RESTAURO DEI BENI CULTURALI”

che, pur mantenendo sostanzialmente la struttura della precedente edizione, sarà organizzato al suo interno come un corso di secondo livello per gli iscritti che hanno già frequentato il primo livello.  L’aspetto teorico e quello laboratoriale si alterneranno per offrire un’esperienza esaustiva della disciplina.

I materiali oggetto di studio saranno principalmente arredi artistici danneggiati dall’alluvione del 1966, così da mettere i corsisti a contatto con il cuore del problema del recupero e della tutela del bene culturale. L’esperienza sarà proprio quella di avere di fronte un bene culturale particolarmente compromesso e di acquisire gli strumenti per attuare un intervento di recupero del bene stesso che (passando dalla documentazione iniziale dello stato conservativo) arrivi, per quanto possibile, alla sua restituzione, dopo essere stato sottoposto ad intervento conservativo di minima. Continua a leggere

D’Odio e d’Amore agli Uffizi

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Eyke Schmidt con Marzia Faietti

I curatori Marzia Faietti e Michele Grasso presentano la mostra

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D’ODIO E D’AMORE 

GIORGIO VASARI E GLI ARTISTI A BOLOGNA

 

UNA MOSTRA PER INDAGARE I COMPLESSI, E CONTRADDITTORI, RAPPORTI FRA L’ARTISTA E STORIOGRAFO ARETINO E GLI ARTISTI A LUI CONTEMPORANEI AL DI LA’ DEGLI APPENNINI.

 

Dal 9 Ottobre al 2 dicembre nella sala Edoardo Detti, al primo piano della Galleria degli Uffizi.

«Né è maraviglia che quella d’Amico fusse più pratica che altro, perché si dice che, come persona astratta che egli era e fuor di squadra dall’altre, andò per tutta Italia disegnando e ritraendo ogni cosa di pittura e di rilievo, e così le buone come le cattive… le quali fatiche furono cagione che egli fece quella maniera così pazza e strana».

Questa citazione dalla Vita di Bartolomeo da Bagnacavallo e d’altri Pittori Romagnuoli è tratta dall’edizione del 1568 delle Vite del Vasari. Il “praticaccio inventore” era Amico Aspertini, ma Vasari allarga il suo caustico giudizio a tutti gli altri pittori bolognesi a lui contemporanei definendoli con “il capo pieno di superbia e di fumo”. Non solo: nella Vita di Michelangelo aggiunge la velenosa nota per la quale il Buonarroti avrebbe lasciato Bologna dopo solo un anno di permanenza perché lì “perdeva tempo”. Continua a leggere