L’Annunciazione di Sandro Botticelli agli Uffizi

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La nuova sistemazione delle sale dedicate a Sandro Botticelli ci ha regalato la possibilità di ammirare, riunito ad altre opere del maestro fiorentino, anche questo bellissimo affresco, dipinto per un monastero che accoglieva malati, pellegrini e trovatelli, situato in via della Scala.

Fu staccato e portato negli immensi depositi degli Uffizi, per esser messo in seguito su una parete della chiesa di San Piero Scheraggio.

Nel 2006 fu portato nel museo parrocchiale di Empoli, a confronto con l’Annunciazione di Francesco Botticini, nell’ambito di una mostra trasversale che vide insieme capolavori fiorentini e del contado.

Così dell’affresco ne parlò Antonio Paolucci.

Sandro Botticelli

(Firenze 1445-1510)

Annunciazione (1481)

Affresco diviso in due parti; cm 243×260 (l’Angelo), cm 244×294 (la Madonna)

Firenze, Galleria degli Uffizi, inv. Depositi n. 201

da: “La Valle dei Tesori”

Capolavori allo specchio

a cura di Rosanna Caterina Protopisani

Edizioni Polistampa, 2006

In fondo alla fiorentina via della Scala, verso la Porta al Prato, dove la città antica diventava periferia e diradava in orti, depositi, stallatici e terreni vaghi, c’era un monastero di carità, un ospizio destinato ad accogliere malati, pellegrini, trovatelli. Oggi, al suo posto, ce un ufficio della Procura di Firenze che si occupa della giustizia minorile. Ebbene la povera gente che cinque secoli fa varcava il portone di quell’edificio chiedendo ospitalità in nome di Cristo, veniva accolta dalla pura bellezza. Meravigliosa pervasività, ubiquità e gratuità della bellezza nei tempi antichi!… Perché sotto il portico, per una lunghezza di oltre cinque metri e una altezza di più di tre, ad accogliere ammalati, ragazze madri e pellegrini c’era la Vergine Annunciata, capolavoro di Sandro Botticelli; un grande affresco databile, per evidenza di documenti, alla primavera del 1481.

Quell’affresco, inserito all’interno dell’edificio a seguito delle suc­cessive trasformazioni edilizie, è stato staccato nel 1920 dal restauratore Fabrizio Lucarini. Oggi è collocato nell’area absidale di San Pier Scheraggio, l’antichissima chiesa romanica che Giorgio Vasari inglobò nella Fabbrica degli Uffizi.

Nella primavera del 1481 Sandro Botticelli era nel fiore della vita e la vita gli sorrideva. Aveva guadagnato la fiducia dei Medici e di Lorenzo in particolare (per lui aveva dipinto la damnatio memorine dei Pazzi alla porta della Dogana in Palazzo Vecchio) e il Papa stava per chiamarlo a Roma dove avrebbe affrescato alla Sistina, insieme al Ghirlandaio, al Perugino e al Signorelli, i grandi di quei giorni.

Cosa avrà pensato Sandro Botticelli, giovane e ambizioso talento in carriera, quando gli commissionarono l’affresco con L’Annunciazioe Avrà pensato, io credo, che il soggetto iconografico era molto comune, addirittura banale. Tutta la Cristianità è piena di Annunciazioni.

Ma poi, subito dopo, avrà pensato che quel soggetto così consumato dall’uso è, in realtà, un grandissimo vertiginoso mistero teologico. È qualcosa di inconcepibile e di ineffabile, 1 Annunciazione. Perché come si fa a mettere in parola o in figura il Verbo che si fa Carne, Dio Onnipotente ed eterno che si riconcilia con gli uomini nel grembo della Vergine Maria?

Tutto ciò, per il cristiano, è prodigio ed è stupore di fronte al prodigio.. . Botticelli, per dare immagine al prodigio e allo stupore, ha usato la metafora del vento. Guardate bene la scena. Il rigoroso telaio prospettico del formato fiorentino (il pavimento a scacchi che scorta in profondità, il paesaggio inquadrato fra colonne dislocate in impeccabile successione) è come sconvolto da un vento divino. Come un turbine, come una tempesta d’estate, entra l’angelo e i panni gli si avvolgono intorno alle gambe. La Madonna si ritrae e si piega come squassata dall’urto in­contenibile.

«Ave Maria gratia piena Dominus tecum… » sta dicendo l’Angelo e in quel ‘Dominus tecum’ (Dio è con te, Dio è dentro di te) c’è l’Epifania dell’Altissimo, c’è la forza sovraumana che sta devastando il mondo. Sta deviando la Storia dal suo percorso.

Le due scene affrontate creano «contrapposti abilissimi, trascorrimenti larghi del ritmo, riprese, variazioni della linea, che compongono una poetica delicatissima» (Bettini 1942). Tutto questo è vero. Gli storici dell’arte potranno parlare con profìtto del linearismo squisito febbrile (nevrotico quasi) che attraversa la scena. Potranno parlare di sapienza compositiva, di virtuosismo prospettico, della spiritualità femminea, tutta di pelle e di testa, che abita i divini personaggi. A patto tuttavia che non dimentichino la cosa più importante. Sandro Botticelli ci ha consegnato un capolavoro perché ha saputo guardare con emozione e con stupore al mistero del Verbo Incarnato.

Bibliografia

Lightbown 1978, PP. 52-53, 41-42, n. B28; Salvini 1979, p. 177, n. P255; Caneva 1990, p. 59, n. 30; Pons 2000, pp. 56-57, n. 1.1.; Godoli-Patten 2001, PP. 83-83, n. 1.23; Cecchi 2005, PP. 168-173.

Antonio Paolucci

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