Il trapano in scultura, un convegno al Bargello e a Palazzo Strozzi

“Una storia affascinante”: al Museo Nazionale del Bargello e Palazzo Strozzi un convegno racconta la storia del trapano in scultura

«A fascinating story»: questo il titolo del convegno che avrà luogo al Museo Nazionale del Bargello (lunedì 20 maggio) e a Palazzo Strozzi (martedì 21 maggio) e che racconterà la lunga storia dell’uso del trapano in scultura, dall’antico Egitto al Novecento.

Organizzato da Paola D’Agostino (Musei del Bargello) e Lucia Simonato (Scuola Normale Superiore), il convegno è ispirato ad una intrigante osservazione del grande storico dell’arte Rudolph Wittkower, il quale ricordava che una storia del trapano deve ancora essere scritta, ma promette di essere una storia molto affascinante.

Le curatrici hanno voluto coinvolgerestudiosi di rinomata fama internazionale, tra cui Nicholas Penny e Jennifer Montagu, così come giovani promettenti ricercatori, per affrontare i numerosi aspetti e lo sviluppo dell’uso del trapano non solo nella scultura marmorea, ma anche nella produzione fittile, nell’intaglio ligneo e nella glittica, offrendo, grazie a ben 18 interventi distribuiti nelle due giornate, una panoramica quanto mai estesa ed aggiornata sull’argomento.

L’incontro scientifico indagherà pertanto la storia di questo strumento nei suoi snodi tecnici fondamentali, mostrando come gli artisti hanno reagito e hanno adattato di volta in volta le proprie scelte e il proprio stile alle possibilità offerte da una simile risorsa. Gli interventi degli studiosi non mancheranno naturalmente di far risaltare il valore e l’importanza del contributo di alcuni indiscussi protagonisti e veri “virtuosi” del trapano in scultura, quali Giovanni Pisano, Gianlorenzo Bernini, Antonio Canova e Adolfo Wildt.

In particolare, nel pomeriggio di lunedì 21 maggio, la sessione ospitata presso il Museo Nazionale del Bargello si concluderà con una close up section, un momento di osservazione ravvicinata di alcune opere particolarmente significative presenti nelle rinomate collezioni di scultura del museo, offrendo la possibilità di verificare “di prima mano” i caratteri e i problemi interpretativi suscitati dallo studio delle opere da questo inedito punto di vista.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Info:

http://www.bargellomusei.beniculturali.it

Ufficio Comunicazione e Promozione
Musei del Bargello
tel 055- 0649460
mn-bar.comunicazione@beniculturali.it

Annunci

Carlo Battaglia alla Galleria il Ponte


Grannus, 1972,  tempera e olio su tela, cm 140×270

CARLO BATTAGLIA

Pittura 1969 – 1979

a cura di Marco Meneguzzo

Galleria Il Ponte – Firenze

17 maggio – 19 luglio 2019

inaugurazione: venerdì 17 maggio, h 18:00 pm

«Per tutta la sua vita artistica, Carlo Battaglia si è battuto per evitare di essere considerato un artista d’avanguardia. Ma non è sempre stato creduto, tanto che per quasi tutti gli anni settanta si è trovato a rappresentare quella tendenza che oggi si identifica con la “Pittura analitica”, e che allora si chiamava anche “Nuova Pittura” o “Pittura pittura” […]. Ma sicuramente la sua presenza deve apparire eterodossa rispetto ai dettami teorici di quella analiticità, e anzi deve essere vista come una possibilità “altra”[…]».

La galleria Il Ponte conclude la stagione espositiva – prima della pausa estiva – con una personale dedicata alla pittura di Carlo Battaglia presentando quindici grandi opere dal 1969 al 1979.

Il suo lavoro di questo decennio rappresenta comunque un vertice assoluto nell’ambito della “Nuova Pittura”, marcando quello che è l’elemento distintivo degli artisti italiani, che in quegli anni si ritrovano in quest’ambito. Infatti pur sviluppando ognuno una propria linea, è evidente come il loro lavoro tragga origine dalla grande tradizione pittorica italiana.

«La sua rappresentazione non è imitazione: quest’ultimo termine è negativo, il primo costituisce invece la grande tradizione della pittura […]. In pittura, rappresentare un mondo… significa creare un mondo con gli strumenti a disposizione della pittura, non imitarlo: è quella che egli ha definito “immagine parallela”, vale a dire un equivalente della sensazione, ottenuto attraverso gli strumenti linguistici e disciplinari che ciascuno di noi si è scelto per vivere, prima ancora che per comunicare[…]. Tutta la sua pittura è sempre e solo rivolta a creare il mondo in cui si sentiva immerso».

