E L’ARTE DEL TESSUTO RACCONTO’ LA STORIA DELL’ITALIA EBRAICA

Agli Uffizi fino alla fine di ottobre una mostra inedita con 140 opere tra arazzi, merletti, stoffe e addobbi.

La storia degli ebrei italiani osservata da una prospettiva inedita e cromaticamente caleidoscopica, quella dell’arte del tessuto: è Tutti i colori dell’Italia ebraica, grande mostra accolta dal 27 giugno al 27 ottobre nell’aula magliabechiana della Galleria degli Uffizi di Firenze. Circa 140 opere, tra arazzi, stoffe, addobbi, merletti, abiti, dipinti ed altri oggetti di uso religioso e quotidiano, presentano per la prima volta la storia degli ebrei italiani attraverso una delle arti meno conosciute, ossia la tessitura, che nel mondo ebraico ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nell’abbellimento di case, palazzi e luoghi di culto. Ne emerge un ebraismo attento alla tradizione, ma anche gioioso, colorato, ricco di simboli. Si riconosce inoltre il carattere interculturale e internazionale di questo popolo, soprattutto grazie all’eccezionale varietà dei motivi sui tessuti, dove il colore spesso predomina in maniera stupefacente.

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Lo Zodiaco di Antonio Cecchi

Mi avevano chiesto di scrivere una rubrica sui segni zodiacali, una sorta di paginetta on line d’oroscopi. Proposta improbabile, visto che io a queste cose mica ci credo… ma fu l’occasione per chiedere a Cecco (per noi Antonio era Cecco) una magia. Ci mise poco, mi portò un quadernetto tutto illustrato, con solo un segno da finire… dimmi se ti piace, così lo finisco… è rimasto un progetto nel cassetto, da dove, scorsi gli anni, è riemerso. E ora che Cecco è a dipingere sulle nuvole, forse riprenderà in mano l’Ariete e gli darà, come merita, la giusta fine. Era così, Antonio, sempre dietro a un sogno, che si faceva segni infiniti sulla carta, e si fermava, eterno, a raccontarci le sua infinita fantasia. Quella di un artista fuori dal tempo, fermo e allo stesso momento in continuo divenire. Come lo zodiaco, che il sole percorre, decidendo i nostri fragilissimi destini…

Paolo Pianigiani

Araki a Santa Maria della Scala

Effetto Araki

Siena, Santa Maria della Scala

21 giugno – 30 settembre 2019

Siena celebra il grande fotografo giapponese con una selezione di 2200fotografie che percorrono oltre 50 anni di carriera.

S’inaugura giovedì 20 giugno a Siena, presso il complesso museale Santa Maria della Scala, una nuova grande mostra del maestro Nobuyoshi Araki (Tokyo, 1940). L’esposizione, organizzata dal Santa Maria della Scala con il sostegno di Opera-Civita, è curata di Filippo Maggia che ha selezionato opere appartenenti a oltre venti serie prodotte dal fotografo giapponese dai primi anni sessanta ad oggi.

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Musica alla Galleria dell’Accademia

GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE

Speciale Festa della Musica:

Liuwe Tamminga alla Spinetta ovale di Bartolomeo Cristofori

Venerdì 21 giugno 2019, ore 20.00

GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE

Speciale Festa della Musica:

Liuwe Tamminga alla Spinetta ovale di Bartolomeo Cristofori

Comunicato stampa

Venerdì 21 giugno 2019, ore 20.00

La Galleria dell’Accademia di Firenze è lieta di offrire, in occasione della 25ma Festa della Musica, un evento musicale straordinario: venerdì 21 giugno, alle ore 20.00, nella magnifica cornice della Tribuna del David, il celebre organista e clavicembalista di origini olandesi Liuwe Tamminga eseguirà arie, sonate e brani di compositori a cavallo fra XVI e XVIII secolo sulla riproduzione della spinetta ovale di Bartolomeo Cristofori.

La partecipazione all’evento è gratuita, fino ad esaurimento dei posti disponibili.

