Helmut Newton a San Gimignano

Helmut Newton. San Gimignano
Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019


Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019


Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di  San Gimignano
18 aprile – 1 settembre 2019

Sarà inaugurata mercoledì 17 aprile alle ore 18, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, la grande retrospettiva dedicata a Helmut Newton promossa dai Musei Civicidel Comune di San Gimignano e prodotta da Opera-Civita con la collaborazione della FondazioneHelmut Newton di Berlino.

Il progetto espositivo è diMatthias Harder, curatore della Helmut Newton Foundation di Berlino, il quale ha selezionato 60 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo tedesco.

Apre “idealmente” l’esposizione il ritratto di Andy Wharol realizzato nel 1974 per Vogue Uomo, l’opera più tarda è invece il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000. In questo lungo arco di tempo Newton ha realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Dei numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento sono visibili circa 25 scatti, tra i quali quello a Gianni Agnelli (1997), a Paloma Picasso (1983), a Catherine Deneuve (1976), ad Anita Ekberg (1988), a Claudia Schiffer (1992) e a Gianfranco Ferrè (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Tierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

Newton, la vita e il suo universo.

Helmut Newton (1920-2004) è uno dei fotografipiù importanti e celebrati al mondo. Sin dall’inizio della sua carriera è riuscito a circondarsi di personaggi importanti dell’editoria che hanno apprezzato i suoi concetti visivi. Il risultato è un corpus di opere che, trascendendo i generi, ha raggiunto un pubblico numerosissimo di persone soprattutto attraverso riviste di moda. Le sue fotografie di moda, infatti, sono andate oltre la normale prassi ed hanno intrapreso una narrativa parallela, a volte intrisa di surrealismo o di suspense, come in un film di Alfred Hitchcock, dove, spesso, appare poco chiaro il confine tra realtà e messa in scena e dove gli elementi sono mescolati per creare un gioco di potere e seduzione. La sua fotografia ha superato gli approcci narrativi tradizionali e si è intrisa di lussuosa eleganza e sottile seduzione, oltre che di interessanti riferimenti culturali e di un sorprendente senso dell’umorismo.

Il tema ricorrente delle sue foto è la vita strabordante di eccentricità, bellezza, ricchezza, erotismo e arte culinaria. Egli ha utilizzato e contemporaneamente interrogato i cliché visivi, a volte arricchendoli di autoironia o sarcasmo, ma sempre restandovi in empatia. Newton è riuscito a unire la nudità e la moda in maniera sottile, con un senso di eleganza senza tempo. Il suo lavoro può essere considerato pertanto la testimonianza e l’interpretazione del mutevole ruolo delle donne nella società occidentale.

Il senso estetico di Newton è riscontrabile in tutti gli aspetti del suo lavoro,ma è in particolare nella moda, nella ritrattistica e nella fotografia di nudo, la quale raggiunge vette inarrivabili. Le donne sono al centro del suo universo, consacrando, con la sua arte, personalità del calibro di Paloma Picasso, Ornella Muti, Catherine Deneuve e Carla Bruni, solo per citarne alcune.

Durante la sua permanenza a Parigi, negli anni ’70 e ’80, Newton affina il suo stile, sfidando scherzosamente le convenzioni e i tabù. In questo periodo la fotografia di moda comincia ad attirare un pubblico sempre più ampio – aumentando la popolarità di libri fotografici e mostre sull’argomento – resa ancora più attraente dalla partecipazione di influenti fotografi come Richard Avedon, Irving Penn, William Klein e lo stesso Helmut Newton e dalle loro originalissime interpretazioni.

Dalla metà degli anni Ottanta i lavori di Newton subiscono un cambiamento: le fotografie cominciano a prendere la forma di una vera e propria narrazione fotografica. Tra i lavori più rappresentativi di narrativa visuale: le campagne in bianco e nero per Villeroy & Boch (1985), una serie di fotografie a colori con Monica Bellucci per Blumarine (1998) e diversi scatti per un calendario di riviste sportive (2002), dove giovani donne vestite in bikini non sono raffigurate in spiaggia ma nel deserto.

Negli ultimi anni della sua carriera Newton intensifica la collaborazione con le edizioni tedesche, americane, italiane, francesi e russe di Vogue, ambientando i set fotografici principalmente a Monte Carlo. Una location privilegiata per le sue fotografie sarà il garage della sua casa a Monaco, dove le modelle e le auto parcheggiate vengono disposte come in un elegante dialogo visivo, trasformando un luogo apparentemente banale in una originale sala di posa.

