Marco Beconcini al Palazzo Ghibellino di Empoli


 

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Ritrovarlo dopo 50 anni, è stato fantastico. Tutti e due con il delirio degli anni addosso, ma rimasti uguali. Lui in più dipinge acquarelli, è un pittore. Ma è anche un filosofo di vita, e di luce e di spazio. La meraviglia salverà il mondo, e ci lega all’infinito, mi fa, socchiudendo gli occhi.

Questi acquarelli sono carte d’alchimia, il risultato d’incontri fra le trame mai uguali della carta Fabriano, i canali millesimali dove le acque intrise di colore vanno a cercare le loro strade. E dove si fermano e si lasciano morire nell’asciugarsi sul foglio.

C’è il mare, preso d’orizzonti senza la fine, appena illuminato da una vela lontana, o l’intrico dei tetti, roventati dal sole toscano.

E il cavaliere in cerca della sua dama, che si staglia verticale su orizzonti lontani.

Perchè questa tecnica, difficile a domarsi, più instabile di altre, più trasportabile all’aperto, come sapeva bene un Turner, che con la cassettina di colori girò il mondo intero.

Perchè quando lavoro non sono mai solo. C’è una presenza con me. Forse il Dio degli uomini, che mi assiste guidando il moto del caso, che è ha le sue leggi che ancora non conosciamo.

E la firma che metto alla fine è come una liberazione, che certifica un equilibrio raggiunto.

E c’è anche piazza dei Leoni, che è appena fuori l’antico Palazzo, vista in un controluce viola sul bianco dei marmi sulla Collegiata.

Paolo Pianigiani, settembre 2016


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Gli atti del Convegno un anno dopo

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A distanza di un anno dal Convegno “Da Caravaggio, il San Giovanni Battista Costa e le sue copie”, che si tenne a Empoli, nella Chiesa conventuale di Santo Stefano degli Agostiniani, sono stati pubblicati gli Atti, e saranno presentati sabato prossimo 11 Giugno nella stessa Chiesa che gli empolesi chiamano “Santagostino”, con la partecipazione di alcuni relatori e la presentazione dell’evento da parte di Bruno Santi.

Come si ricorderà il Convegno fu ideato da Walfredo Siemoni e promosso dalla Misericordia di Empoli.

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I 350 anni della Saint-Gobain

Versailles, la Galleria degli Specchi

Versailles, la Galleria degli Specchi

Una storia lunga 350 anni: la Saint Gobain

di Paolo Pianigiani

Siamo nella seconda metà del ‘600, in Francia. Luigi XIV, il Re Sole, governa sui francesi e sull’Europa con sfarzo e magnificenza. Il suo ministro alle finanze, Jean Baptiste Colbert, ha le idee molto chiare. La Francia deve essere il faro del mondo, e la sua economia assolutamente la prima, in tutti i settori. In modo da ridurre al massimo le importazioni, in particolar modo quelle relative agli articoli di lusso, così necessari ai cerimoniali e agli arredi della corte reale.

Come fare? Semplice, creare aziende specializzate, dotarle di privilegi e farle prosperare, garantendo commesse e protezioni nel tempo. Continua a leggere

La ‘Deposizione della Croce’ di Cigoli e la copia di Anton Domenico Gabbiani: note sul collezionismo del Gran Principe Ferdinando de’ Medici

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Sabato 21 Marzo 2015, in anticipo sul programma, si è tenuto l’atteso incontro con lo storico dell’arte Riccardo Spinelli. L’ambito è quello de “I luoghi e la città”, al Cenacolo degli Agostiniani, una serie di incontri di approfondimento e diffusione di cultura artistica locale, tenuti da specialisti di chiara fama e curati da Cristina Gelli.

Specialista del periodo dal 500 al 700, in particolare di area fiorentina e del collezionismo mediceo, Riccardo Spinelli è stato con Antonio Natali il curatore della mostra sul Gran Principe Ferdinando, che qui ricordo in un video della Rai.

Fu grazie a questa mostra, benedetta, per la quale fu richiesto il trasferimento in prestito a Firenze della pala d’altare del Gabbiani che sta in Santagostino, che si pervenne alla bella scoperta dell’affresco, d’autore ancora misterioso, che stava sotto la tela del Gabbiani, copia data in cambio ai confratelli della Compagnia della Croce, nell’ambito della trattativa intercorsa fra l’emissario di Ferdinando, Filizio Pizzichi. Abate, cappellano di corte, pittore a tempo perso, illustratore di testi scientifici (del grande Francesco Redi), e pure scacciademòni. Lo troveremo ancora sulla nostra strada, prossimamente. Ma intanto, è da dire, fu lui a portarci via il nostro bel Cigoli, in cambio di 600 scudi d’oro, di promesse d’aiuto in bèghe con i frati, padroni di casa in Santagostino, poi non mantenute, e la copia peraltro magnifica del pittore di corte Gabbiani.

