La seconda mostra alle Gallerie degli Uffizi

Eike D. Schmidt

 Direttore delle Gallerie degli Uffizi

Fig.2

Pittore emiliano del XVIII secolo

Nano dormiente (Il nano bocciolo)

1700-1710 ca.

Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina e Appartamenti Reali, depositi

Buffoni, villani e giocatori alla corte dei Medici

 

Nella Roma antica, il trionfo tributato ai generali dopo una campagna vittoriosa consisteva in una parata in cui sfilavano insegne, prigionieri illustri, animali rari e la parte spettacolare del bottino. Tra le grida di ovazione del pubblico, su di un carro riccamente ornato sedeva in trono il generale stesso, in posizione sopraelevata: davanti a lui stava accoccolato un ‘matto’ che aveva invece il compito di deriderlo e ingiuriarlo, per ricordargli la caducità del suo successo e i suoi limiti umani. Nella cornice del solenne rituale, il ruolo affidato a questo folle doveva essere tanto moralistico quanto aberrante, a sottolineare non solo la diversità di fortuna e rango ma anche di prestanza fisica e mentale. La diversità, quasi sempre confinata all’aspetto, continuerà nei secoli a garantire uno status speciale a questi personaggi, poi trasformati in bambole di corte che dalla sofisticata Mantova di Lodovico III Gonzaga alla Firenze di Cosimo I e dei suoi successori, non solo popolano di immagini sorprendenti le opere più auliche – una nana appare tra i ritratti di famiglia nella Camera degli Sposi del Mantegna, il nano Morgante spunta in più d’una scena nella decorazione di Palazzo Vecchio e alla base del monumento equestre di Cosimo I in piazza della Signoria – ma vengono fatti oggetto di un’attenzione allo stesso tempo morbosa e affettuosa, in indimenticabili ritratti commissionati ad artisti di grido. Considerati alla stregua di giocattoli viventi, di meraviglie della natura degne di una Wunderkammer, ma anche accorti consiglieri dotati di speciali licenze rispetto all’etichetta della corte, questi buffoni, nani, giocolieri spuntano dai documenti d’archivio con un’identità definita: vengono infatti ricordati per imprese (e talvolta misfatti) che li inseriscono come persone reali nella vita della corte, la cui biografia può esser tratteggiata con sapidi dettagli, e di molti si può chiarire l’alto spessore umano e culturale. La posizione dei buffoni, a metà strada tra il divertimento e la coscienza parlante del signore, li eleva a protagonisti di un’arte giocosa e bizzarra, che permette anche all’artista felicissime libertà espressive: e valgano da esempio i ritratti del nano Morgante di Bronzino e Valerio Cioli, i caramogi nelle Stagioni di Faustino Bocchi, il Meo Matto di Suttermans e tanti altri presenti in questa mostra, oltre alle figure silvane e occupate in strane attività che spuntano inaspettate tra le siepi del Giardino di Boboli. Nell’arte del Cinquecento, e in seguito, si assiste a una riabilitazione e sdoganamento del riso, che nel Medioevo – considerato una manifestazione diabolica – era stato relegato ai recessi più nascosti e inarrivabili delle cattedrali gotiche.In questa mostra, che realizza un vecchio progetto di Marco Chiarini rimasto nel cassetto, gli autori coraggiosamente affrontano un tema insolito e complesso, con utilissime escursioni nella letteratura e nella storia della medicina. Sarà difficile d’ora in poi visitare le nostre gallerie e passeggiare per la città senza riconoscere in molte statue e pitture i buffi amici dei signori di un tempo, ‘nuovi’ abitanti di un passato molto più variegato di quello che tramandano i manuali di storia dell’arte.

 

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