RIFERIMENTI

Ufficio Stampa Opera Laboratori Fiorentini – Civita
Salvatore La Spina – Tel. 055 290383 – Cell. 331 5354957 – s.laspina@operalaboratori.com

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Marta Questa: Il Monastero dello Spirito Santo a Firenze

Firenze possiede una miriade di spazi in penombra, attraversati da secoli di memorie sommerse, abitati da personaggi di cui merita portare alla luce il loro ricordo perché resti memoria di quello che hanno compiuto a favore del prossimo. Ritornare un po’ indietro nel tempo ci permette di poter raccontare di coloro che , anche se poco conosciuti, hanno contribuito a cambiare un po’ la storia ed a renderla migliore.

Era il 7 maggio 1937 quando  Leto Isidoro Maria Casini, ordinato sacerdote nel 1928, fu nominato parrocco della Chiesa di San Pietro a Varlungo che all’epoca contava circa duemila abitanti. Nell’ ottobre del 1943 fu incaricato dall’ arcivescovo Elia Dalla Costa di prestare assistenza agli ebrei, vittime delle leggi razziali, dichiarati nemici della patria e come tali, condannati allo sterminio.

Dal 1933 le cose erano molto cambiate. Mentre in quell’ anno Benito Mussolini in una intervista, concessa allo storico austriaco Ludwig, aveva lodato ripetutamente gli ebrei, qualificandoli come cittadini esemplari, tanto da affidare loro incarichi di alta responsabilità nella scuola , nell’esercito e nelle finanze ed anche nelle accademie, da lì a poco seguì  il voltafaccia, a seguito delle leggi razziali, emanate da Hitler a partire dal 1935,  e del patto d’ Acciaio del 1939 tra Regno d’ Italia e Germania nazista. In pochi anni da cittadini esemplari gli ebrei divennero indesiderabili, privati di qualsiasi posto di responsabilità ed in ultimo dichiarati ostili e nemici della patria. Ci fu tra di loro chi riuscì ad eclissarsi, ma tanti furono gli ebrei che, a partire dall’ otto settembre del 1943, a seguito della dichiarazione dell’ armistizio dell’ Italia, si riversarono in massa nel territorio italiano, sicuri che a breve sarebbe stato occupato  dalle forze alleate, lontani dal pensare che il paese sarebbe finito, come poi avvenne, sotto il controllo delle truppe tedesche.

Molti furono gli ebrei che giunsero a Firenze da paesi stranieri, non  conoscendo nessuno, né sapendo a chi rivolgersi per chiedere aiuto. La Chiesa fiorentina, guidata da Elia Dalla Costa, si prodigò a favore delle minoranze ebree presenti nella città. Fu proprio il cardinale che nell’ ottobre del 1943 convocò Leto Casini, allora sacerdote della parrocchia S. Pietro a Varlungo, invitandolo espressamente a far parte di un comitato per la ricerca di alloggi, di viveri e di carte d’ identità per mettere in salvo tutti i perseguitati ebrei presenti in città. Per fortuna la solidarietà e la carità non mancarono e molti enti sociali ed associazioni religiose offrirono il loro aiuto. Come informa Louis Goldman nel suo libro “Amici per la vita” un gruppo di donne ebree fu accolto a Firenze nella zona di Varlungo, nei pressi della parrocchia di San Pietro, nel  monastero vallombrosano dello Spirito Santo , edificio che nei secoli precedenti tutti avevano conosciuto come “villa la Funga o il Pratello” e che oggi è sede di un pensionato universitario.