Le due citazioni sono tratte dal testo di Marco Meneguzzo in Carlo Battaglia. Catalogo ragionato, a cura di Marco Menguzzo e Simone Pallotta, Silvana Editoriale, Milano 2014

Carlo Battaglia nasce nell’isola de La Maddalena nel 1933, trascorre l’infanzia a Genova e poi si trasferisce a Roma; solo per pochi anni da adolescente (1943-1947) vive nella sua amata isola, anni che però lasceranno indelebili tracce nella sua memoria visiva.   Dopo gli studi classici, frequenta l’Accademia di Belle Arti, indirizzo scenografia, con interessi verso il teatro e il cinema, ma vi scopre la pittura e grazie a Toti Scialoja si innamora di quella americana (particolarmente Jackson Pollock cui dedica la sua tesi). Si forma copiando i Maestri, soprattutto Matisse e inizia a viaggiare, Kassel, Parigi (dove vive nel 1962 per una borsa di studio), Londra, New York. La prima sua personale si tiene nel 1964 a La Salita di Roma; nel 1966 espone nel Salone Annunciata di Carlo Grossetti a Milano, al quale sarà sempre riconoscente per averlo preso sotto le ali della sua galleria d’avanguardia. L’anno seguente, in un soggiorno oltre oceano – New York, dove lavora in uno studio a Canal Street – stringe amicizia con artisti quali Reinhardt, Motherwell e soprattutto Mark Rothko, che nel 1965 a Roma, era stato per due mesi ospite suo e di sua moglie, Carla Panicali – collezionista, mercante, fondatrice  della galleria L’Isola a Roma – che sposerà nel 1972. Lavora ai motivi dell’”ambiguità” e dell’”illusione” del mondo visibile con una serie di quadri Misterioso, Vertiginoso, Visionario,che trattano i rapporti di pieno e vuoto fra i grattacieli e il cielo, il gioco dei riflessi sulle pareti di cristallo degli edifici. Nel 1970 espone le Maree (tema che gli sarà assai caro per tutta la sua vita) alla XXXV Biennale di Venezia in una sala personale. Dagli anni Settanta partecipa a tutte le mostre più importanti in Italia e in Europa della “Nuova Pittura” o “Pittura Analitica”. Nel 1973 espone allo Studio La Città di Verona (Iononrappresento-nullaiodipingo); nel 1974 a Palazzo Grassi a Venezia tiene una grande antologica, come a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, e all’Hirshorn Museum a Washington; nel 1975 partecipa alla mostra Pittura analitica, Galleria La Bertesca a Dusseldorf,  con A proposito della pittura allo Studio Soldano di Milano, e all’I.C.C. ad Anversa; nel 1976 espone da Daniel Templon a Parigi (Peinture) e nel 1977 al Boymans Museum di Rotterdam; nel 1978 alla Kunsthalle di Dusseldorf, alla XXXIX Biennale di Venezia e nel 1982 alla Hayward Gallery di Londra. Nel 1980 è invitato con una sala personale alla XL Biennale di Venezia; espone  nuovamente a Milano, allo Studio Grossetti. L’anno seguente è presentato a Roma dalla galleria L’Isola (che lo vedrà protagonista fino a tutti gli anni Novanta). Da questo momento ricerca l’isolamento, tra Roma, New York e la Maddalena dove rimane definitivamente. Nella seconda metà degli anni Ottanta tiene esposizioni da Marconi (Milano, 1986); Deson-Saunders (Chicago, 1989); Rossi & Rossi (Londra, 2001); Villa Vogel (Firenze, 2003, in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci – Prato); Jason McCoy (New York, 2004-2005). Torna a lavorare con la tempera all’uovo come gli antichi e le sue opere pur apparendo una rappresentazione del mondo visibile, trattando i temi del mare, della pioggia, della grandine, creano un’”immagine parallela”. La pittura come metafora del paesaggio, il paesaggio come metafora della pittura. A tre anni dalla morte – che avviene nel 2005 – la moglie Carla Panicali,  avvia il lavoro di catalogazione della sua opera, prima della sua stessa morte nel 2012, sempre alla Maddalena.  
 