La Spinetta ovale in legno di palissandro e cipresso, avorio, costruita nel 1690, è il più antico strumento documentato fra quelli realizzati per la collezione del Gran Principe Ferdinando de’ Medici da Bartolomeo Cristofori (Padova 1655 – Firenze 1732) cembalista e liutaio fra i maggiori del suo tempo, celebre per l’invenzione del pianoforte. Lo strumento deve la sua eccezionalità e rarità anche al fatto di non aver subito alcuna sostanziale trasformazione nel corso della sua storia, costituendo quindi una straordinaria fonte di informazione sul costruttore. Lo strumento, identificato nel 2000 da Gabriele Rossi Rognoni fra gli oggetti dell’eredità Bardini in Palazzo Mozzi a Firenze, fu trasferito in deposito alla Galleria dell’Accademia dove è esposto presso il Dipartimento degli Strumenti Musicali. Nel 2013 è stato oggetto di un approfondito intervento di pulitura e consolidamento, a esclusivo scopo conservativo, operato da KerstinSchwarz. Nel 2003 è stata realizzata da KerstinSchwarz e Tony Chinneryuna copia esatta dello strumento, usata per speciali interpretazioni musicali, come accadrà per l’evento del 21 giugno.

Liuwe Tamminga è considerato uno dei massimi esperti del repertorio organistico italiano del Cinque e Seicento, con intensa attività concertistica in tutta Europa, negli Stati Uniti, in America Latina, Israele e Giappone e una ampia discografia pubblicata. È titolare degli organi storici della Basilica di S. Petronio a Bologna, dove suona i due magnifici strumenti di Lorenzo da Prato (1471-75) e Baldassarre Malamini (1596). Ha inciso numerosi CD, dedicati, fra gli altri, all’opera completa di Marc’AntonioCavazzoni, alle Fantasie di Frescobaldi e a “Mozart on ItalianOrgans”, a “Fiorenzo Maschera”, agli organi storici delle isole Canarie ed a “Giacomo Puccini”, tutti premiati con prestigiosi riconoscimenti. Nel maggio 2017 ha suonato a Lucca in prima mondiale i brani per organo ritrovati di Giacomo Puccini, che sono anche stati registrati: “Giacomo Puccini, Organ Works World Premiere Recording”. Ha curato alcuni edizioni di musica organistica, tra cui i ricercari della Musica Nova (1540), opere per tastiera di Giovanni de Macque, Marc’Antonio Cavazzoni e Pierluigi di Palestrina, i ricercari di Jacques Buus e Musiche per due organi di maestri italiani intorno 1600. Dal 2010 è curatore del museo degli strumenti musicali “San Colombano-collezione Tagliavini” a Bologna.

Galleria dell’Accademia di Firenze

Via Ricasoli, 58-60 – Firenze

Tel. 055.0987100  Fax 055.0987137

ga-afi.comunicazione@beniculturali.it

www.galleriaaccademiafirenze.beniculturali.it

IG @galleriaaccademiafirenze FB @galleriadellaaccademia

Ufficio Stampa – Firenze Musei

Salvatore La Spina

Palazzo Pitti, Piazza Pitti, 1 – 50125 Firenze

T + 39 055290383 – M +39 3315354957

s.laspina@operalaboratori.com

Leonardo e i suoi libri

Premessa

di Paolo Galluzzi

Direttore del Museo Galileo

Nonostante amasse definirsi “omo sanza lettere”, Leonardo non si limitò a trarre insegnamento dall’indagine diretta dei fenomeni di natura. Dedicò non minore attenzione al dialogo con gli autori, antichi e moderni. Negli anni della maturità era divenuto non solo un appassionato lettore, ma anche un insaziabile cacciatore di libri e manoscritti,che concepiva come mappe sulle quali erano segnati sentieri di conoscenza dalla cui esplorazione trarre ispirazione per tracciare percorsi nuovi e meglio illuminati. Alla fine della propria esistenza, arriverà a possedere quasi duecento opere, una biblioteca straordinaria per un ingegnere-artista del Quattrocento.E di questi volumi registrò nei propri manoscritti puntuali inventari per avere certezza di rientrarne integralmente in possesso al momento di ritirarli dai depositi nei quali li aveva lasciati prima di intraprendere uno dei continui viaggi che scandirono la sua esperienza di vita.

