Gelosi, Impazienti e dimenticati

gelosi

 

 

A Firenze c’erano le Accademie degli Umidi (fondata nel 1540), degli Apatisti (1635), del Cimento (1657), dei Georgofili; a Livorno era attiva quella dei Curiosi, a Prato quella degli Infecondi (1715), a Siena quella degli Intronati, a San Miniato quella degli Euteleti (1822), a Volterra quella dei Sepolti…

A Milano c’era quella dei Pugni, a Bologna quella degli Incamminati…

Erano libere associazioni di persone, che si davano uno statuto e una missione: per esempio diffondere l’arte, la letteratura, la scienza… o gestire un teatro.

Come l’Accademia degli Immobili che nei 1652 costruì l’attuale Teatro della Pergola o quella degli Infocati, che costruì il Teatro del Cocomero, oggi noto come  Teatro Niccolini.

A Empoli c’era l’Accademia  dei Gelosi Impazienti, dei quali ormai nessuno parla più. Come nessuno  probabilmente legge più la Presa di San Miniato (Livorno, 1764), di Ippolito Neri (1652-1708), medico e scrittore empolese che dell’Accademia fu uno dei fondatori.

Come spesso accadeva, l’Accademia degli Impazienti fu fondata per la gestione di un Teatro, fatto costruire dalla Famiglia dei Neri, e in particolare da Ippolito  e dal fratello Pietro, entrambi medici. Correva l’anno 1691, e il Teatro si trovava più o meno dove si trova attualmente il cinema La Perla, all’inizio di quella che una volta si chiamava via dei Frati ed adesso si chiama appunto via dei Neri, in ricordo della antica famiglia che qui possedeva le proprie case.

Oltre al Teatro, dove si recitavano anche commedie scritte da commediografi locali, utilizzando attori più o meno improvvisati, c’erano anche alcune sale, dove si giocava a carte e addirittura, in epoca più recente, a biliardo. Per essere ammessi alla Accademia, e quindi avere diritto a un palco per la famiglia e accesso alle sale da gioco, occorreva far parte delle migliori famiglie empolesi e pagare una quota annua.

Era un vero e proprio status simbol, come lo era avere una cappella privata nelle chiese della città.

Erano esclusi tassativamente coloro che esercitavano mestieri manuali, considerati poco nobili: in pratica restavano fuori gli appartenenti alla piccola borghesia, allora emergente.  Si trattava di un vero e proprio club, come si direbbe oggi, un circolo chiuso, all’interno del quale solo la classe dirigente di allora, che oggi definiremmo alta borghesia, trovava accoglienza.

Dall’Accademia erano assolutamente escluse le donne e, dal momento che il diritto di appartenenza era ereditario, nel caso che tale diritto fosse finito a una donna, questa doveva nominare un suo rappresentante, o procuratore, pena l’esclusione automatica.

Impazienti va bene…ma perché Gelosi? Provo a indovinare.

Nel 1710, come si rileva da una bozza di contratto, peraltro non andata a buon fine, una seconda Accademia (probabilmente costituita da personaggi esclusi dalla prima, e per tanto, forse, Gelosi…) chiese ai legittimi proprietari, i Neri, di  acquistare “lo stanzone” o Teatro delle Commedie. Nel 1751 questa vendita si concluse positivamente e gli acquirenti furono appunto i Gelosi Impazienti, che nel frattempo, si può dedurre, si erano fusi.

Da due Statuti, uno del 1851 e l’altro del 1894, che si sono conservati e che sono reperibili nella nostra Biblioteca,  è possibile conoscere come era organizzata la vita accademica.

Il capo del Consiglio o Seggio Accademico, che veniva eletto ogni tre anni, era il Console, coadiuvato da due Consiglieri. Era previsto un Segretario e un Camarlingo (o Tesoriere), mentre al Provveditore erano affidate le chiavi del Teatro. Una figura particolare era l’Accademico di Ispezione, ruolo ricoperto a turno da tutti gli Accademici, che aveva il compito di garantire il rispetto della corretta gestione del Teatro.

Oltre che garantire le normali ispezioni di sicurezza, come l’accertarsi che non venissero introdotti nel teatro fuochi accesi, come caldani, pipe per fumare ecc… vigilava anche che la tipologia e la qualità dello spettacolo fosse quello promesso dalle compagnie, che si alternavano sulle scene.

In effetti era una specie di difensore dei diritti dei consumatori-spettatori. Era compito suo anche accertarsi che il nome degli attori che compariva sulla locandina corrispondesse effettivamente a quello degli attori recitanti, per evitare che una diversa qualità della rappresentazione, rispetto a quella promessa, potesse danneggiare gli spettatori. Era permesso consumare pasti nei palchi, ma non erano ammessi schiamazzi: la forza pubblica, sempre presente, poteva intervenire ed allontanava gli importuni.

Il motto dell’Accademia era naturalmente in latino: aut cito aut numquam, o subito o mai più.

Lo stemma invece raffigurava un cervo inseguito da un cane.

Il Teatro già nello Statuto del 1894 portava il nome del grande attore Tommaso Salvini, e lo conservò fino alla fine, quando, la notte del 24 luglio del 1944, i genieri della Panzer Grenadier minarono il campanile della chiesa di Sant’Agostino e lo fecero cadere sul Teatro, distruggendolo.

Toccherà all’ultimo Console, il mitico “Sor” Antonio del Vivo e al suo Camarlingo, Alarico Castellani,  unici sopravvissuti dell’ ultimo Seggio Accademico alle rovine della guerra, a chiudere ufficialmente l’Accademia dei Gelosi Impazienti, con la vendita dell’area del Teatro alla ditta Cecchi & Chambry, che presto costruirà l’attuale cinema La Perla.

Cosa si saranno detti, il Console e il suo Camarlingo, con gli occhi umidi, nell’ultima adunanza? Mistero… gli archivi dell’Accademia sono misteriosamente spariti nel nulla, insieme ai sogni, alle speranze, alle commedie e agli intrighi, di intere generazioni di appassionati di teatro e di potere.

Paolo Pianigiani


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