Marta Questa: Il Monastero dello Spirito Santo a Firenze

Firenze possiede una miriade di spazi in penombra, attraversati da secoli di memorie sommerse, abitati da personaggi di cui merita portare alla luce il loro ricordo perché resti memoria di quello che hanno compiuto a favore del prossimo. Ritornare un po’ indietro nel tempo ci permette di poter raccontare di coloro che , anche se poco conosciuti, hanno contribuito a cambiare un po’ la storia ed a renderla migliore.

Era il 7 maggio 1937 quando  Leto Isidoro Maria Casini, ordinato sacerdote nel 1928, fu nominato parrocco della Chiesa di San Pietro a Varlungo che all’epoca contava circa duemila abitanti. Nell’ ottobre del 1943 fu incaricato dall’ arcivescovo Elia Dalla Costa di prestare assistenza agli ebrei, vittime delle leggi razziali, dichiarati nemici della patria e come tali, condannati allo sterminio.

Dal 1933 le cose erano molto cambiate. Mentre in quell’ anno Benito Mussolini in una intervista, concessa allo storico austriaco Ludwig, aveva lodato ripetutamente gli ebrei, qualificandoli come cittadini esemplari, tanto da affidare loro incarichi di alta responsabilità nella scuola , nell’esercito e nelle finanze ed anche nelle accademie, da lì a poco seguì  il voltafaccia, a seguito delle leggi razziali, emanate da Hitler a partire dal 1935,  e del patto d’ Acciaio del 1939 tra Regno d’ Italia e Germania nazista. In pochi anni da cittadini esemplari gli ebrei divennero indesiderabili, privati di qualsiasi posto di responsabilità ed in ultimo dichiarati ostili e nemici della patria. Ci fu tra di loro chi riuscì ad eclissarsi, ma tanti furono gli ebrei che, a partire dall’ otto settembre del 1943, a seguito della dichiarazione dell’ armistizio dell’ Italia, si riversarono in massa nel territorio italiano, sicuri che a breve sarebbe stato occupato  dalle forze alleate, lontani dal pensare che il paese sarebbe finito, come poi avvenne, sotto il controllo delle truppe tedesche.

Molti furono gli ebrei che giunsero a Firenze da paesi stranieri, non  conoscendo nessuno, né sapendo a chi rivolgersi per chiedere aiuto. La Chiesa fiorentina, guidata da Elia Dalla Costa, si prodigò a favore delle minoranze ebree presenti nella città. Fu proprio il cardinale che nell’ ottobre del 1943 convocò Leto Casini, allora sacerdote della parrocchia S. Pietro a Varlungo, invitandolo espressamente a far parte di un comitato per la ricerca di alloggi, di viveri e di carte d’ identità per mettere in salvo tutti i perseguitati ebrei presenti in città. Per fortuna la solidarietà e la carità non mancarono e molti enti sociali ed associazioni religiose offrirono il loro aiuto. Come informa Louis Goldman nel suo libro “Amici per la vita” un gruppo di donne ebree fu accolto a Firenze nella zona di Varlungo, nei pressi della parrocchia di San Pietro, nel  monastero vallombrosano dello Spirito Santo , edificio che nei secoli precedenti tutti avevano conosciuto come “villa la Funga o il Pratello” e che oggi è sede di un pensionato universitario.