Data la vicinanza dei luoghi, sarebbe stato interessante una visita finale nell’oratorio della Croce, a due passi dalla ex mensa degli Agostiniani, dove le due Deposizioni stanno una di fronte all’altra: quella del Cigoli, copia stampata e riprodotta su tela a grandezza naturale, e l’altra, la copia del 1690 del Gabbiani, di cui si parla. Ma Santagostino era chiusa e non se n’è fatto di nulla. Peccato, sarebbe stato interessante veder le differenze; anche perché dalle foto presentate a corredo, di qualità non eccezionale, non si è capito moltissimo. Ma ci sarà il tempo e il modo di farlo, in un’altra occasione. Continua a leggere

1842: L’inventario di Carlo Pierotti, nella trascrizione di Paolo Pianigiani

Devo la possibilità di aver compilato questa trascrizione dell’inventario steso con pazienza ed estremo rigore dal prete Carlo Pierotti, parroco di Sant’Andrea a Botinaccio, e presente in originale e copia autografa nell’archivio della Parrocchia, ai miei amici Alessandro Naldi e Walfredo Siemoni, che mi hanno prestato le riproduzioni in loro possesso degli originali. La scrittura di don Pierotti è chiarissima e i pochi punti controversi sono stati sciolti dal confronto delle due versioni disponibili. Sono arrivato a circa metà strada di questo lavoro, che non è di poco conto: spero di terminarlo entro il corrente anno. Servirà, è sperabile, a qualche studioso che vorrà ripercorrere la storia della nostra Chiesa Maggiore, tenendo come ferma la situazione degli oggetti sacri custoditi nelle varie cappelle, nell’anno 1842, quando fu fatta la presente ricognizione: un ventennio prima della costituzione del primo nucleo di quello che diverrà il Museo della Collegiata, e che troverà spazio nell’antico oratorio della compagnia di San Lorenzo.

Paolo Pianigiani

Navata della Collegiata di Sant'Andrea a Empoli - Foto di Marcantonio Perugino

Navata della Collegiata di Sant’Andrea a Empoli – Foto di Marcantonio Perugino

Inventario

Di tutti gli oggetti, che sono di proprietà, e che si ritrova la Venerabil’Opera della Chiesa Collegiata di S. Andrea d’Empoli, compilato nell’Ottobre dell’anno milleottocentoquarantadue dal Prete Carlo Pierotti, Paroco della chiesa di S. Andrea a Bottinaccio, come uno dei Componenti la Magistratura della detta Venerabil’Opera, e a ciò espressamente deputato dagli altri suoi Colleghi, e rappresentanti l’Opera stessa, con partito de’ due Luglio dell’anno 1842; e fatto con l’assistenza dell’Eccellentissimo Sig. Dott. Lorenzo Neri Provveditore dell’Opera summentovata.

La Chiesa principale della Terra d’Empoli, è la Propositura sotto il titolo di S. Andrea Apostolo, Chiesa distinta e per l’antichità, mentre dicesi esistere fino dal quarto secolo, e per la forma interna, mentre oltre la ricchezza del pietrame, un buon dipinto soffitto rappresentante il Paradiso,  e un bel variato pavimento di marmo è bene architettata a croce greca a una sola navata lunga braccia 57  dal Presbiterio alla porta di fondo e larga braccia ventidue nella sua maggiore strettezza, ed è distinta per l’esterna facciata, ch’è ricca di marmo di Carrara, di verde di Prato, e di quattro lastroni di marmo fingiti o diafani. Continua a leggere

Luisa Bolleri, una lettura di “Empolesi brava gente” di Paolo Pianigiani

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EMPOLESI BRAVA GENTE – PAOLO PIANIGIANI – IBISKOS EDITRICE RISOLO

Un libro così mancava. Sì, perché una raccolta di storie, episodi e aneddoti su Empoli e alcuni suoi cittadini più illustri,ancora non c’era. E allora eccola, una silloge di racconti di memoria locale, che avrà certamente un seguito, e lo merita a pieno titolo, dato che di personaggi degni di essere ricordati Empoli ne ha avuti tanti nel corso della sua storia, e quando sembra conclusa la lista già compare un altro nome a reclamare degnamente il proprio posto di protagonista.