Leto Casini era riuscito ad ottenere  l’ appoggio spontaneo della badessa che, spinta dalla gravità degli eventi, aveva accettato di accogliere il gruppo di donne ebree, decisione che neppure il cardinale Dalla Costa  avrebbe potuto imporle. Fu una scelta sofferta ed  indubbiamente difficile per lei, in quanto consapevole di infrangere le regole immutabili della clausura e di dover affrontare grossi rischi per sé e per le sessanta consorelle. Nascondere ebrei era considerato dai tedeschi un atto ostile, paragonabile al tradimento e punito spesso con la perdita della vita. Alla fine di ottobre del 1943 dodici donne  ebree furono ospitate nel monastero, tra cui una ragazza di tredici anni che aveva assistito impotente qualche mese prima alla cattura di sua madre e di sua sorella, trascinate via dai tedeschi. Occuparono stanze austere ma impeccabili  in un’ ala del monastero rigorosamente non  riservata alla clausura. Il 6 novembre del 1943 ci furono numerose operazioni da parte dei tedeschi di razzie e rastrellamenti contro gli ebrei.  Il monastero di Varlungo sembrò non essere più un luogo sicuro, ma Leto Casini ritenne opportuno lasciare il gruppo di donne in quella sede, non trovando altro luogo migliore. Pensarono opportuno nasconderle in una grotta sotterranea che si trovava fuori in giardino dove all’ estremità, vicino al muro che circondava la proprietà, c’ erano delle serre ed una costruzione con una riserva d’ acqua sul tetto; dietro a questa costruzione il terreno degradava e portava sottoterra ad una porta un po’ fatiscente oltre la quale, scendendo alcuni gradini, si apriva una specie di cavità con delle volte, provvista di  sedili di pietra allineati tutti intorno. Era usata come deposito di vasi da fiore e di arnesi da giardino. Tutto venne rimosso , furono  messi all’ esterno cumuli di paglia e letame  ammucchiati per camuffare. Le donne ebree lasciarono così le loro stanze al monastero ed andarono letteralmente sotto terra. Le suore misero una fila di piante davanti alla porta, che fu chiusa dall’ interno affinché nessuno sospettasse che degli esseri umani vivessero lì,  in una grotta. Dodici donne ed altri bambini, che si erano aggiunti, erano stipati in uno spazio di tre metri per sei, appena sufficientemente alto per stare in piedi. Non c’era sole che potesse illuminarli e scaldarli, non avevano acqua, né luce, non potevano uscire per paura di essere visti da abitanti negli stabili vicini. Stavano seduti in quelle panche di pietra e parlavano a sussurri per paura di essere uditi all’ esterno. Dormivano a turno sdraiati in questi sedili. Il freddo era terribile e l’ umidità raggiungeva indici molto alti. Erano assistiti anche dal trevigiano don Giovanni Simioni  che viveva presso il convento in una casetta indipendente  e dalle suore che provvedevano  a porgere loro un po’ di minestra, dei panini , cipolle ed un po’ di caffè per la mattina,  tanto erano allora scarsi gli alimenti. In quel periodo la carta annonaria dava diritto a soli trentatre grammi di grano a persona e c’ era chi lo macinava con macinino da caffè e con quel poco di farina faceva una “farinatina” integrale. Per fortuna, grazie all’ aiuto di Leto Casini e di alcuni agricoltori e  giovani donne di Varlungo, fu messo in funzione un mulino ad acqua che si trovava sopra Rovezzano. Lì veniva portato il grano raccolto nelle campagne intorno a Varlungo e da lì la farina veniva trasportata al forno del Bianchi, da cui uscivano filoni di pane profumato. Tutto ciò rese possibile, almeno per i primi tempi, la distribuzione di centocinquanta grammi di pane a testa tra la popolazione di Varlungo . Non erano molti, ma sempre meglio di prima. Le difficoltà quotidiane da affrontare erano tante ed i pericoli sempre in agguato, ma le suore del Monastero dello Spirito Santo di Varlungo seppero al meglio superarli ed affrontarli.  Nei mesi di giugno, luglio ed agosto del 1944 la situazione nella zona di Varlungo divenne di gran lunga più difficile. I  tedeschi provenienti dal  Valdarno Superiore attraversavano i borghi di Rovezzano e di  Varlungo in lunghe colonne di barrocci trainati da cavalli , di carri agricoli tirati da buoi, carichi di tutte le razzie fatte in case, ville e negozi lungo il loro percorso. Per non passare attraverso la città deviavano da Varlungo, prendendo via del Gignoro e via della Torre per poi dirigersi verso Ponte a Mensola e salire a Fiesole da dove, attraverso il passo del Giogo tentavano di varcare l’ Appennino per ritornare in  Germania. Il passaggio di queste colonne creava a volte reazioni tra i civili con conseguenti rappresaglie da parte dei tedeschi . Nonostante tutto questo le suore del Monastero dello Spirito Santo dimostrarono un grande e profondo spirito di solidarietà e di amore per il prossimo, incuranti del pericolo e prodigandosi  per mantenere in vita queste donne e bambini che in altro modo avrebbero corso il rischio di essere sterminati e che, invece,  grazie al loro aiuto riusciranno a ritornare alla fine della guerra nei loro paesi di origine ed a ricongiungersi con i loro familiari rimasti in vita.

