Edward J. Dent: Busoni a Berlino e il Dottor Faust

Faust opera

 Stagione Lirica 1984/1985
Ferruccio Busoni DOKTOR FAUST
Direttore Zoltan Pesko
Regia Werner Herzog
Scene e Costumi Henning von Gierke
photo Primo Gnani


BUSONI A BERLINO

E IL “DOTTOR FAUST”

Da “Il Pianoforte”, Giugno 1921

Dal Fondo “Emilio Mancini” di Firenze

Busoni è ritornato a Berlino nell’ottobre scorso. Prima della guerra Berlino era stata la sua dimora fissa per molti anni: durante la guerra egli visse quasi sempre a Zurigo. Ora lo hanno chiamato ad insegnare composizione all’Accademia di Musica: e questo è il definitivo riconoscimento del suo valore come compositore.

Sei anni di assenza lo avevano fatto quasi uno straniero per Berlino, che vi erano molti giovani musicisti, ai recitals ch’egli dette in autunno, i quali lo ascoltavano per la prima volta. Un cambiamento è avvenuto sia nel pubblico sia in lui stesso: sei anni fa egli era più discusso che ricono­sciuto come pianista, e, come compositore, quasi non usciva dal suo ri­stretto cerchio di amici. Oggi egli è un pianista che non si discute più: è entrato, si può dire, nel suo terzo periodo. Il mondo lo accetta non solo ma si inchina dinanzi a lui: tuttavia è probabile che come pianista non lo si udrà più tanto di frequente nell’avvenire. Egli è ormai riuscito ad im­porsi come direttore d’orchestra e come compositore: e, per ora, si preoc­cupa in particolar modo di questi due aspetti della sua attività.

È interessante ascoltare i giudizi su Busoni dell’ultima generazione per la quale egli è nuovo. Mi diceva, per esempio, un giovane musicista: «Io avevo sempre sperato di diventare uno dei suoi allievi, ma dopo aver assistito ai suoi concerti ho cambiato idea. È un esempio troppo pericoloso. Non è Bach, Beethoven, Weber ch’egli suona: è sempre Busoni. Egli può esprimere la sua personalità in questo modo, poiché è grande abbastanza per convincere: ma quelli che studiano sotto la sua guida corrono il rischio di diventare null’altro che dei deboli imitatori delle sue caratteristiche. Noi, giovani pianisti, non abbiamo il diritto di far prevalere le nostre indi­vidualità su quelle dei classici: noi dobbiamo essere assolutamente imper­sonali ; dimenticarci e non essere più che degli interpreti». Questi giovani pensano quindi ch’essi hanno più da imparare da Busoni musicista che da Busoni pianista; e la loro ammirazione per il pianista è temperata da qualche timore. Lo spirito tedesco del nord ha sempre concentrato la sua attenzione più su quello che potrei dire l’aspetto didattico dell’esecuzione pianistica che sul suo effetto sensuale come momento di esperienza emo­tiva. Una tale austerità ascetica è indubbiamente lodevole come protesta sia contro la ostentazione puramente virtuosistica, sia contro la mollezza del romanticismo sentimentale. Ma è appunto perchè Busoni è il più sere­namente intellettuale dei pianisti ch’egli può permettersi quella sensuale esuberanza della pura bellezza del suono di cui tanti suoi ascoltatori sen­tono istintivamente il pericolo, come quella ch’è così traboccante da mi­nacciare la propria serenità meno sicura.