Un piacevole excursus, questo di Paolo Pianigiani con il suo “Empolesi brava gente” – edito da Ibiskos Editrice Risolo – nella storia di Empoli,a partire dal famoso Congresso di Empoli del 1260 in cui Farinata degli Uberti si oppose alla distruzione di Firenze, e poi giù fino ai giorni nostri. Un pescare un po’ casuale tra i tanti rivoli della memoria vicina e lontana, ma sempre lavorando con metodo e passione, inseguendo sempre la verità,dentro archivi rari, alla minuziosa ricerca di carte e documenti storici adatti al caso nostro. Raccontarci poi quelle storie, trasformate dal tempo e dalla sapienza popolare in aneddoti o leggende, farci conoscere alcuni personaggi ai quali sono intitolate piazze e vie – molti conosciuti agli empolesi di oggi solo per il nome – e soprattutto riuscire a farlo non in modo freddo e accademico, da “studioso di storia con la barba” (…); trascrivere per noi, con entusiasmo e premuroso interessamento, quegli stessi avvenimenti tramandati dai nostri nonni o dai loro avi, come se il filo conduttore della storia comune non potesse mai spezzarsi e riuscisse a tenerci tutti uniti, custode di un qualcosa di prezioso che non ci farà mai perdere la nostra tipica essenza e unicità.

Paolo Pianigiani ci narra, in una chiave diversa, storie della nostra Empoli, di cui già sapevamo che si è sviluppata in una piana lungo l’Arno, con il tempo crocevia di viaggi e di soste, attraversata dalla via Francigena verso Roma e la Francia, dalla via Salaiola (strada del sale) verso Volterra, importante bacino fluviale e poi ferroviario, e che è stata sottomessa sì, ma mai si è arresa… Questo libro migliora le nostre conoscenze di storia locale, ci fa far pace con chi eravamo, con i nostri difetti lievi e meno lievi, e con le nostre peculiarità.

Il narratore elogia il nostro senso di appartenenza a una cittadina, fortunatamente rimasta ancora oggi a misura d’uomo, senza però voler esasperare il campanilismo che ci ha storicamente contrapposto ai comuni vicini (vedasi S.Miniato, Fucecchio, etc.). Ci assolve alla fine, noi empolesi, dandoci del “brava gente”, perché in fondo lui, da bravo storico, non vuole giudicare nessuno, ma soltanto raccontare la verità, incuriosirci e trasmetterci semmai quelle preziose emozioni che per lui,avvezzo alla curiosità e alla scoperta, sono cosa di tutti i giorni.

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Una tavola misteriosa a Santa Maria a Ripa

Una tavola misteriosa a Santa Maria a Ripa

di Odoardo Hillyer Giglioli

da “Empoli Artistica”,

Francesco Lumachi Editore, Firenze 1906

 

Tra le pitture voglio cominciare con una tavola non ricordata nell’inven­tario della chiesa, appesa ad una parete presso la sa­crestia. Sembra che il tempo e l’ignoranza degli uomini abbiano escogitato tutti i mezzi per offendere questa pittura sudicia, tarlata, solcata da due grossi spacchi longitudinali, con il colore che sta per cadere a pezzi in più punti. Malgrado, lo stato di rovina che lascia uno sconforto nell’animo, il quadro mi parve subito così interessante, che lo feci trasportare nel vicino chiostro per fotografarlo ed esaminarlo a mio agio. Mi accorsi d’essere davanti ad un artista fioren­tino, che dipingendo sul declinare del XV secolo, deri­vava dalla scuola di Domenico Ghirlandaio, essendo ancora ligio alla tradizione Castagnesca. Se il colorito della sua tempera è monotono, se il disegno, secco, incisivo, non è sempre corretto, vi è una testa, quella della Madonna, che nella nobiltà del suo dolore s’im­pone su tutta quanta la scena, come opera d’arte di prim’ordine. È descritta più che dipinta questa soffe­renza materna negli occhi lacrimosi contemplanti il corpo esanime del Cristo che la Madonna sorregge sulle ginocchia. Continua a leggere

Loris Fucini, catalogo a cura di C. Pacher

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Introduzione

Si pensa istintivamente al primo ambiente figurativo del « Cavaliere azzurro » di Monaco, alle pitture e agli schizzi semi-astratti e cromaticamente intensi di Kandinsky, che ri­tengono qualche cosa della tematica e dell’ordine reali e nei quali gli oggetti ancora riconoscibili sono diventati meta­fore poetiche. Anche nei quadri di Fucini sembra che la realtà abbia imparato dall’arte, più che l’arte dalla realtà. Ma al cli­ma pittorico del « Cavaliere azzurro » appartengono anche Franz Marc, con le sue costruzioni mistico-interiori, e August Macke, con la sua arte dell’equilibrio a contrappunto: e in­fine Paul Klee, che nei segni della sua palingenesi grafica e coloristica indica la via di una nuova creazione della natura. Continua a leggere

