Marco Gastini alla Galleria “Il Ponte”, a Firenze

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quindici opere di

MARCO GASTINI

1969-1978

un decennio

 a cura di

Andrea Alibrandi

Alessio Marolda

 

Galleria Il Ponte – Firenze

16 settembre – 4 novembre 2016

La Galleria Il Ponte, per l’inizio della nuova stagione espositiva 2016/2017, presenta un importante nucleo di opere di Marco Gastini, realizzate fra il 1969 e il 1978. Un decennio fondamentale all’interno della lunga carriera dell’artista che, in un suo personale percorso, trova consonanze con la pittura di ricerca degli anni Settanta, la Pittura analitica, definita anche “pittura-pittura”, di cui è sicuramente una punta di diamante.

Le sue “figure” si riducono a punto e linea, proposte quali costanti di una pittura dove «l’attenzione stacca il gesto, l’azione distanzia lo sguardo indifferenziato, lo spazio oppone un altro spazio, a sua volta discontinuo…». I suoi segni, scarni, sensibili, sembrano inseguire le sedimentazioni di un gesto, le tracce di un pensiero pensato, ma non espresso. «Tracciare quei punti per me significa pensare a uno spazio, “vedere” uno spazio»…

Fra le opere esposte vi sono alcuni plexiglas, un supporto peculiare di Gastini per la sua trasparenza, presentato distanziato dalla parete, in cui prima le macchie (1969) e i graffi (1972) paiono “galleggiare” e il durcot crea una nuova superficie tattile su cui si definiscono i segni di Gastini (1973-74); una delle grandi tele bianche del 1973, resa vibratile dai punti di un nuovo spazio; alcune carte japan del 1974 di grandi dimensioni, dove ampie campiture bianche sono luogo di incisioni e segni, fino alle due grandi opere su carta del 1977/78, in cui il segno e la composizione assume struttura e vigore, anticipando l’uso della materia negli anni Ottanta.