Della biblioteca di Leonardo non rimane purtroppo traccia. Un solo esemplare è sopravvissuto alla sua dispersione post mortem:  il Trattato di architettura e macchine di Francesco di Giorgio Martini, lo splendido manoscritto pergamenaceo conservato nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, sul quale Leonardo ha vergato dodici postille autografe.

Questa mostra propone, per la prima volta, la ricostruzione integrale della biblioteca di Leonardo, delineandola sua progressiva formazione a partire dal precoce incontro con il mondo dei libri e della parola scritta (Dante, Ovidio), attraverso la lettura delle opere di autori contemporanei affermati (Alberti, Toscanelli, Pacioli), fino alla fascinazione della maturità per i testi classici e medievali di letteratura, di scienza e di architettura (Archimede, Vitruvio, Plinio, Alberto di Sassonia, ecc.).

Nella mostra sono esposti preziosi manoscritti e incunaboli presenti negli elenchi vergati da Leonardo. Applicazioni multimediali consentono non solo di sfogliarli, ma anche di individuare i passi dei codici vinciani nei quali rimangono tracce del loro utilizzo.

Realizzata grazie alla collaborazione di un’équipe internazionale di specialisti, la ricostruzione dell’intera biblioteca di Leonardo sarà contestualmente pubblicata online nella biblioteca digitale del Museo Galileo. E costituirà a lungo una risorsa inestimabile per lo sviluppo degli studi vinciani.


Leonardo e i suoi libri

di Carlo Vecce

Quando avvenne il primo incontro di Leonardo con i libri? Probabilmente molto presto, durante l’infanzia e l’adolescenza a Vinci. La sua era una famiglia di notai fin dagli inizi del Trecento, e i notai erano i depositari di una cultura scritta che doveva garantire il valore legale di atti pubblici: compravendite di terreni o immobili, prestiti, matrimoni, testamenti, successioni. Leonardo, figlio illegittimo del giovane notaio ser Piero (dimorante a Firenze per l’esercizio della sua professione), fu in realtà educato dal nonno Antonio (non notaio ma mercante), che ebbe cura di registrare la nascita del nipote sull’ultimo foglio di un protocollo notarile di suo padre ser Piero di ser Guido: una pagina che per Antonio era una sorta di Libro di ricordi, perché, a distanza di molti anni, l’aveva utilizzata per annotare le nascite dei propri figli, Piero (1426), Giuliano (1428, ma morto poco dopo), Violante (1433) e Francesco (1436):

1452 / Nachue un mio nipote figliuolo di ser Piero mio figliuolo a dì 15 d’aprile in sabato a ore 3 di notte. Ebbe nome Lionardo. Batezollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci, Papino di Nanni Banti, Meo di Tonino, Piero di Malvolto, Nanni di Venzo, Arigho di Giovanni Tedescho, monna Lisa di Domenicho di Brettone, monna Antonia di Giuliano, monna Nicholosa del Barna, mona Maria figliuola di Nanni di Venzo, monna Pippa (di Nanni di Venzo) di Previchone[1].

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Leonardo fra i libri

Leonardo e i suoi libri

La biblioteca del Genio Universale

Museo Galileo, Piazza dei Giudici 1, Firenze

6 giugno – 22 settembre 2019

Come lavorava Leonardo?

La risposta migliore ce la danno i suoi manoscritti. Leonardo non era un “omo sanza lettere”. Non gli bastava l’insegnamento diretto della maestra Natura: aveva anche bisogno del dialogo con gli autori, antichi e moderni. Nel tempo, era diventato un appassionato lettore, cacciatore e collezionista di libri. E i libri, per lui, non erano solo oggetti: erano affascinanti ‘macchine’ mentali, da costruire e smontare, con i loro ingranaggi (parole, pensieri, immagini). Alla fine della sua vita, arriverà a possedere quasi duecento volumi: un numero straordinario per un ingegnere-artista del ‘400.