Leto Casini era riuscito ad ottenere  l’ appoggio spontaneo della badessa che, spinta dalla gravità degli eventi, aveva accettato di accogliere il gruppo di donne ebree, decisione che neppure il cardinale Dalla Costa  avrebbe potuto imporle. Fu una scelta sofferta ed  indubbiamente difficile per lei, in quanto consapevole di infrangere le regole immutabili della clausura e di dover affrontare grossi rischi per sé e per le sessanta consorelle. Nascondere ebrei era considerato dai tedeschi un atto ostile, paragonabile al tradimento e punito spesso con la perdita della vita. Alla fine di ottobre del 1943 dodici donne  ebree furono ospitate nel monastero, tra cui una ragazza di tredici anni che aveva assistito impotente qualche mese prima alla cattura di sua madre e di sua sorella, trascinate via dai tedeschi. Occuparono stanze austere ma impeccabili  in un’ ala del monastero rigorosamente non  riservata alla clausura. Il 6 novembre del 1943 ci furono numerose operazioni da parte dei tedeschi di razzie e rastrellamenti contro gli ebrei.  Il monastero di Varlungo sembrò non essere più un luogo sicuro, ma Leto Casini ritenne opportuno lasciare il gruppo di donne in quella sede, non trovando altro luogo migliore. Pensarono opportuno nasconderle in una grotta sotterranea che si trovava fuori in giardino dove all’ estremità, vicino al muro che circondava la proprietà, c’ erano delle serre ed una costruzione con una riserva d’ acqua sul tetto; dietro a questa costruzione il terreno degradava e portava sottoterra ad una porta un po’ fatiscente oltre la quale, scendendo alcuni gradini, si apriva una specie di cavità con delle volte, provvista di  sedili di pietra allineati tutti intorno. Era usata come deposito di vasi da fiore e di arnesi da giardino. Tutto venne rimosso , furono  messi all’ esterno cumuli di paglia e letame  ammucchiati per camuffare. Le donne ebree lasciarono così le loro stanze al monastero ed andarono letteralmente sotto terra. Le suore misero una fila di piante davanti alla porta, che fu chiusa dall’ interno affinché nessuno sospettasse che degli esseri umani vivessero lì,  in una grotta. Dodici donne ed altri bambini, che si erano aggiunti, erano stipati in uno spazio di tre metri per sei, appena sufficientemente alto per stare in piedi. Non c’era sole che potesse illuminarli e scaldarli, non avevano acqua, né luce, non potevano uscire per paura di essere visti da abitanti negli stabili vicini. Stavano seduti in quelle panche di pietra e parlavano a sussurri per paura di essere uditi all’ esterno. Dormivano a turno sdraiati in questi sedili. Il freddo era terribile e l’ umidità raggiungeva indici molto alti. Erano assistiti anche dal trevigiano don Giovanni Simioni  che viveva presso il convento in una casetta indipendente  e dalle suore che provvedevano  a porgere loro un po’ di minestra, dei panini , cipolle ed un po’ di caffè per la mattina,  tanto erano allora scarsi gli alimenti. In quel periodo la carta annonaria dava diritto a soli trentatre grammi di grano a persona e c’ era chi lo macinava con macinino da caffè e con quel poco di farina faceva una “farinatina” integrale. Per fortuna, grazie all’ aiuto di Leto Casini e di alcuni agricoltori e  giovani donne di Varlungo, fu messo in funzione un mulino ad acqua che si trovava sopra Rovezzano. Lì veniva portato il grano raccolto nelle campagne intorno a Varlungo e da lì la farina veniva trasportata al forno del Bianchi, da cui uscivano filoni di pane profumato. Tutto ciò rese possibile, almeno per i primi tempi, la distribuzione di centocinquanta grammi di pane a testa tra la popolazione di Varlungo . Non erano molti, ma sempre meglio di prima. Le difficoltà quotidiane da affrontare erano tante ed i pericoli sempre in agguato, ma le suore del Monastero dello Spirito Santo di Varlungo seppero al meglio superarli ed affrontarli.  Nei mesi di giugno, luglio ed agosto del 1944 la situazione nella zona di Varlungo divenne di gran lunga più difficile. I  tedeschi provenienti dal  Valdarno Superiore attraversavano i borghi di Rovezzano e di  Varlungo in lunghe colonne di barrocci trainati da cavalli , di carri agricoli tirati da buoi, carichi di tutte le razzie fatte in case, ville e negozi lungo il loro percorso. Per non passare attraverso la città deviavano da Varlungo, prendendo via del Gignoro e via della Torre per poi dirigersi verso Ponte a Mensola e salire a Fiesole da dove, attraverso il passo del Giogo tentavano di varcare l’ Appennino per ritornare in  Germania. Il passaggio di queste colonne creava a volte reazioni tra i civili con conseguenti rappresaglie da parte dei tedeschi . Nonostante tutto questo le suore del Monastero dello Spirito Santo dimostrarono un grande e profondo spirito di solidarietà e di amore per il prossimo, incuranti del pericolo e prodigandosi  per mantenere in vita queste donne e bambini che in altro modo avrebbero corso il rischio di essere sterminati e che, invece,  grazie al loro aiuto riusciranno a ritornare alla fine della guerra nei loro paesi di origine ed a ricongiungersi con i loro familiari rimasti in vita.

Ma chi erano le monache del Monastero dello Spirito Santo?