Ma chi erano le monache del Monastero dello Spirito Santo?

Era un ordine monastico devoto di Sant’ Umiltà.  L’ ordine risaliva a  Rosanese Regusanti, una nobildonna nata a Faenza nel 1226, anno in cui morì S. Francesco d’ Assisi, ed ancora oggi venerata con il nome di  Sant’ Umiltà. A Firenze possiamo ammirare all’ interno del museo di San Salvi una sua raffigurazione della scuola fiorentina della prima metà del XVI secolo, e la chiesa San Michele a San Salvi conserva una statua marmorea, che la rappresenta, attribuita ad Andrea di Cione o Orcagna. Nella Galleria degli  Uffizi di Firenze è conservata un’ opera, composta di varie parti, un polittico  del senese Pietro Lorenzetti che la raffigura al centro con l’  abito dell’ ordine , un libro ed una foglia di palma, simbolo di gloria, con la testa coperta da una pelle di capra, emblema di umiltà ed accompagnata da una serie di storie circostanti con funzione didascalica, che narrano le vicende della santa dal momento in cui, ancora laica, decise di vestire l’ abito monacale, ai miracoli compiuti nel cenobio a Faenza, al suo viaggio a Firenze, dove nel 1282 fondò il monastero di San Giovanni Gualberto, allora fuori della cerchia muraria cittadina, fino alla sua morte ed alla cerimonia celebrata dal vescovo.   La giovane Rosanese Regusanti dopo il legame matrimoniale con Ugolotto Caccianemici e dopo la morte prematura dei due figli, entrò a far parte dell’ ordine delle monache di Santa Perpetua , una comunità cluniacense della città di Faenza, dove ricevette il nome di “Umiltà”. Durante il suo eremitaggio si  dedicò per molti anni alla preghiera ed alla contemplazione mistica sino a che fondò a Faenza una comunità monastica detta “La Malta”, cioè il fango, in quanto sorgeva fuori delle mura della città in un luogo ancora  paludoso.  Era entrata a contatto con la spiritualità vallombrosana  del fiorentino Giovanni Gualberto che, lottando contro l’ immoralità e le ingiustizie del suo tempo, aveva cercato di unire i messaggi dei  Vangeli con la regola benedettina dell’ “Ora et labora”. E così anche  Umiltà insieme alle donne aderenti all’ ordine conciliò la penitenza e  la vita monastica con  l’ assistenza ai poveri ed a tutti i bisognosi di aiuto senza alcuna distinzione. Gli stessi principi e regole metterà in pratica quando nel 1281, per espressa richiesta da parte delle autorità religiose, all’ età di 55 anni fonderà a Firenze, in una città allora scossa da lotte interne, un monastero per accogliere ed assistere giovani fiorentine . Il monastero fu costruito vicino all’ allora ponte sul Mugnone, nel popolo di San Lorenzo, presso quella che poi sarà chiamata “ Porta a Faenza”,  proprio dal nome del Monastero delle Donne della beata Umiltà di Faenza.  La pala di Pietro Lorenzetti , esposta oggi alla Galleria degli Uffizi, la raffigura china sul greto del Mugnone durante l’ azione simbolica di raccogliere “pillore” da costruzione e mentre compie i primi miracoli.  Accanto al monastero sorse poi anche la chiesa, consacrata nel 1297,  dove il corpo di Umiltà venne  conservato dopo la sua morte, avvenuta il 22 maggio 1310.