Marco Gastini nasce nel 1938 a Torino. Frequenta il Liceo Artistico e poi la Scuola di Pittura dell’Accademia Albertina di Torino, con una precedente esperienza formativa tecnico-professionale nel laboratorio del padre marmista. I suoi esordi pittorici avvengono in un clima tardo informale con la realizzazione di quadri astratti densi cromaticamente, per passare ad una pittura meno materica espressa in nudi femminili o paesaggi presentati da Paolo Fossati e Enrico Crispolti nelle prime personali del 1967 e 1968 nelle Gallerie della Steccata di Parma, Il Girasole Arte Contemporanea di Roma e Pozzi Arte Contemporanea di Novara. Alla fine degli anni Sessanta, l’indagine sul segno, la presenza spaziale, l’azzeramento cromatico, lo portano ad una personale ricerca sulla pittura con sperimentazioni dalle tele dipinte a spray (Paesaggio, Galleria Il Punto di Torino, 1968) agli smalti e ai floccaggi su plexiglas, legno o vedril (Linea d’aria, Salone Annunciata di Milano, 1969). La pittura si addensa su vetri, neon o cassette di plexiglas in macchie di colore di piombo e antimonio. Nei primi anni Settanta, fra i pionieri della “pittura analitica”, si inseriscono lavori su parete, rigorose quadrettature e tracciati elementari in polvere di cemento, carboncino o conté (18 x 18 / 3 rossi + 1), preceduti da lastre progettuali in durcot su plexiglas (Progetto per parete); l’artista non perde di vista la tela, intervenendo con esili segni che constatano lo spazio, lo misurano attraverso semplici geometrie (Acrilico n. 5, 10/1, AYZ), mentre ancora sui plexiglas graffiati il gesto “vive” e si rivela sul supporto invisibile. La sperimentazione procede con l’utilizzo del pigmento “pearl white”, madreperla, dal 1977 applicato su tele, carte o sul muro, rappresentando l’uscita dal “non colore”. In questo anno l’artista tiene la prima personale alla John Weber Gallery di New York – con la quale collabora per molti anni a seguire – che ne sigla l’inizio di una serie in terra straniera dagli anni ’70 agli anni ’80, da Argès e Baronian di Bruxelles, a Annemarie Verna di Zurigo, D + C Mueller-Roth di Stoccarda, a Walter Storms di Monaco di Baviera. Personali e collettive si alternano costantemente in Italia e all’estero per i decenni successivi. Si citano quelle allo Studio Grossetti di Milano (la cui collaborazione é cospicua nel tempo), alle gallerie Primo Piano e Sperone di Roma, a Il Banco di Brescia, alla Christian Stein di Torino. Del 1976 é la prima monografia di Paolo Fossati, edita proprio da Christian Stein, cui seguirà quella del 1988 per le Edizioni Essegi di Ravenna. Ancora nel ’76, Gastini partecipa con una sala personale alla XXXVII Biennale di Venezia. Filiberto Menna recensisce la personale alla Galleria E Tre di Roma (1977) e Pier Giovanni Castagnoli quella allo Studio G7 di Bologna (1979). Alla fine del decennio la pittura ormai sconfina dalla superficie della tela, della carta o degli altri supporti, e conquista la parete; al contempo, l’utilizzo di deiversi materiali quali la pergamena, il vetro, i metalli quali ferro, rame e stagno, gli elementi organici come il carbone, i vegetali simili a carrube, ed in seguito la pietra, siglano la sua cifra stilistica (il suo linguaggio artistico). Talvolta accumulati in un’unica opera per le loro tipicità formali a favore di suggestioni emotive. All’inizio degli anni Ottanta viene recuperato il colore, l’impasto pittorico più complesso, materico e cromaticamente acceso, con pigmenti e leganti. In questo decennio, e a seguire, tante le personali e collettive in Italia e all’estero che ne confermano la fama artistica: nel 1982 partecipa nuovamente alla XL Biennale di Venezia ed esce la monografia di Tommaso Trini. Ancora, la Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera ospita la sua prima grande retrospettiva, a cura di Helmut Friedel; seguono la personale alla Galleria Civica di Modena (1983), accompagnata da un catalogo con  testo critico di Flaminio Gualdoni, e al PAC di Milano (1984). In questo periodo Gastini realizza anche le grandi dimensioni: del 1987, a Castel Burio, é La nave vichinga solca i filari, installazione site-specific all’aperto e in stretto dialogo con l’ambiente, e del 1988, a San Gimignano, in Piazza Pecori il grande lavoro che si ispira al gioco dei bambini per le strade (Il sogno respira nell’aìre). Ancora lavori in grande scala negli anni Novanta, anni nei quali si affianca una produzione caratterizzata dall’uso del ferro. Un susseguirsi di esposizioni in Nord Europa, Italia e oltreoceano denota la costante attività espositiva dell’artista: Galerie Branstetter & Wyss, Zurigo, John Weber Gallery, New York (1990); Studio La Città, Verona (1991); Galleria Civica d’Arte Moderna, Bologna (1992, con testo critico di Pier Giovanni Castagnoli); Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento (a cura di Danilo Eccher), Kunstverein, Francoforte e Sangallo (1993, a cura di Peter Weiermair, Petra Kirchberg, Roland Waspe); Studio G7, Bologna (1996); Galleria Il Cenacolo, Trento (1999). Il nuovo secolo conta, tra le varie, la retrospettiva alla GAM di Torino (Palazzina della Società Promotrice delle Belle Arti) e la Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco (2001), a cura di Pier Giovanni Castagnoli e Helmut Friedel; quella al CAMeC di La Spezia e alla Kunsthalle di Göppingen presentata da Bruno Corà e Werner Meyer (2005). Per le gallerie private, si citano le personali alla Galleria dell’Oca di Roma (2005), alla Otto Gallery di Bologna (2006), alla Galleria 2000 & Novecento di Reggio Emilia (2007), alla Galleria Giorgio Persano di Torino (2008), alla Galleria dello Scudo di Verona (2008-09), alla Galleria Progettoarte-elm di Milano (2012), alla Galleria Antonella Cattani Contemporary Art di Bolzano (2014), alla Galleria Il Ponte di Firenze (2016). Gastini realizza ancora installazioni, come nella chiesa di San Giacomo a Treville (2005) e nel bosco di Bossolasco (2008); a Torino, per Luci d’Artista, dal 2009 -permanente- un tappeto di segni blu a neon modellato si irradia verso il soffitto della Galleria Subalpina. Dal 2005, l’artista ritorna al dialogo con lo spazio della tela singola, grande: una serie di lavori si caratterizza per un fregio composito nella parte alta (con la presenza anche della terracotta), mentre nella parte bassa si stende una velatura pittorica sui toni del bianco, attraversata da tratti finissimi, a ricordo dei lavori degli anni Settanta (Stoicheion, Arché, I tempi delle attese). Le tele, come già in passato, vivono di pieni e vuoti, di estremamente leggero contro estremamente pesante, e sembrano sostenersi da sé nel vuoto. Cromaticamente predomina il blu, un pigmento blu oltremare utilizzato con la spugna, abbinato al nero: insieme, si staccano dall’impasto di bianchi spalmato con le mani e si protendono idealmente verso gli elementi tridimensionali. Frequente l’impiego dell’alluminio, fuso in calchi, dell’ardesia e del vetro, materiali che nei lavori ultimi sono conficcati di taglio nella tela. La pittura inonda lo spazio, ma si fissa nella percezione di un istante sul quadro, immobilizzata da lame di pietra; si addensa in zone di colore e ombre di materia.


Ufficio stampa Susanna Fabiani (susy@galleriailponte.com) – dettagli e materiale fotografico su richiesta.

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