Era un ordine monastico devoto di Sant’ Umiltà.  L’ ordine risaliva a  Rosanese Regusanti, una nobildonna nata a Faenza nel 1226, anno in cui morì S. Francesco d’ Assisi, ed ancora oggi venerata con il nome di  Sant’ Umiltà. A Firenze possiamo ammirare all’ interno del museo di San Salvi una sua raffigurazione della scuola fiorentina della prima metà del XVI secolo, e la chiesa San Michele a San Salvi conserva una statua marmorea, che la rappresenta, attribuita ad Andrea di Cione o Orcagna. Nella Galleria degli  Uffizi di Firenze è conservata un’ opera, composta di varie parti, un polittico  del senese Pietro Lorenzetti che la raffigura al centro con l’  abito dell’ ordine , un libro ed una foglia di palma, simbolo di gloria, con la testa coperta da una pelle di capra, emblema di umiltà ed accompagnata da una serie di storie circostanti con funzione didascalica, che narrano le vicende della santa dal momento in cui, ancora laica, decise di vestire l’ abito monacale, ai miracoli compiuti nel cenobio a Faenza, al suo viaggio a Firenze, dove nel 1282 fondò il monastero di San Giovanni Gualberto, allora fuori della cerchia muraria cittadina, fino alla sua morte ed alla cerimonia celebrata dal vescovo.   La giovane Rosanese Regusanti dopo il legame matrimoniale con Ugolotto Caccianemici e dopo la morte prematura dei due figli, entrò a far parte dell’ ordine delle monache di Santa Perpetua , una comunità cluniacense della città di Faenza, dove ricevette il nome di “Umiltà”. Durante il suo eremitaggio si  dedicò per molti anni alla preghiera ed alla contemplazione mistica sino a che fondò a Faenza una comunità monastica detta “La Malta”, cioè il fango, in quanto sorgeva fuori delle mura della città in un luogo ancora  paludoso.  Era entrata a contatto con la spiritualità vallombrosana  del fiorentino Giovanni Gualberto che, lottando contro l’ immoralità e le ingiustizie del suo tempo, aveva cercato di unire i messaggi dei  Vangeli con la regola benedettina dell’ “Ora et labora”. E così anche  Umiltà insieme alle donne aderenti all’ ordine conciliò la penitenza e  la vita monastica con  l’ assistenza ai poveri ed a tutti i bisognosi di aiuto senza alcuna distinzione. Gli stessi principi e regole metterà in pratica quando nel 1281, per espressa richiesta da parte delle autorità religiose, all’ età di 55 anni fonderà a Firenze, in una città allora scossa da lotte interne, un monastero per accogliere ed assistere giovani fiorentine . Il monastero fu costruito vicino all’ allora ponte sul Mugnone, nel popolo di San Lorenzo, presso quella che poi sarà chiamata “ Porta a Faenza”,  proprio dal nome del Monastero delle Donne della beata Umiltà di Faenza.  La pala di Pietro Lorenzetti , esposta oggi alla Galleria degli Uffizi, la raffigura china sul greto del Mugnone durante l’ azione simbolica di raccogliere “pillore” da costruzione e mentre compie i primi miracoli.  Accanto al monastero sorse poi anche la chiesa, consacrata nel 1297,  dove il corpo di Umiltà venne  conservato dopo la sua morte, avvenuta il 22 maggio 1310.

Oggi non rimane alcuna traccia né della chiesa né del monastero. Tutto fu distrutto per far posto alla Fortezza da Basso, costruita tra il 1534 ed il 1537 e dentro la quale venne incorporata l’ antica Porta a Faenza, di cui ancora oggi rimane il tracciato. Abbandonato il monastero, per le monache di Faenza iniziò un lungo pellegrinaggio : il gonfaloniere Raffaello di Girolami assegnò loro il monastero di Sant’ Antonio di Vienna, che sorgeva dove oggi si trova il palazzo dei Congressi; dopo qualche anno si trasferirono nel  monastero di Santa Caterina d’ Alessandria, detto anche  di Santa Caterina al Mugnone o degli Abbandonati, poi in quello di S. Antonio. A partire dal 14 agosto 1534, per volontà del papa  Clemente VII, furono nel convento vallombrosano,  che era stato fondato nell’ XI secolo  da San Giovanni Gualberto,  alla cui spiritualità Umiltà si era sempre ispirata, e che sorgeva accanto all’ antica chiesa di San Salvi. Nel 1817, in seguito ai grandi rivolgimenti politici,  determinati dalla rivoluzione francese , che ebbero tra le tante conseguenze anche  la soppressione degli ordini monastici e l’ incameramento da parte dello Stato delle loro proprietà, il convento di San Salvi passò al Granducato di Toscana . Il Cenacolo diventò sede di un museo che raccolse intorno al  celebre affresco di Andrea del  Sarto opere d’ arte provenienti in gran parte dalle chiese e dai monasteri soppressi della città di Firenze e del suo territorio.