Come insegnante di composizione Busoni, sia ch’egli sia un maestro diligente o meno, non mancherà di avere la più notevole influenza sulla più giovane scuola dei compositori tedeschi. Egli ha abbastanza sangue tedesco in sè per comprendere lo spirito tedesco del romanticismo, mentre la sua acuta intelligenza di italiano lo rende in ogni momento un severo e illu­minato critico di quello spirito. La sua musica è spesso abbastanza diffi­cile da comprendersi, ma anche ad una prima audizione si può sempre percepire che essa tende alla chiarezza. La chiarezza è la qualità che non fu mai caratteristica dell’intelligenza tedesca: uomini come Mozart e Goethe rappresentano le rare eccezioni di genio. La reazione contro il classicismo di Brahms ha aumentato la confusione nella musica contemporanea tedesca. I leaders di oggi, nella loro passione per la espressione senza limiti della emozione, incerti se rifarsi al vecchio linguaggio musicale tedesco o adottare tutti o parte degli idiomi nuovi stranieri, hanno in gran parte perduto ogni senso di forma e di stile, e con la forma e lo stile hanno perduto la loro individualità. Solo in rarissimi casi accade di ritrovare frasi o atteggiamenti che decisamente affermino il loro compositore. In quasi tutta la musica dei musicisti tedeschi di media età vi è una strana deficienza di personalità. Ed essa proviene non da mancanza di impulso poetico o di abilità tecnica ; quello che manca è il senso di autocritica, il giudizio intellettuale che elimina tutto ciò che non è necessario. Queste qualità, e inoltre la capacità architettonica di comporre costruzioni logiche e bene equilibrate, sono possedute in alto grado da Busoni, e fortunata­mente i giovani sembrano ben disposti a cercare di imparare da lui tutto quanto potranno.

***

Il lavoro nel quale oggi Busoni è impegnato sovratutto è la composi­zione dell’opera Dottor Faust, di cui due brani vennero eseguiti già in concerto (a Berlino, a Londra, a Roma, ecc.). È quasi inutile dire che il poema — già apparso in volume — non ha nulla a che fare nè con quello di Gounod nè con quello di Goethe, dacché Busoni si è attenuto alla leg­genda assai anteriore alla rappresentazione di marionette del Doctor Faustus ed alla storia dell’attuale Doctor Faustus stesso. Egli fa prece­dere all’opera un prologo in versi, da recitarsi a velario chiuso e dopo un preludio musicale che vuole esprimere la vigilia di Pasqua e il risveglio della primavera; e nel prologo rivela il motivo che lo guidò nella compo­sizione. Dalla sua prima infanzia, ci dice, egli fu ossessionato da una com­media nella quale appariva il Diavolo, e da questo spunto si è sviluppata e maturata l’ opera del Dottor Faust. Egli poi espone sommariamente la sua teoria del dramma e della musica :

La scena mostra gli atteggiamenti degli uomini, e la falsità le sta scritta in fronte; perché  non divenga  uno specchio deformante, occorre che agisca come uno specchio magico; e poiché essa svaluta soltanto il vero, sarà sovratutto adeguata all’incredibile; così che se, come realtà, essa vi fa ridere, come puro «gioco» vi obbliga alla serietà.

Solo in tal forma essa richiede la musica, la musica ch’è lontana da tutto ciò ch’è quotidiano; il suo corpo è l’aria stessa, la sua voce il desiderio, ed essa vola… II meraviglioso è la sua patria.

Io mi rivolsi perciò a tutti quelli che vissero e operarono nel meraviglioso ; buoni o cattivi, santi o dannati  essi mi attraggono irresistibilmente col loro fascino.

Il palcoscenico è uno specchio ; ma, per quanto esso non sia uno spec­chio deformante, deve essere uno specchio magico ; ed al mondo della magìa è la musica che apre le porte. La visione di teatro che ha Busoni è in fondo quella di Shakespeare, di Dryden e di Purcell, per i quali tutti la musica divide il terreno dall’ultraterreno. Così egli ha considerato i tre grandi eroi di leggenda che sono venuti in contatto più stretto con il sovru­mano : Merlino, Don Giovanni e Faust, e si è deciso finalmente per questo ultimo.

L’opera comincia. Faust, rettore magnifico di Wittenberga, è nel suo studio. Wagner annuncia tre studenti di Cracovia.