Oggi non rimane alcuna traccia né della chiesa né del monastero. Tutto fu distrutto per far posto alla Fortezza da Basso, costruita tra il 1534 ed il 1537 e dentro la quale venne incorporata l’ antica Porta a Faenza, di cui ancora oggi rimane il tracciato. Abbandonato il monastero, per le monache di Faenza iniziò un lungo pellegrinaggio : il gonfaloniere Raffaello di Girolami assegnò loro il monastero di Sant’ Antonio di Vienna, che sorgeva dove oggi si trova il palazzo dei Congressi; dopo qualche anno si trasferirono nel  monastero di Santa Caterina d’ Alessandria, detto anche  di Santa Caterina al Mugnone o degli Abbandonati, poi in quello di S. Antonio. A partire dal 14 agosto 1534, per volontà del papa  Clemente VII, furono nel convento vallombrosano,  che era stato fondato nell’ XI secolo  da San Giovanni Gualberto,  alla cui spiritualità Umiltà si era sempre ispirata, e che sorgeva accanto all’ antica chiesa di San Salvi. Nel 1817, in seguito ai grandi rivolgimenti politici,  determinati dalla rivoluzione francese , che ebbero tra le tante conseguenze anche  la soppressione degli ordini monastici e l’ incameramento da parte dello Stato delle loro proprietà, il convento di San Salvi passò al Granducato di Toscana . Il Cenacolo diventò sede di un museo che raccolse intorno al  celebre affresco di Andrea del  Sarto opere d’ arte provenienti in gran parte dalle chiese e dai monasteri soppressi della città di Firenze e del suo territorio.

Le monache  si ritirarono nel monastero posto su Costa S. Giorgio, nell’ antico convento dei frati agostiniani di Santo Spirito,  oggi sede della caserma di S. Giorgio e della scuola militare, dove restarono sino al 1866, vale a dire sino alla soppressione decisa dal governo italiano.  Nel 1872 la comunità delle Suore vallombrosane benedettine dello Spirito Santo, dette anche Donne di Faenza, fu trasferita a Varlungo, portando con sé il corpo di Sant’ Umiltà, e  dove lì accolsero nel 1943  quel gruppo di  donne e bambini ebrei, salvandoli dai campi di sterminio. A Varlungo rimasero sino al 1974, quando, a causa dei nuovi insediamenti e del traffico, il luogo non fu più ritenuto adatto ad accogliere una comunità di clausura e fu trasferito nel Comune di Bagno a Ripoli, sulle colline fiorentine, in una  originaria casa colonica, detta anche “Il Palagio a Baroncelli”, che è stata ampliata e trasformata in convento, dove ancora è custodito il corpo quasi intatto di Sant’ Umiltà e dove ancora oggi la preghiera e l’ assistenza sono le principali espressioni di questa emerita e non da tutti conosciuta comunità religiosa, che ogni anno rinnova il secolare culto di Sant’ Umiltà, facendo celebrare una significativa messa il 22 maggio, giorno della sua morte, avvenuta nel 1310.

PIO FEDI SCULTORE CLASSICO NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

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IL RATTO DI POLISSENA

PIO FEDI SCULTORE CLASSICO

NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

Uffizi Sala del Camino – 25 novembre 2018 – 10 marzo 2019

 

SI INAUGURA SABATO 24 NOVEMBRE LA MOSTRA CHE CELEBRA LA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 

Firenze, 24 novembre 2018

 

Le Gallerie degli Uffizi presentano la nuova acquisizione di un bozzetto in terracotta per il Ratto di Polissena, gruppo monumentale realizzato in marmo dello scultore Pio Fedi ed esposto nella vicina Loggia della Signoria.

Dante Alighieri lo collocò tra gli assassini nel VII cerchio dell’Inferno (XII, 135) indicandolo semplicemente come Pirro, benché non sia chiaro se si riferisse al figlio di Achille chiamato anche Neottolemo, o al re dell’Epiro del quale però altrove tessé le lodi. È certo invece che Pirro/Neottolemo si erge con la sua spada sguainata nell’imponente gruppo marmoreo del Ratto di Polissena unica opera “moderna” ritenuta degna essere collocata accanto ai capolavori di Benvenuto Cellini e di Giambologna. Continua a leggere

Il mondo del Restauro in un corso al Pontormo

 

L’Agenzia Formativa del Liceo Scientifico “Il Pontormo” indice per l’anno scolastico 2018/19 la seconda edizione del

“CORSO PROPEDEUTICO ALLA CONSERVAZIONE E AL RESTAURO DEI BENI CULTURALI”

che, pur mantenendo sostanzialmente la struttura della precedente edizione, sarà organizzato al suo interno come un corso di secondo livello per gli iscritti che hanno già frequentato il primo livello.  L’aspetto teorico e quello laboratoriale si alterneranno per offrire un’esperienza esaustiva della disciplina.

