La giovinezza di Masolino

 

Masolino_Empoli

L’enigma della giovinezza di Masolino

di Ugo Procacci

 

da: Masolino a Empoli

Catalogo della Mostra

Chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani – Collegiata di S. Andrea

Empoli settembre 1987

 

Uno dei punti più problematici della vicenda di Masolino è la sua giovinezza, della quale, allo stato delle conoscenze attuali, si sa poco o quasi nulla.

Ad Ugo Procacci, colui che ha scoperto le sinopie e gli affreschi della Cappella di Sant’Elena ad Empoli e che ha trovato e pubblicato tanti documenti relativi ai pittori operosi a Firenze nel Quattrocento, è stata richiesta la Sua autorevole presenza in que­sta pubblicazione.

Ugo Procacci ha risposto con una lettera in cui invita la redazione del catalogo a ri­pubblicare alcune sue pagine particolarmente significative per tentare di risolvere il pro­blema della giovinezza di Masolino.

Il professor Procacci comunica inoltre nella stessa lettera la sua ipotesi di lavoro di un lungo soggiorno di Masolino in Ungheria durante la sua giovinezza. Tale soggiorno spiegherebbe la mancanza di documenti a Firenze relativi a questa fase della vita di Masolino.

Nella lettera così egli scrive:

“La mia non certo più giovane età e i tanti impegni che ho, non mi per­mettono di dedicarmi ora a uno studio che pure ho in animo di scrivere fino da quando, nel lontano 1954 ebbi la fortuna di rinvenire nelle Car­te del Monte, presso l’Archivio di Stato di Firenze, i documenti vera­mente di notevole importanza che ci fanno conoscere il soggiorno dell’artista in Ungheria, nel terzo decennio del Quattrocento; ne detti allora notizia (Rivista d’Arte 1954, pp. 36-38) ma i tanti incarichi dai quali sono stato sempre afflitto, mi hanno fino a ora impedito la loro pubblicazione, con adeguato commento come si conviene a studi di critica. In seguito le mie ricerche mi hanno convinto che Masolino si era recato in Ungheria anche antecedentemente al suo soggiorno documentato di cui or’ora si è detto; e quindi una volta spero di poter finalmente scrivere su quest’artista per me grandissimo e la cui importanza nella pittu­ra del tempo non è stata ancora messa nella giusta luce; ma per questo dovrò eseguire ancora ricerche archivistiche che potrebbero dare altri risultati anche circa il soggiorno di Masolino ad Empoli.

Intanto, penso che tu potresti far pubblicare nel volume in onore di Masolino, quanto sull’enigma della sua giovinezza ho scritto su un possibile primo soggiorno in Ungheria; soggiorno che credo molto probabile, anche, e specialmente, per l’assenza su di lui, nelle carte archivistiche dei primi decenni del Quattrocento, di qualsiasi citazione, sia pure del suo solo nome, nei ricordi di carattere amministrativo e finanziario; che è cosa del tutto singolare, come sa bene chi abbia buona conoscenza appunto delle carte archivistiche del tempo, e come non si riscontra per nessun altro artista sempre dello stesso tempo.

Il passo da pubblicare sarebbe il seguente: ‘E siamo ora al mistero… dell’un artista sull’altro’ (Masaccio, Firenze, Olschki Editore, 1980, pp. 13-17).

E siamo ora al mistero della gioventù di Masolino; egli, più anziano di Masaccio di circa 17-18 anni, si iscrive all’Arte dei Medici e Speziali solo un anno dopo di lui, nel gennaio del 1423, quando doveva avvicinarsi ai quaranti anni; è stato ritenuto, secondo le affermazioni del Vasari, e avanti di lui di un anonimo scrittore dei primi del Cinquecento, che Masolino sia stato aiuto del Ghiberti nell’esecuzione della prima porta del Battistero, e sia cioè da identificarsi con quel Tommaso di Cristofano che i documenti, appunto della prima porta, ci ricordano collabora­tore in quest’opera; occorre però ricordare quanto siano frequenti le omonimie quando ancora non esistevano i cognomi o erano di scarso uso; a Firenze, per quello che è a mia conoscenza, vivevano tre Tommaso di Cristofano nei primi decenni del Quattrocento, e uno di questi – il cui nonno si chiamava Braccio, mentre l’avo di Masolino aveva nome Fino – era un orafo, iscritto regolarmente come tale all’Arte della Seta. Sembra quindi più logico pensare che sia stato costui l’aiuto del Ghiberti, data anche la sua continuità nel lavoro (e non un’esperienza di poco più di un mese, come fu per Donatello, o di ragazzo, come per Paolo Uccello, che noi troviamo al lavoro per quasi cinque anni, ma da quando era decenne); ed è anche da presumere che l’errore dell’anonimo scrittore cinquecentesco e del Vasari sia derivato proprio dall’aver conosciuto i ricordati documenti che erano certo facilmente consul­tabili presso l’Arte di Calimala.