Le monache  si ritirarono nel monastero posto su Costa S. Giorgio, nell’ antico convento dei frati agostiniani di Santo Spirito,  oggi sede della caserma di S. Giorgio e della scuola militare, dove restarono sino al 1866, vale a dire sino alla soppressione decisa dal governo italiano.  Nel 1872 la comunità delle Suore vallombrosane benedettine dello Spirito Santo, dette anche Donne di Faenza, fu trasferita a Varlungo, portando con sé il corpo di Sant’ Umiltà, e  dove lì accolsero nel 1943  quel gruppo di  donne e bambini ebrei, salvandoli dai campi di sterminio. A Varlungo rimasero sino al 1974, quando, a causa dei nuovi insediamenti e del traffico, il luogo non fu più ritenuto adatto ad accogliere una comunità di clausura e fu trasferito nel Comune di Bagno a Ripoli, sulle colline fiorentine, in una  originaria casa colonica, detta anche “Il Palagio a Baroncelli”, che è stata ampliata e trasformata in convento, dove ancora è custodito il corpo quasi intatto di Sant’ Umiltà e dove ancora oggi la preghiera e l’ assistenza sono le principali espressioni di questa emerita e non da tutti conosciuta comunità religiosa, che ogni anno rinnova il secolare culto di Sant’ Umiltà, facendo celebrare una significativa messa il 22 maggio, giorno della sua morte, avvenuta nel 1310.

Buon Natale dagli Uffizi

Questo slideshow richiede JavaScript.


IL REGALO DI NATALE DEGLI UFFIZI

MOSTRA VIRTUALE DI NATIVITÀ

Sul sito della Galleria capolavori di Leonardo, Gentile da Fabriano, Gherardo Delle Notti, Luca Giordano ed altri maestri

Un viaggio dentro il Natale, attraverso una raccolta di rappresentazioni pittoriche della Natività, scelte tra i capolavori custoditi dalle Gallerie degli Uffizi per essere protagoniste di una mostra virtuale donata al pubblico di tutto il mondo. È “Oggi è nato per voi un Salvatore”, iniziativa lanciata dal complesso museale fiorentino per celebrare all’insegna della grande arte la ricorrenza del 25 dicembre. L’esposizione digitale, curata da Anna Bisceglia e dedicata al tema della nascita di Cristo è ora visitabile sul sito degli Uffizi (www.uffizi.it/ipervisioni): nel suo ambito vengono proposte le riproduzioni ad alta definizione di otto opere, corredate ognuna di schede esplicative (in italiano e inglese) che ne analizzano le tecniche e ne raccontano i contesti. Nel suo complesso, “Oggi è nato per voi un Salvatore” narra tre secoli di raffigurazione della Natività (uno dei soggetti più ricorrenti e apprezzati nella storia dell’arte), a partire dall’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano del 1423, passando per quella celeberrima e recentemente restaurata di Leonardo da Vinci e quelle di Hugo van Der Goes, Amico Aspertini, Albrecht Dürer, Gherardo delle Notti e Livio Mehus, fino ad arrivare alla versione tardo seicentesca di Luca Giordano (1683-85 circa). Un nucleo ristretto di opere ‘distillato’ con cura certosina da un patrimonio ben più ampio di Natività e Adorazioni di Magi: sono ben 311, infatti, le opere pittoriche raffiguranti tali soggetti, tra dipinti e disegni, presenti nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi.

Obiettivo della mostra virtuale natalizia degli Uffizi è dunque dare a tutti “una mappa di approfondimenti da sperimentare sul tema, per una visita più speciale del solito – spiega il direttore degli Uffizi Eike Schmidted anche offrire lo spunto per soffermarci tutti insieme su una immagine conosciutissima in tutto il mondo, una icona che ci stimola a riflettere in ultima analisi sul senso più profondo dell’uomo, al di là della sua condizione sociale, della provenienza o del colore della sua pelle”.