I materiali oggetto di studio saranno principalmente arredi artistici danneggiati dall’alluvione del 1966, così da mettere i corsisti a contatto con il cuore del problema del recupero e della tutela del bene culturale. L’esperienza sarà proprio quella di avere di fronte un bene culturale particolarmente compromesso e di acquisire gli strumenti per attuare un intervento di recupero del bene stesso che (passando dalla documentazione iniziale dello stato conservativo) arrivi, per quanto possibile, alla sua restituzione, dopo essere stato sottoposto ad intervento conservativo di minima. Continua a leggere

D’Odio e d’Amore agli Uffizi

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Eyke Schmidt con Marzia Faietti

I curatori Marzia Faietti e Michele Grasso presentano la mostra

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D’ODIO E D’AMORE 

GIORGIO VASARI E GLI ARTISTI A BOLOGNA

 

UNA MOSTRA PER INDAGARE I COMPLESSI, E CONTRADDITTORI, RAPPORTI FRA L’ARTISTA E STORIOGRAFO ARETINO E GLI ARTISTI A LUI CONTEMPORANEI AL DI LA’ DEGLI APPENNINI.

 

Dal 9 Ottobre al 2 dicembre nella sala Edoardo Detti, al primo piano della Galleria degli Uffizi.

«Né è maraviglia che quella d’Amico fusse più pratica che altro, perché si dice che, come persona astratta che egli era e fuor di squadra dall’altre, andò per tutta Italia disegnando e ritraendo ogni cosa di pittura e di rilievo, e così le buone come le cattive… le quali fatiche furono cagione che egli fece quella maniera così pazza e strana».

Questa citazione dalla Vita di Bartolomeo da Bagnacavallo e d’altri Pittori Romagnuoli è tratta dall’edizione del 1568 delle Vite del Vasari. Il “praticaccio inventore” era Amico Aspertini, ma Vasari allarga il suo caustico giudizio a tutti gli altri pittori bolognesi a lui contemporanei definendoli con “il capo pieno di superbia e di fumo”. Non solo: nella Vita di Michelangelo aggiunge la velenosa nota per la quale il Buonarroti avrebbe lasciato Bologna dopo solo un anno di permanenza perché lì “perdeva tempo”. Continua a leggere

Il codice di Leonardo agli Uffizi

 

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IN MOSTRA AGLI UFFIZI IL CODICE LEICESTER DI

LEONARDO DA VINCI

ANTEPRIMA TOP PER LE CELEBRAZIONI LEONARDIANE

 

Il celebre manoscritto ritorna a Firenze dopo un quarto di secolo,

accompagnato da molti altri disegni del genio di Vinci.

Firenze, Uffizi

30 ottobre 2018 – 20 gennaio 2019

Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci a Firenze come anteprima di assoluta grandezza delle celebrazioni leonardiane che si svolgeranno in tutto il mondo nel 2019 in occasione dei 500 anni dalla morte di una delle figure-icona della storia dell’umanità.

La mostra, L’acqua microscopio della natura. Il Codice Leicester di Leonardo da Vinci, a cura di Paolo Galluzzi, è frutto di oltre due anni di preparazione, e presenta eccezionali apparati tecnologici per poter consultare il codice così come numerosi altri preziosi fogli vinciani, e non solo.

Un progetto delle Gallerie degli Uffizi e del Museo Galileo realizzato col determinante contributo di Fondazione CR Firenze.

La mostra si avvale inoltre del patrocinio e del contributo del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci.

 Il tema centrale dell’esposizione è l’acqua, elemento che affascina Leonardo. L’artista svolge indagini straordinariamente penetranti per comprenderne la natura, sfruttarne l’energia e controllarne i potenziali effetti rovinosi. Il Codice Leicester contiene riflessioni innovative anche su altri temi: soprattutto sulla costituzione materiale della Luna e sulla natura della sua luminosità, e sulla storia del pianeta Terra, nelle sue continue e radicali trasformazioni.

Il Codice Leicester è un’opera fitta di annotazioni geniali e di disegni che Leonardo vergò in gran parte tra il 1504 e il 1508: una stagione davvero magica della storia di Firenze, con la presenza contemporanea in città di grandissimi personaggi delle lettere, delle arti e delle scienze, che Benvenuto Cellini la battezzò, genialmente, “La Scuola del Mondo”. Per Leonardo, furono anni di intensa attività artistica e scientifica. In quel periodo effettuava infatti studi di anatomia nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, cercava di mettere l’uomo in condizione di volare, era impegnato nell’impresa, poi non condotta a termine, della pittura murale raffigurante la Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio, e studiava soluzioni avveniristiche per rendere l’Arno navigabile da Firenze al mare.