Nessun ricordo di qualsiasi genere, che è cosa assolutamente strana per artista che avesse operato a Firenze, nessuna opera noi abbiamo di Masolino fino a quell’anno 1423, in cui egli, come si è visto, si iscrive all’Arte dei Medici e Speziali e che si legge inoltre alla base di una sua tavola con la Madonna e il Bambino, conservata nella Kunsthalle di Bre­ma; di conseguenza viene fatto di pensare che l’artista abbia operato fino ad allora lontano da Firenze. Si potrebbe obiettare, è vero, che le regole per l’immatricolazione alle arti non erano più, nel primo Quattrocento, così ferree e rigide, come nel Trecento; però al dovere di iscrizione non poteva sottrarsi un artista che avesse voluto operare in pro­prio e che avesse dovuto eseguire, in Firenze, lavori importanti alla vista di tutti. D’altra parte proprio dal 1423, dopo la sua iscrizione all’Arte, all’improvviso, l’attività di Masolino a Firenze ci appare esser stata particolarmente intensa: il trittico di S. Maria Maggiore, la Madonna con il Bambino e S. Anna di S. Ambrogio, ora agli Uffizi, eseguita in collaborazione con Masaccio, le pitture di Empoli, e infine i perduti affreschi della volta e dell’ultimo ripiano della cappella Brancacci, sono tutte opere da lui eseguite avanti che egli, il primo di settembre del 1425, partisse per l’Ungheria.

Ma è proprio da esser sicuri che l’Ungheria sia stata solo allora terra di lavoro per Masolino? In questo paese egli si recò per volere di Pippo Spano: «messer Filippo Scolari l’ha rimosso da Firenze e fattolo conducere in Ungheria, per fare alcuno esercizio al ministerio del detto maestro Tommaso appartenente», dicono i documenti da me rintracciati tanti anni fa, ma ancora purtroppo inediti. Ma Pippo Spano non era, né era stato da poco tempo, a Firenze, quando, nell’estate del 1425, fu deciso il viaggio di Masolino; si dovrebbe pensare quindi a un giudizio e a un consiglio dato a lui, in favore dell’artista, da uno dei tanti amici e parenti che egli aveva ancora nella città nativa; non potrebbe essere però invece che Masolino fosse già conosciuto in terra magiara per una sua precedente dimora?

Pippo Spano aveva lasciata Firenze quando aveva appena tredici anni, e in questa sua città, pur sempre da lui amata, fece ritorno una sola volta, nell’estate del 1410; le cronache del tempo ci fanno sapere che il suo soggiorno fu quello di grande e potente Signore: numerosi gent­luomini e trecento armati erano al suo seguito, e per quaranta giorni egli tenne tavola imbandita. È da credere che dopo la sua partenza diversi concittadini, attratti dalla prospettiva di larghi guadagni al servizio di un tale uomo «liberale e magnanimo – come si legge nella novella del Grasso legnaiolo massimamente verso i fiorentini…» e che «dava ricapito a tutti e fiorentini che vi capitavano, ch’avessono virtù nessuna o intellettuale o manuale», si siano recati in Ungheria, dove già esisteva una fiorentissima e numerosa colonia della città toscana; spe­cialmente artisti dato che – è una fonte contemporanea che ce lo dice – «circa cento ottanta cappelle dal fondamento (Pippo Spano) ha fatto fare; … e queste aveva fatte fare insino all’ultima sommità e alla loro perfezione»; del resto sempre nella novella del Grasso si legge che in questi tempi un legnaiolo era venuto a Firenze ad offrire, ad altri del suo mestiere, di recarsi in Ungheria; e come si sa il Grasso lo seguì. Quanto poi Pippo Spano tenesse a queste sue cappelle risulta dal fatto che egli, nel maggio del 1426, volle che gli ambasciatori fiorentini, inviati presso l’imperatore Sigismondo, si recassero a visitare le due che più gli stavano a cuore: «venimmo ad Albareale – scrive Rinaldo degli Albizzi, uno dei due ambasciatori -…e vedemmo la cappella sua, fatta di nuovo, per sua sepoltura, adorna molto, e bene dotata di ricchi paramenti (è probabile che in questa cappella che era «fatta di nuovo» avesse lavorato Masolino nei mesi precedenti); e ancora «…. venimmo a Osora, luogo principale dello Spano… fummo ricevuti dalla contessa – la moglie – magnificamente a sue spese; e fecesi mostrare il castello bellissimo, e più chiese fatte di nuovo, con molti ricchi paramenti e molte altre magnificenzie» (anche in tali fabbriche può aver lavorato Masolino in questo periodo di tempo).

Un’ultima considerazione: il contratto di Masolino era per tre anni, ma fu rescisso dopo sedici mesi, il 31 dicembre del 1426, per la morte di Pippo Spano; tuttavia l’artista ritornò a Firenze solo verso il 20 luglio dell’anno seguente. Quasi sette mesi di tempo non ci vollero certa­mente per un viaggio che si faceva in non molti giorni; si deve quindi pensare che per circa sei mesi l’artista ebbe ancora lavoro, probabilmente proprio in Ungheria, dove poteva essere molto apprezzato e ben cono­sciuto specialmente se la sua dimora in terra magiara, invece che di po­chi mesi, fosse stata, in antecedenza, di un lungo periodo di tempo. E non si potrebbe forse anche sospettare che le molte commissioni di la­voro avute da Masolino a Firenze tra il 1423 e il settembre del 1425, tutte di particolare importanza, e poi quelle susseguenti al suo ritorno dall’Ungheria, siano dovute proprio al prestigio di cui l’artista, prima mai operante a Firenze, poteva godere per esser stato al servizio di Pippo Spano?

La prima conclusione di quanto si è venuto dicendo, è che tra Masolino e Masaccio non sia esistito un vincolo di discepolato e che gli stretti rapporti di lavoro, durati tutta la vita, siano dovuti a ragioni a noi ignote; forse – è solo un’ipotesi – a quel vincolo di affetto che spesso lega tra loro chi ha tratto origine da uno stesso luogo quando si trova lontano dalla terra nativa. Del resto nelle prime due opere che ci rimangono dei due pittori – la Madonna di Brema di Masolino e il trittico di Cascia di Masaccio – manca qualsiasi influenza, come già è stato osservato, dell’un artista sull’altro.


 

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