Natività ed Adorazione dei Magi, aggiunge la curatrice Bisceglia, “sono due fondamentali episodi evangelici scolpiti, incisi, miniati in mille diverse varianti, che assecondano il gusto del tempo in cui furono eseguite. Alcuni committenti vollero che questo tema ornasse pubblicamente le loro cappelle di famiglia nelle più importanti chiese delle città, o anche semplicemente le cappelle private nei loro palazzi o ville. Altri ancora preferivano dipinti o piccole sculture per le loro case“.


Ufficio stampa

Andrea Acampa, tel. 055 290383, cell. 348 1755654, a.acampa@operalaboratori.com

Gianni Caverni, tel. 055 290383, cell. 347 7818134, g.caverni@operalaboratori.com

Tommaso Galligani, cell. 3494299681, t.galligani@operalaboratori.com


Fig. 1

Fig. 1

Gentile da Fabriano

Adorazione dei Magi

1423

Tempera su tavola

Galleria delle Statue e delle Pitture

Fig. 2 w

Fig. 2

Leonardo da Vinci

Adorazione dei Magi

1481-1482 c.

Disegno a carbone, acquerello di inchiostro e olio su tavola

Galleria delle Statue e delle Pitture

Fig. 3 w

Fig. 3

Hugo van der Goes

Adorazione dei pastori (Trittico Portinari)

1477-78

olio su tavola

Galleria delle Statue e delle Pitture

Fig. 4 w

Fig. 4

Amico Aspertini (attr.)

Adorazione dei Magi

fine XV sec.

olio su tavola

Galleria Palatina e Appartamenti Reali di Palazzo Pitti

Fig. 5 w

Fig. 5

Albrecht Dürer

Adorazione dei Magi

1504

olio su tavola

Galleria delle Statue e delle Pitture

Fig. 6 w

Fig. 6

Gerrit van Honthorst, detto Gherardo delle Notti

Adorazione del Bambino

1619-1620ca.

Olio su tela

Galleria delle Statue e delle Pitture

Fig. 7 w

Fig. 7

Livio Mehus

Adorazione dei pastori

1670-80 ca.

Olio su tela

 Galleria Palatina di Palazzo Pitti

Fig. 8 w

Fig. 8

Luca Giordano

Adorazione dei Magi

1683-85 ca.

Olio su tela

Galleria Palatina di Palazzo Pitti


PIO FEDI SCULTORE CLASSICO NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

Questo slideshow richiede JavaScript.

IL RATTO DI POLISSENA

PIO FEDI SCULTORE CLASSICO

NEGLI ANNI DI FIRENZE CAPITALE

Uffizi Sala del Camino – 25 novembre 2018 – 10 marzo 2019

 

SI INAUGURA SABATO 24 NOVEMBRE LA MOSTRA CHE CELEBRA LA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

 

Firenze, 24 novembre 2018

 

Le Gallerie degli Uffizi presentano la nuova acquisizione di un bozzetto in terracotta per il Ratto di Polissena, gruppo monumentale realizzato in marmo dello scultore Pio Fedi ed esposto nella vicina Loggia della Signoria.

Dante Alighieri lo collocò tra gli assassini nel VII cerchio dell’Inferno (XII, 135) indicandolo semplicemente come Pirro, benché non sia chiaro se si riferisse al figlio di Achille chiamato anche Neottolemo, o al re dell’Epiro del quale però altrove tessé le lodi. È certo invece che Pirro/Neottolemo si erge con la sua spada sguainata nell’imponente gruppo marmoreo del Ratto di Polissena unica opera “moderna” ritenuta degna essere collocata accanto ai capolavori di Benvenuto Cellini e di Giambologna. Continua a leggere

D’Odio e d’Amore agli Uffizi

P1150438

Eyke Schmidt con Marzia Faietti

I curatori Marzia Faietti e Michele Grasso presentano la mostra

Questo slideshow richiede JavaScript.

 


 

 

D’ODIO E D’AMORE 

GIORGIO VASARI E GLI ARTISTI A BOLOGNA

 

UNA MOSTRA PER INDAGARE I COMPLESSI, E CONTRADDITTORI, RAPPORTI FRA L’ARTISTA E STORIOGRAFO ARETINO E GLI ARTISTI A LUI CONTEMPORANEI AL DI LA’ DEGLI APPENNINI.