Per il Codice Leicester si tratta del secondo ‘viaggio’ a Firenze, in quanto fu esposto nel 1982 (quando era ancora denominato Codice Hammer) nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi).

I 72 fogli del Codice saranno esposti nell’Aula Magliabechiana degli Uffizi. Grazie a un innovativo sussidio multimediale, il Codescope, il visitatore potrà sfogliare i singoli fogli su schermi digitali, accedere alla trascrizione dei testi e a molteplici informazioni sui temi trattati. Avrà inoltre a disposizione un vasto corredo di filmati digitali realizzati dal Museo Galileo, i quali, oltre che in mostra, saranno consultabili sui siti web degli Uffizi e del Museo Galileo.

Oltre al Codice Leicester, l’esposizione offre alcuni spettacolari disegni originali di Leonardo e fogli da codici di straordinaria importanza, realizzati in quegli stessi anni: il Del moto et misura dell’acqua dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, (la silloge seicentesca di disegni sulla natura e sui moti dell’acqua tratti dai manoscritti vinciani) che integra le note e gli schizzi vergati sugli stessi temi nel Codice Leicester; il celeberrimo “Codice sul volo degli uccelli”, eccezionalmente concesso in prestito dalla Biblioteca Reale di Torino, compilato negli stessi mesi nei quali Leonardo realizzava il Codice Leicester; quattro spettacolari fogli del Codice Atlantico, prestati dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, che illustrano gli studi vinciani sulla Luna, molto attinenti ai temi trattati nel Codice Leicester, e dove è illustrata l’invenzione della gru con cui Leonardo intendeva velocizzare le operazioni di scavo del canale navigabile che doveva collegare Firenze al mare. Infine, due preziosi bifogli del Codice Arundel della British Library, con rilievi del corso dell’Arno nel tratto fiorentino, dove sono indicate puntualmente posizione e misure dei ponti allora esistenti e sottolineate le analogie tra moti dell’acqua e moti dei venti, sulle quali Leonardo insiste nel Codice Leicester.

A questa eccezionale esposizione di fogli originali di Leonardo, si aggiunge la presenza in mostra di numerosi manoscritti di grande bellezza e importanza e di rarissimi incunaboli che contengono testi utilizzati da Leonardo per la compilazione del Codice Leicester. Tra questi merita sottolineare almeno lo splendido codice della Biblioteca Medicea Laurenziana contenente il Trattato di architettura di Francesco di Giorgio Martini, sulle cui carte Leonardo vergò dodici annotazioni che vedono al centro, ancora una volta, i moti dell’elemento acqua.

Complessivamente saranno quindi esposti in mostra oltre 80 fogli e il Codice sul volo degli uccelli di mano di Leonardo, oltre a 10 preziosi volumi tra manoscritti e incunaboli.

“L’esposizione del Codice Leicester di Leonardo, insieme ad altri preziosissimi disegni e scritti del genio di Vinci – afferma Eike Schmidt, Direttore degli Uffizi – dimostra il nostro impegno nel rendere accessibili tematiche molto complesse della ricerca scientifica, e nel contestualizzare episodi fondamentali di storia della scienza in una prospettiva del tutto contemporanea”.

“Il Codice Leicester – dichiara il Direttore del Museo Galileo Paolo Galluzzi – frutto dell’ormai acquisita maturità come artista raffinatissimo, penetrante osservatore della natura, ingegnere capace di concepire progetti di straordinario ardimento e interprete originale dei fenomeni più significativi del macrocosmo e del microcosmo, offre una visione intrigante della vastità inaudita degli orizzonti esplorati dalla mente di Leonardo. Una mente protesa a raccogliere le sfide più complesse e a mettere in discussione le conclusioni stabilite dagli autori più accreditati della tradizione. Compilato nella fase più creativa della propria esistenza, nel cuore di una Firenze allora vera e propria ‘Scuola del mondo’, il prezioso manoscritto documenta l’ossessione conoscitiva di Leonardo per l’elemento acqua, per i suoi movimenti vorticosi, per la forza plasmatrice e la potenza distruttrice che la caratterizzano. Con continui rimandi a Firenze, al suo impianto urbano e al suo fiume, risorsa e al tempo stesso minaccia per le comunità che ne popolano le rive. La mostra invita a compiere un viaggio in un tempo di visioni ardimentose, di progetti avveniristici, di manifestazioni del pensiero di inarrivabile genialità”.