La biblioteca di Leonardo è uno degli aspetti meno conosciuti del suo laboratorio, perché si tratta di una biblioteca ‘perduta’: un solo libro è stato finora identificato, il trattato di architettura e ingegneria di Francesco di Giorgio Martini conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, con postille autografe di Leonardo.

Per la prima volta, la mostra presso il Museo Galileo di Firenze tenterà la ricostruzione di questa biblioteca, in un percorso cronologico che racconta l’incontro di Leonardo con il mondo dei libri e della parola scritta: i documenti della famiglia Da Vinci, i primi grandi libri del giovane Leonardo (Dante, Ovidio), i grandi maestri (Alberti, Toscanelli, Pacioli). Saranno esposti manoscritti e incunaboli identificati con i testi utilizzati da Leonardo, affiancati da applicazioni multimediali che consentiranno di sfogliarli e confrontarli con i codici autografi. Verrà inoltre ricostruito lo studio di Leonardo con gli strumenti di scrittura e da disegno da lui utilizzati. L’intera biblioteca di Leonardo, grazie al lavoro di un’équipe internazionale di specialisti, sarà pubblicata online nella biblioteca digitale del Museo Galileo e costituirà una risorsa inestimabile per lo sviluppo degli studi vinciani.

La mostra, a cura di Carlo Vecce, è realizzata dal Museo Galileo in collaborazione con Commissione per l’Edizione Nazionale dei Manoscritti e dei Disegni di Leonardo da Vinci, Accademia Nazionale dei Lincei e Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, nel quadro del progetto di ricerca FISR “Scienza, storia, società in Italia.

Da Leonardo a Galileo alle ‘case’ dell’innovazione”, promosso e sostenuto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.


Giorgio Butini, scultore

CORPUS

Giorgio Butini ha un “grido” nella sua formazione, un richiamo che lo rende attento ad ogni sensazione, ma di più lo porta nella capacità di saper dialogare con il corpo nella stessa pienezza mostrata nel saper cogliere la mitologia espressiva di una riviviscenza sensitiva. Butini è un artista completo, sceglie la scultura come formazione seguendo studi accademici, ac­quisisce la giusta preparazione frequentando gli studi di importanti scultori, apprende e ricerca un’elaborata tendenza tecnica ed ha una “curiosa pre­disposizione” a prevedere forme e spazi a cui dare una sensibile metamorfosi. E’ un artista che sa dominare la materia, senza perdersi in vincoli di stile o di tendenze, ma scegliendo il suo sentire come guida e lasciandosi accompagnare nei caratteri più sublimi della storia dell’arte. Non è un caso che nelle sue opere sia forte il sentimento michelangiolesco, ma è anche vero, se si osservano i suoi schizzi preparatori, che si avverte l’influenza di William Blake, fino ai tratti sinuosi di un Canova, ma anche la fluidità pittorica di un Boldini.

Giorgio Butini è uno scultore dove l’esperienza lo ha portato a dimostrare un carattere e ad operare una scelta fuori dal coro, senza mai dimenticare il suo tempo; infatti, anche prediligendo la scultura come mezzo espressivo, si sa disporre in altre dimensioni artistiche, come la pittura murale, il design, ma di più quella piccola tecnica sculturea preziosa che possiamo definire il “gioiello” e in questo caso, è forte l’influenza di una tradizione fiorentina nell’idea “artigianale-artistica” di Benvenuto Cellini, ma anche tutta la dimostrazione pittorica della così detta “maniera”. Butini si immerge nell’antichità e da questa sceglie quei momenti espressivi che gli possono dare un’apparente assenza di peso, perché in tutte le sue sculture riesce a modulare l’essenza stessa della materia, sia quando progetta monumenti o sculture di una determinata misura, che quando predilige piccoli segni che si trasformano in preziosi cammei. Infatti sono numerosi gli studi preparatori e tante le prove che, con maestria e conoscenza, si vanno a realizzare, ma tutte lasciando aperta questa possibile pulsione alla soggettività emotiva.