Essi portano con sè un libro: Clavis Astartis Magica; non vogliono nulla per esso : egli li ricompenserà un giorno. E se ne vanno. Intanto scende la notte, e a mezzanotte Faust chiama gli spiriti, il settimo dei quali è Mefistofele. Il dottor Faust busoniano è più intellettuale che sensuale: l’episodio di Margherita è già passato e dimenticato:

fammi libero,

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dammi il genio

e con esso pure i suoi dolori.

Mefistofele incalza per il suo patto. I creditori di Faust sono alla porta: il fratello di Margherita non ha dimenticato: i preti, che lo accusano di stregoneria, sono sulle sue traccie; il rogo lo attende. Faust esita; la legge bussa alla porta. Egli accetta e Mefistofele compie per lui il primo delitto. Faust firma il patto mentre appare l’alba e il popolo dall’interno canta il Gloria.

A questo doppio prologo segue un intermezzo. La scena è nella cat­tedrale. Valentino in armi è inginocchiato dinanzi ad un altare e prega il Dio della battaglia e della vendetta che gli conceda di ritrovare il se­duttore della sorella. Faust e Mefistofele spiano dalla porta; se il guer­riero si volta e vede Faust, uno dei due morrà. Mefistofele assume l’a­spetto di un monaco e si inginocchia accanto a Valentino: non ha il soldato qualche peccato da confessare prima che giunga la sua ora? Ma Valentino sembra avvedersi del travestimento. Un ufficiale e altri soldati entrano, attaccano per qualche vecchio conto Valentino e lo uccidono; il monaco Mefistofele gli dà la sua grottesca benedizione, dà uno sguardo a Faust, gli addita il cadavere e lo aggiunge al suo conto. Cala la tela.

Qui comincia il vero dramma. Alla Corte del Duca di Parma, nel giorno delle sue nozze, Mefistofele — come araldo — introduce il meravi­glioso mago Dottor Faust. Invitato a dare un saggio dell’arte sua, questi cambia il giorno in notte e fa assistere gli spettatori a tre visioni: prima, Salomone e la Regina di Saba, poi Sansone e Dalila, e infine Salomè, Gio­vanni Battista e il carnefice di questi con la spada sguainata. Ogni coppia di amanti ha l’aspetto di Faust stesso e della Duchessa, il carnefice ras­somiglia al Duca.

Faust :     Ad un segno di Salomé cadrà la spada.
Duchessa :  No, no, non deve morire !
Faust :    Dunque voi mi amate.

Il Duca è sospettoso, ma tuttavia ringrazia Faust affabilmente e con­duce la Duchessa nel cuore della festa. Mefistofele avvisa Faust di prepararsi a fuggire, ma egli non vuole andarsene solo. La scena rimane vuota per un momento: poi la Duchessa l’attraversa impetuosamente alla ricerca di Faust. Si fa di nuovo giorno chiaro tutt’un tratto, e Mefistofele, nei panni di un ciambellano di corte, rivela graziosamente al Duca che la sua sposa è fuggita; ma, poiché gli amanti fuggirono per l’aria su fieri cavalli, sarà meglio non far parola ad alcuno e cercarsi un’altra sposa. Il Duca di Ferrara sta preparando un attacco contro quello di Parma; perché non sposerebbe la sorella di quello, prevenendolo?

Il Duca: Fu il cielo che vi ispirò questa idea.

Mefistofele : Si, perchè no : probabilmente.

