Dal Radiocorriere, n. 30 del 1958

Dalla rubrica Postaradio Risponde, a pag. 26.

rullo busoni1958 - RADIOCORRIERE N. 30 PAG. 26

Registrazione su rullo

« Ho saputo che sono state registrate su dischi alcune interpretazioni di Ferruccio Busoni che si trovavano su rulli. Potreste spiegarmi che cosa sono questi rulli? . (Piero Bertini – Torino).

Le prime incisioni fonografiche venivano eseguite anziché su dischi, su cilindri o rulli. L’apparecchio fonografico derivava direttamente da quello inventato da Thomas Alvo Edison nel 1877. Tale apparecchio consisteva in un movimento d’orologeria che manteneva in moto uni­forme un cilindro, in primo tempo rivestito di un sottile foglio di stagnola, successivamente di cera (cera più colofonia). Su questo ci­lindro appoggiava lievemente un sistema meccanico formato da uno zaffiro a forma appuntita, ma arrotondato in punta, collegato per mezzo di una specie di piccola leva al centro di una membrana di mica tenuta rigidamente all’orlo. Il sistema meccanico veniva fatto scorrere longitudinalmente rispetto al cilindro in modo che sulla superficie cilindrica lo zaffiro tracciava un sottile solco ad elica. Le onde sonore colpivano la membrana e la mettevano in vibrazione: tale vibrazione si trasferiva alla punta che penetrava più o meno nella stagnola o nella cera in moto lasciandovi delle tracce più o meno profonde, a seconda dell’ampiezza delle vibrazioni e più o meno fitte a seconda della frequenza di queste vibrazioni. Una volta terminata la registrazione su questo cilindro si riportava all’inizio delle spire il sistema meccanico incisore; rimettendo la macchinetta in moto si riproduceva il fenomeno inverso e cioè lo zaffiro pene­trando più o meno nelle tracce lasciate in precedenza, ricostituiva le vibrazioni originarie e le ritrasmetteva alla membrana che le irra­diava nell’aria circostante. La prima macchinetta, dopo alcune riprodu­zioni, non era però più in grado di dare accettabili suoni perché lo zaffiro consumava rapidamente il solco alla riproduzione: il cilindro poteva però servire per altre incisioni facendolo piallare opportuna­mente. Occorreva fare in modo che si potessero ottenere molte ripro­duzioni e mentre queste macchinette-giocattolo si diffusero per il mondo, si lavorava indefessamente per migliorare i risultati ottenuti. Così fu presto aggiunta una tromba che permetteva di registrare e riprodurre i suoni con maggiore intensità; si migliorò la composi­zione della « cera » rendendola più consistente e si arrivò ben presto a sostituire il disco al cilindro (nel 1887) per poter ottenere molte copie stampate dal primo originale mediante un processo galvano-plastico che, nelle sue linee essenziali, ancora oggi serve per fabbri­care i dischi ordinari.


Ferruccio Busoni, il Festival del 1958 a Empoli

RADIOCORRIERE N. 48/ 1958 – PAG. 4

radiocorriere 1958 p

   OMAGGIO A BUSONI

Dal Festival che la città di Empoli ha organizzato recentemente in onore del suo illustre figlio, la RAI ha ripreso alcune delle composizioni più significative con la direzione di Bruno Bartoletti e con la collaborazione solistica del violinista Joseph Szigeti e del pianista Pietro Scarpini

Empoli, la città che dette i na­tali a Ferruccio Benvenuto Bu­soni — vissuto dal 1866 al 1924 — ha organizzato nell’ot­tobre di quest’anno un Festi­val musicale in onore del suo gran­de figlio. La Radiotelevisione Ita­liana, che tanto ha contribuito al­la diffusione dell’opera di questo straordinario e sotto molti aspetti profetico artista — il quale, per aver svolto la sua attività fuori della patria, fu per molto tempo ignorato, quale creatore, in Italia, e conosciuto soltanto come sommo pianista —, coglie l’occasione per accrescere tale suo contributo, tra­smettendo ad un maggior numero di ascoltatori il principale avveni­mento di quel Festival, svoltosi ne­cessariamente per una cerchia più ristretta. Continua a leggere

Pietro Domenico Bartoloni da Empoli

Cenacolo degli Agostiniani, 27 Novembre 2015. Nell’ambito dei “Venerdì in Archivio”, si è tenuta una serata per ricordare questo sconosciutissimo empolese, vissuto fra il ‘600 e il ‘700.

 

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Servizio fotografico di Marcantonio Perugino

Filmati integrali del Convegno: Alena Fialova’.

 

Ha aperto i lavori Eleonora Caponi, Assessore alla Cultura del Comune di Empoli

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Paolo Pianigiani ha presentato il professor Alessandro Catalano, della Università di padova, studioso e biografo di Pietro Domenico Bartoloni.

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Silvano Salvadori legge il ritratto di Bartoloni, fatto in punta di penna da suo cugino, Ippolito Neri, autore della “Presa di San Miniato”.

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L’intervento di Giuliano Lastraioli:

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La Tipografia Nuova Ige: la collezione di etichette

Ringrazio gli amici Piero, Patrizia, Alessandro e tutti gli operatori della Tipografia Nuova Ige di Empoli, che hanno voluto condividere con me, e quindi con tutti i miei lettori, il loro librone dei cartellini, o delle etichette. Una collezione che attraversa gli anni d’oro dell’economia nostra, quando le confezioni nascevano come funghi e l’unico vero problema era trovare un nome adatto. Il mercato era lì, pronto ad assorbire tutto.