Lo scultore Butini sa dove andare a “prelevare” caratteri e linee formanti per le sue creazioni. Nelle sue opere, dove gli si richiede un’attenzione più drammatica, si avvale di tutta l’espressività ne­cessaria, come abbiamo detto è evidentissimo il richiamo al corpus espressivo di Michelangelo, ma anche l’eleganza decorativa di Georges Minne, esponente dell’Art Nouveau e contemporaneamente anche tratti indefiniti di Medardo Rosso o di Auguste Rodin. Mentre, se lo si invita ad accogliere espressioni più formali e con un carattere più allegorico-spirituale, l’artista sa prelevare dalla storia forme e simbologie più metafisiche e sensitive, di gusto orientale per trasformarle in un apparato mediatico fatto di riferimenti naturali o chiaramente iconografici. In ogni opera com­missionata o scelta, l’artista lascia intravedere il suo carattere formativo, come una vera metamorfosi di conoscenze, quasi l’emblema debitorio verso la cultura greca per poi orientare il tutto nell’energia della psiche: le figure, i corpi che compone plasticamente sono forme teriomorfe a cui l’artista ha dato vita umana, creature viventi, riconoscibili, ma che lasciano immettere la “malinconia” dal gusto “gotico”. Presenze aereo-plastiche che si “dimenano” tra fluidi gassosi o acquatici, per proliferare in suggestive raffigurazioni mitico simboliche.

Giorgio Butini è un artista conosciuto e molte delle sue sculture e opere sono state realizzate e installate in ambienti privati e pubblici in Italia e all’estero; basta citare l’imponente Cristo della nuova chiesa di Calenzano alle porte di Firenze, correlato dalle 14 stazione della “Via Crucis”, o l’opera marmorea alla memoria del ciclista Franco Ballerini installato a Firenze, fino al ciclo polimaterico esposto all’International Art Biennale in Cina e ai numerosi arredi “pittorici” realizzati per collezioni private e pubbliche. E molti altri sono gli eventi dove l’opera dell’artista si rende evidente e sa catturare la giusta espressività contemplativa.

Il carattere, la personalità di Giorgio Butini, non lascia al giudizio critico l’opzione di catalogare la sua libertà espressiva, l’artista si sente libero di scegliere ogni manipolazione artistica e di dare ogni giustificazione personale, perché Butini interpreta i significati attraverso i particolari della “bellezza” materica, da cui trae i giusti “segni” a cui dare vita. Nell’occasione dell’anno Leonardesco, Giorgio Butini è al lavoro, progetta e compie una vera esperienza emblematica, propone un monumento sim­bolico dove i caratteri e le espressioni, ma di più i segni della fratellanza e dell’uguaglianza, si intrecciano tra loro, diventando un ponte allegorico, dove lo spazio naturale ridiventa essenziale per dimostrare un punto di vista, una presa di posizione. Il suo monumento, fatto di corpi, volti, sguardi si intrecciano in un arco teso come un caleidoscopico arcobaleno: una “porta” esistenziale che diventa un ponte che collega ogni differenza e ogni sponda, per unire disuguaglianze e esteriorità espressive. Il grande “Arco umano” assume tutti i caratteri tratti dall’artista dalle espressività ar­tistiche, dal materiale fisiognomico o dalla drammaticità emotiva di situa­zioni o di allegoriche raffigurazioni.

Butini, in questa grande opera bronzea, individua la continuità della storia umana e sceglie di collegare l’umana differenza proprio attraverso la con­nessione formale, fino a trasformarla in una fusione carnale, dove il carattere esplicativo e gestuale di stati d’animo, diventano concetto, rivivendo una naturale spiritualità esistenziale. Un’ opera che ha un carattere itinerante, nella misura in cui si predispone per essere destinata a luoghi dove il mes­saggio e la scelta di appartenenza diventa metodo di riflessione contro le distorsioni delle digradazioni.

Tutta l’opera scultorea di Giorgio Butini ha lo slancio di un’affermazione e questa scultura ne è la metafora al punto di incarnarle tutte, comprese le caratteristiche espressive che l’artista ha ricercato e sviluppato negli anni. Un progetto che ha nell’intento dell’artista la “remissione dei peccati” al punto di dar vita all’omogeneità dell’esistenza, dove la ricerca, la conoscenza e il dialogo formano l’eterna “bellezza”.

Massimo Innocenti