La scena cambia e ci riporta a Wittenberga. In una taverna alcuni studenti stanno discutendo, con maggior o minore leggerezza, sulla teoria platonica delle idee: e si rivolgono a Faust chiedendogli il suo parere. «Nulla è stato mai provato e nulla può esser provato» egli risponde. (Queste parole sono il tema inespresso del dramma: Busoni le scrisse egli stesso sul frontispizio delle bozze che mi comunicò a Londra : «Niente è provato e niente è provabile »). Faust comincia a parlare di Martin Lutero, ma è interrotto da una disputa generale tra studenti cattolici e protestanti, in latino e in tedesco, sui meriti del vino, delle donne e del canto. A Faust ritorna in mente l’avventura con la Duchessa di Parma, ed egli sta per narrare quella storia quando entra un corriere tutto coperto di polvere, che non è altri che Mefistofele. La Duchessa è morta e fu sepolta, egli dice, e invia come ricordo a Faust il cadaverino di un bimbo che egli getta ai piedi di Faust. Gli studenti si precipitano sul corriere. Perché prendere la cosa così al tragico? egli dice: è solo un fascio di paglia! E vi dà fuoco: Faust possiederà della Duchessa qualcosa di assai più bello. Faust la insegue in una specie di danza lenta; ma proprio nel punto in cui gli pare di afferrarla, ella svanisce.

Una pausa ; e finalmente Faust dice a sè stesso :

L’uomo non è nato per raggiungere la perfezione. Vi tenda dunque nella misura che potrà e faccia il bene, come gli è dato.

Ed ecco nel fondo appaiono tre figure nere: gli studenti di Cracovia, che gli richiedono il libro ; ma Faust l’ha distrutto. Essi lo avvisano che a mezzanotte suonerà l’ultima ora sua. «L’ora della mia perfezione» egli risponde, e indica loro la porta. Essi scompaiono.

L’ultima scena rappresenta una strada in Wittenberga, con una porta d’entrata alla Cattedrale ed un grande crocifisso sul muro. Wagner, ch’è divenuto il successore di Faust come rettore magnifico, entra e riceve i rallegramenti degli studenti per il suo discorso d’inaugurazione. Faust? Ah, sì, egli era più un profeta visionario che un uomo di soda cultura; e poi, nella vita privata, Dio ci scampi e liberi ! E così, buona notte, signori !

Passa il guardiano, e gli studenti scappano via cantando in coro. Faust entra e guarda la casa che un tempo fu sua. Una mendicante siede sul gradino della porta; egli le darà l’ultima sua moneta, nella speranza che una buona azione possa guarire l’anima sua. La mendicante si leva in piedi: è la Duchessa di Parma, e gli presenta il bambino. Egli lo prende ed ella scompare. Faust si avvia verso la cattedrale per pregare: Valen­tino, armato, gli si pone dinnanzi e gli impedisce di avanzare, con la spada sguainata. Ma Faust è ancora padrone degli spiriti malvagi, e il fantasma sparisce. Faust si inginocchia dinnanzi al Crocefisso, ma non sa trovare le parole per pregare. Intanto sopraggiunge il guardiano notturno dietro di lui: Faust alza il viso ed alla luce della lanterna vede, invece del Crocifisso, la forma di Elena. Non avrà dunque grazia?

Ma subito si leva in piedi : egli ha trovato nuova forza ed ora è «al di là del Bene e del Male».

Così si compisca l’opera

ad onta di voi, di tutti voi

che vi vantate buoni,

e che noi invece diciamo cattivi,

voi che per i vostri vecchi rancori

vi riparate dietro altri uomini

e su di essi scaricate

le conseguenze delle vostre risse.

Contro questa alta visione della mia maturità

si infrange ora la vostra malvagità,

e nella libertà da me conquistata

svaniscono insieme Iddio e il Diavolo.

Lascia il cadaverino del bimbo per terra, lo copre con il mantello, traccia un circolo magico attorno ad esso, e vi si pone nel centro. Il bimbo continuerà la sua esistenza, e compirà quello che ha lasciato interrotto: perciò Faust sopravvive in eterno, Faust, la volontà immortale. Egli cade morto: e il guardiano annuncia la mezzanotte. Un giovane nudo si leva dalla terra con in mano un ramo pieno di germogli, e se ne va in fretta sulla neve, profondandosi nella notte. Il guardiano notturno — che è Me­fistofele — tiene alzata la sua lanterna sopra il capo di Faust: poi lo sol­leva, se lo carica sulle spalle e lentamente se ne va.

EDWARD J. DENT.



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