“Sosteniamo con entusiasmo – osserva il Presidente della Fondazione CR Firenze Umberto Tombari – questa grande mostra che, di fatto, apre con ampio anticipo le celebrazioni dedicate a Leonardo. Fin dalla nostra nascita, 25 anni fa, abbiamo sempre destinato all’arte e alla cultura una parte significativa delle nostre erogazioni ed è importante collaborare con due istituzioni prestigiosissime in una esposizione di questo livello che unisce al rigore scientifico un ricco apparato multimediale. Questo aspetto è oggi, ancora più che in passato, determinante per favorire la comprensione dell’arte anche ai non addetti ai lavori ed in particolare di un’opera come questa che non è immediatamente comprensibile in tutti i suoi molteplici livelli di lettura. La nostra Fondazione si sta impegnando molto nel campo della formazione e dell’educazione dei giovani e la presentazione del Codice Leicester si colloca perfettamente in questo percorso. L’esposizione segna anche una nuova tappa della nostra lunga e fruttuosa collaborazione con il più importante museo italiano e col Museo Galileo la cui équipe, coordinata dal Prof. Galluzzi, ha realizzato una innovativa edizione digitale della grande mappa del cartografo tedesco Martin Waldseemüller, il più antico documento (1507) nel quale compare il nome America in omaggio ad Amerigo Vespucci. Un grande progetto che abbiamo presentato lo scorso anno, con grande successo, alla Library of Congress di Washington D.C.”.

 

Esposizione dal 30 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019

Catalogo in italiano e in inglese, pubblicato da Giunti Editore.

 

Contatti per la stampa:

Opera Laboratori Fiorentini – Civita

Andrea Acampa – Tel. 055 290383 – Cell. 348 175 5654 – a.acampa@operalaboratori.com

Gianni Caverni – Tel. 055 290383 – Cell. 347 7818134 – g.caverni@operalaboratori.com

Fondazione CR Firenze

Riccardo Galli – Responsabile Relazioni e Comunicazione Istituzionale – Ufficio Stampa

Via Bufalini, 6 – 50122 Firenze

Tel. + 39 055 5384.503 – Cell. + 39 335 1597460

Fax + 39 055 5384.756

riccardo.galli@fondazionecrfirenze.it

Nuovo allestimento della sala di Gentile da Fabriano agli Uffizi

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UFFIZI: NELLE SALE 5-6 DI NUOVO VICINE

LE ADORAZIONI

DEI MAGI

DI GENTILE DA FABRIANO E LORENZO MONACO

 Firenze, 25 settembre 2018

I due capolavori di inizio Quattrocento tornano a dialogare. Dopo la sala 7, ritorna anche nelle sale 5-6 la sistemazione classica, messa in opera negli anni Cinquanta del Novecento dall’allora direttore Roberto Salvini.

L’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano è stata una delle opere chiave della mostra Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento, che si è conclusa il 23 settembre scorso. Continua a leggere

LA GERUSALEMME DI SAN VIVALDO

 

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LA GERUSALEMME DI SAN VIVALDO

 A cinquecento anni dalla lettera d’indulgenza di Papa Leone X

a cura di Francesco Salvestrini e Pierantonio Piatti

 EDIZIONI POLISTAMPA FIRENZE

Sabato 22 Settembre 2018, ore 10.30, Palazzo Comunale di Montaione

 

 

Sabato 22 settembre avrà luogo a Montaione la presentazione del volume sopra riportato. La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito delle celebrazioni per i 500 anni della “Gerusalemme” di San Vivaldo avvenute nel 2017. Continua a leggere

Voci Fiorentine alla galleria dell’Accademia

Voci Fiorentine - invito 18 settembre 2018 - Carlo Sisi - 1

 Incontri ravvicinati con l’arte: Carlo Sisi presenta

il “Monumento funebre a Virginia de Blasis”


di Luigi Pampaloni

 

 Galleria dell’Accademia di Firenze,

martedì 18 settembre 2018 ore 19.30

 

Nel corso delle aperture serali estive, previste il martedì dalle 19.00 alle 22.00, fino al 25 settembre 2018, il Direttore della Galleria dell’Accademia di Firenze, Cecilie Hollberg, ha il piacere di offrire un ciclo di undici incontri, tenuti da importanti personalità dell’arte e della cultura fiorentina, ciascuno dedicato ad approfondire un’opera delle collezioni del Museo.

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