Paolo Pianigiani

 

 

La storia delle confezioni empolesi e non, attraverso le immagini delle etichette. Che componevano il campionario, da mostrare con orgoglio ai possibili clienti: sappiamo fare questo, si potrebbe fare quello…

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E le commissioni fioccavano, negli anni dorati quando a Empoli fiorivano le confezioni. Tutte immancabilmente di lusso. A sfogliare questi antichi, piccoli capolavori, si sente la ricerca di condividere messaggi esotici, lontani, possibilmente inglesi. E gli empolesi, allora, non avevano mai visto Prato.


Un nano in piazza

di Paolo Pianigiani

da Emporium n. 4, Settembre 2015

Il Nano Settembre n 4


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Una vecchia cartolina con gli affreschi ancora in vista


 

Il suo nome era Braccio di Bartolo ed era un nano. Veniva da una piccola città vicino a Bologna, Castel del Rio. Di professione faceva il buffone di corte, ed era bravissimo. Siamo alla corte di Cosimo I, Duca e poi Granduca di Toscana.

Gli fu messo un nome particolare, per evidenziare ancor di più la sua statura: Morgante, che era un gigante, nel capolavoro di Luigi Pulci. Dei cinque buffoni medicei, lui era il preferito, per la sua mente sempre pronta, il suo modo di fare che divertiva i familiari, e non ultima, la sua capacità di cacciare utilizzando un gufo ammaestrato e i “panioni”, che erano pertiche ricoperte di colla, con i quali catturava piccoli uccellini che finivano negli arrosti ducali.

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La bottega dei Bicci a Empoli

I Bicci a Empoli

di Paolo Pianigiani

Da Emporium, n. 3, Luglio-Agosto 2015

I Bicci a Empoli

 

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A Siena per dire battere il capo dicevano in antico bicciare. E biccio era chiamato il bernoccolo che ne deriva.

Da cui, probabilmente, viene il soprannome Bicci, che fu dato ad Averardo de’ Medici, nonno di Giovanni, iniziatore delle fortune economiche della famiglia fiorentina, che di certo ebbe un bernoccolo, quello degli affari. Ma anche quello che Dante, nei Sonetti, dice essere il nome di Forese Donati, suo amico e rivale, fra il serio e lo scherzo, messo poi nel Purgatorio a scontare i suoi peccati di gola.

Come è noto i cognomi attuali derivano spesso dai nomi dei padri: per identificare una persona si diceva insieme al nome di battesimo anche quello del babbo. Ecco spiegata l’origine dei Bicci, notissima bottega fiorentina di pittori, iniziata da Lorenzo, (figlio di un tale sconosciutissimo Bicci), attivo nel tardo ‘300 fino al primo quarto del ‘400. Di lui a Empoli abbiamo tre opere: il bel Crocifisso a fondo oro, eseguito  per la Compagnia della Croce in Santagostino, una Madonna in trono di cui non si conosce la prima collocazione e la grande Madonna con Santi, di recente restauro, che stava sull’altare di Collegiata dal 1985 per volontà e scelta dell’allora proposto Giovanni Cavini. Tutte erano nel Museo di Collegiata, fino dalla prima raccoltina collocata da Vincenzio Lami nella Compagnia di San Lorenzo (attuale Sacrestia), con i soldi dell’appena nata Italia Unita, elargiti dall’empolesissimo Vincenzio Salvagnoli, neo Ministro nominato agli affari della Chiesa.

I Bicci se ne fregavano delle mode. E delle novità portate dai novatori. Erano pittori per committenti senza grilli per la testa. Prediletti sicuramente, e preferiti, qui da noi nel contado, dove il nuovo arrivava in ritardo, dopo le conferme fiorentine. Tradizione e fondi oro, quindi, lasciando stare Giotto che già aveva mandato in soffitta la pittura gotica e che avrebbe dato origine alla grande esplosione di Masaccio, Donatello, Paolo di Dono e via andare.

Scomparso dal mondo Lorenzo, prende le rèdini dell’azienda Bicci, a cui era stato dato il nome del nonno, e dette un bell’impulso alla notorietà della bottega. Bicci comunque un qualche sentore del nuovo lo recepì, e con lui il volume diventa, o tenta di diventare, spazio. Ci ha lasciato tre lavori, la Madonna e santi che sta al Museo, con il primo ritratto (e che ritratto!) di donatore empolese, un barbuto Simone Guiducci, il San Nicola da Tolentino che salva Empoli dalla peste e, con il beneficio dell’attribuzione, gli affreschi della cappella dedicata alla Maddalena, riscoperti sotto l’intonaco dal Procacci nel 1943. Queste ultime due in Santo Stefano, la chiesa degli Agostiniani, nominata da noi Santagostino.

Rimane Neri, ultimo capobottega, figlio di Bicci. Gli viene attribuita la dipintura della Maddalena, opera in legno scolpita da frate camaldolese Romualdo, abate e intagliatore attivo nel convento di Candeli. In verità copia di maniera della celeberrima Maddalena di Donatello, che sta al Museo dell’Opera del Duomo, a Firenze. Ma basta andare nel museo di San Miniato per ammirare le sue due opere, la Madonna col Bambino in trono fra quattro Santi (del 1452) e l’altra con la Madonna che dona la cintola a San Tommaso (1470 – 1475). Neri di Bicci muore nel 1492, anno della scomparsa di Lorenzo il Magnifico e della scoperta dell’America. Cambia il mondo e la bottega dei Bicci sparisce, per lasciare il posto ai grandi maestri del Rinascimento fiorentino.