Jan Vladislav, la poesia in esilio

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Questa volta vi racconto di un poeta che ho avuto la fortuna di conoscere: Jan Vladislav. Jan è scomparso nel 2009, nella sua Praga. Nel 2004 lo incontrai per la prima volta e fu un incontro di quelli che non si dimentica. Mi concesse una lunga intervista, pubblicata su “Cartevive”, Anno XVI, n. 1 (37), giugno 2005.
Si parlò della sua traduzione dei Canti Orfici,  di Dino Campana.
Eccone alcune parti.
Paolo Pianigiani:
Jan, come hai conosciuto Dino Campana?
Jan Vladislav:
Intanto ti dico subito che Dino Campana è fra i miei poeti preferiti. Quando ho deciso di tradurre i Canti Orfici non avevo riferimenti di altre traduzioni, sapevo di essere il primo ad avventurarmi in quella impresa. Ho letto le prime notizie su Campana nella Storia della Letteratura Italiana di Francesco Flora, in quattro volumi, nel 1942, nella Biblioteca Nazionale di Praga. In questo libro Campana viene avvicinato ai due maggiori poeti italiani contemporanei, Montale e Ungaretti, che poi ho avuto la fortuna di conoscere. Ho anche tradotto, in lingua ceca, alcune delle loro opere. Ho visto le prime poesie del poeta di Marradi sull’Antologia della Poesia Italiana Contemporaneadello Spagnoletti, nel 1960. I Canti Orfici, che ho letto nella edizione del 1962, quella curata dal Falqui, mi hanno colpito subito per la loro novità, per le immagini allucinate, per le visioni, per il ritmo dei versi e delle brevi prose.
P.P.:
Sei uno dei maggiori traduttori del tuo paese, oltre che poeta e saggista. Hai tradotto i sonetti di Shakespeare, le poesie di Verlaine, Butor, i classici italiani… Come ti sei avvicinato alla poesia?
Jan V.:
 La poesia fa parte della mia vita. Quando avevo 11 anni mi è capitata fra le mani una rivista che conteneva corsi di tre lingue diverse. Da lì, probabilmente, è nato il mio interesse per la traduzione.Portare ai lettori del mio paese poesie e romanzi scritti da scrittori lontani: questa è stata la mia, difficile, missione. Ho sempre letto poesia, in particolare tedesca e francese. I francesi erano molto letti, ai miei tempi, in particolare Rimbaud e Verlaine, naturalmente, ma anche Apollinaire, che aveva vissuto a Praga. La lingua italiana l’ho imparata da solo, quando lavoravo come assistente in una biblioteca. C’era un solo libro in lingua italiana, il Canzoniere del Petrarca. Ho cominciato ad imparare l’italiano su quel libro. Inoltre, come scrittore non allineato, l’attività di traduttore era la sola che poteva consentirmi di lavorare. La censura era più tollerante verso le mie traduzioni, che verso i testi originali. Almeno finché non mi hanno impedito di pubblicare, dal 1970 in poi, anche le traduzioni.
P.P.:
Parlami della pubblicazione dei Canti Orfici a Praga, in quell’anno che nessuno può dimenticare, il 1968, l’anno dei carri armati.
 
Jan V.:
Certamente era un periodo di grande curiosità e interesse per la cultura occidentale, nel mio paese.
L’apertura, non solo politica, della Prima vera di Praga, permetteva di avvicinare autori in precedenza non permessi dalla censura. Tutto finì, come tu sai, con i carri armati russi. Dopo fu ancora peggio. La piccola edizione in lingua ceca dei
Canti Orfici, “Šílený Orfeus”, (letteralmente: Orfeo Pazzo) uscì nella collana di poesia Květy Poezie della casa editrice praghese Mladá Fronta, in 3.000 copie, che furono esaurite in 2 mesi. Ricordo che ebbi un premio per quella traduzione,
dall’editore.
Avevo già pronta anche la traduzione di una antologia di Montale, ma dopo l’arrivo dei russi, pubblicare per me era diventato impossibile. È uscita recentemente, nel 2001, a Praga, con il titolo Anglický roh, (Il corno inglese).

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