 

Dal 9 Ottobre al 2 dicembre nella sala Edoardo Detti, al primo piano della Galleria degli Uffizi.

«Né è maraviglia che quella d’Amico fusse più pratica che altro, perché si dice che, come persona astratta che egli era e fuor di squadra dall’altre, andò per tutta Italia disegnando e ritraendo ogni cosa di pittura e di rilievo, e così le buone come le cattive… le quali fatiche furono cagione che egli fece quella maniera così pazza e strana».

Questa citazione dalla Vita di Bartolomeo da Bagnacavallo e d’altri Pittori Romagnuoli è tratta dall’edizione del 1568 delle Vite del Vasari. Il “praticaccio inventore” era Amico Aspertini, ma Vasari allarga il suo caustico giudizio a tutti gli altri pittori bolognesi a lui contemporanei definendoli con “il capo pieno di superbia e di fumo”. Non solo: nella Vita di Michelangelo aggiunge la velenosa nota per la quale il Buonarroti avrebbe lasciato Bologna dopo solo un anno di permanenza perché lì “perdeva tempo”. Continua a leggere

La tela in testa a Marina

 

marina-abramovic-1

 

“Il fatto è successo dopo l’ultimo appuntamento in programma nell’ambito della mostra di Palazzo Strozzi ed ero molto felice per come era andato. Sono uscita dalla sala dove abbiamo svolto il booksigning e c’erano tante persone ad aspettarmi per una foto o per un autografo. In particolare c’erano tanti giovani che mi stavano dimostrando tanto affetto, che ho sentito tanto qui a Firenze in questi giorni.

Tra la folla c’era un uomo sulla quarantina che portava con sé un dipinto raffigurante il mio volto in modo distorto. Si è avvicinato guardandomi dritto negli occhi e io gli ho sorriso, pensando che fosse un regalo per me. In una frazione di secondo ho visto la sua espressione cambiare e diventare violenta, venendo verso di me molto velocemente e con grande forza. Sapete, i pericoli arrivano sempre molto rapidamente, come la morte stessa. E bisogna essere molto vigili per cogliere la sfida. Io non l’ho visto subito. Continua a leggere

L’Arte di condividere

_rpt8452-1

GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO (GEP) 2018

 Firenze, 14 settembre 2018

 

Sabato 22 e domenica 23 settembre tornano, nei musei e nei luoghi della cultura di tutta Italia, le Giornate Europee del Patrimonio (GEP 2018), con tema “L’Arte di condividere”.

Visite guidate, iniziative speciali e aperture di luoghi normalmente chiusi al pubblico saranno organizzate nei musei e nei luoghi della cultura statali, cui si accederà con orari e costi ordinari nel corso delle giornate di sabato 22 e domenica 23 settembre. Inoltre, aperture straordinarie serali al costo simbolico di 1 euro sono previste per la sera di sabato 22 settembre.

Per le Gallerie degli Uffizi il direttore Eike Schmidt e il suo staff hanno elaborato il programma articolato che riportiamo di seguito.

  Continua a leggere

Caravaggio torna a Firenze

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

TORNA AGLI UFFIZI IL SACRIFICIO DI ISACCO DI CARAVAGGIO

Firenze, 3 agosto 2018

Dopo dieci mesi di assenza per il prestito concesso in occasione di due importanti mostre, a Milano e a Forlì, il gesto dell’angelo che ferma all’ultimo, drammatico, momento il braccio di Abramo deciso a ubbidire al volere del Signore ed a uccidere il figlio Isacco, descritto con incalzante realismo da Caravaggio, è tornato oggi agli Uffizi.

Continua a leggere

La nuova sala di Leonardo

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

LA NUOVA SALA DI LEONARDO

 

L’arte a FIRENZE tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento

 

 Dopo il riallestimento delle opere di Caravaggio e del ‘600, a febbraio, e della sala di Michelangelo e Raffaello, dello scorso mese, si inaugura ora agli Uffizi quella dedicata a Leonardo da Vinci.

Era il 1504 e a Firenze giunge Raffaello Sanzio, giovanissimo, ma già eccelso, secondo il racconto vasariano richiamato dalla fama dei cartoni di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, quelli preparati in vista della decorazione della Sala Grande di Palazzo Vecchio con la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina. Si era dunque, in quel momento, davanti ad una concentrazione di geni assoluti, quale mai più si verificherà nella storia della città. Continua a leggere