Alfredo Casella: Busoni pianista

Pianoforte 1921 per  web

Dalla rivista IL PIANOFORTE, Giugno 1921

BUSONI PIANISTA

Dal fondo “Emilio Mancini” di Firenze

È grande. Immensamente grande. Così grande da ispirar quasi sgomento. Accanto a questo gigante, gli altri pianisti viventi — siano essi pur eccezionali — sembrano altrettanti fanciulli. Quelli più capaci tecnica­mente, non reggono al confronto interpretativo; quelli più artisti non pos­sono viceversa competere con lui per la loro inferiorità meccanica.

Solamente nel passato troviamo due nomi senza dubbio suscettibili di rivaleggiare con quello del miracoloso nostro toscano: i nomi di Liszt e di Rubinstein.

Tn Busoni ritroviamo ancora una volta traccia della formidabile in­fluenza che esercitò Franz Liszt su quasi tutti i musicisti della seconda metà dell’ottocento. La formazione pianistica di Busoni è nettamente lisztiana. Mentre Bach e Mozart furono i veri maestri di Busoni compo­sitore. Liszt guidò per mano il pianista sino alla sua completa emancipa­zione. Pochi sanno che Busoni è l’unico pianista il quale abbia eseguito tutto Liszt. Basta conoscere la smisurata produzione pianistica del vecchio abate per valutare la grandezza di un simile sforzo.

E pur ben pochi sanno che Busoni — allora ventisettenne — ebbe un giorno la virtù di rifare da capo tutta la sua tecnica pianistica, da lui giudicata imperfetta; e di ricostruirla precisamente studiando tutte le opere di Liszt.

Non è possibile — in poche parole — dare un’idea della tecnica busoniana. Di fronte a Ferruccio Busoni, assistiamo al miracolo dell’uomo che ha risolto ogni problema. Non esiste più un solo nascondiglio del­l’odierno tremendo tecnicismo pianistico che non sia stato da lui esplorato e completamente esaurito. Quando egli siede davanti alla tastiera, non vi sono più difficoltà, e neanche impossibilità. Una mano miracolosamente facile — dalla struttura straordinariamente aristocratica e quasi femmi­nile — obbedisce alla volontà di una mente la cui complessità fulminea ed instancabile appare talvolta diabolica.

Perché la tecnica di Busoni è quasi interamente cerebrale. Poche sono — relativamente — le ore di vero studio da lui trascorse davanti al piano­forte; ma viceversa singolarmente intenso è il lavorìo mentale che lo prece­deva. Busoni racconta del resto che molti fra i maggiori e più ardui pro­blemi tecnici furono da lui risolti non alla tastiera, ma in viaggio, oppure in tram o passeggiando.

Massimo sforzo in minimo tempo: ecco la formola essenziale della tec­nica di Busoni. Questo fatto viene a confermare quanto disse così giusta­mente il chimico tedesco Ostwald: essere il genio null’altro che una mac­china intellettuale capace di lavorare meglio e più rapidamente di altre congeneri.

Se la tecnica della tastiera consistesse solamente nell’aspetto — di­ciamo così — pianolistico, allora certi pianisti come Godowsky, Rosenthal o Backhaus potrebbero lottare con Busoni. Ma ciò che rende il suo giuoco così particolare, così inconfondibile, così affascinante, è la sua inarrivabile scienza del tocco e della varietà di colori, del timbro musicale insomma.

Nessuna espressione scritta potrebbe dare un’idea — nemmeno appros­simativa — della magìa di quell’arte coloristica. Mentre la maggior parte dei pianisti passano à coté della incomparabile poesia del pianoforte senza neanche avvertirla, una esecuzione di Busoni ci svela un complesso di iride­scenze sonore quali solo ne può offrire il nostro meraviglioso istrumento.

Le risorse primordiali del pianoforte, cioè la costante possibilità di opporre una estrema trasparenza ad una nebulosa confusione, la ricchezza armonica particolare conferita dal pedale, la facoltà di ottenere simultaneamente più sonorità diverse, vengono da lui sfruttate all’ultimo grado.

Mi rammento ancora una sua esecuzione (nella scorsa primavera a Parigi) della colossale fuga dell’op. 106 di Beethoven. Fu come una luminosa visione di gloria, una epopea napoleonica veduta a traverso non so quale velo di nebbia, una immagine di Walhalla suggerita dall’alta fantasia del­l’animatore, che mi lasciò una impressione indimenticabile, non priva di qualche analogia con quella prodottagli dal prodigioso Omero di Rembrandt che trovasi al Museo dell’Aja.

***

Ma tutto ciò non riflètte che il lato prevalentemente tecnico del Maestro. Dobbiamo adesso parlare dell’interprete in un senso più spirituale.

Fu detto sovente che l’interprete debba essere un semplice servo del pensiero creatore. Da questa concezione dissento parecchio. D’altra parte, penso però — ancora oggi — che l’interprete ideale dovrebbe essere totalmente impersonale.

Ogni qualvolta odo Busoni, queste vecchie preoccupazioni mi si riaffac­ciano assillanti. In presenza di questo formidabile artista, il quale tratta le produzioni le più elevate dei maggiori geni non con l’umiltà del sacer­dote che compie un rito, ma piuttosto con la superbia del conquistatore che prende possesso di terre altrui, vien fatto talvolta di chiedersi se non siano completamente errate le concezioni usuali dell’interprete.

Ma una eccezione — per quanto apparentemente persuasiva — non in­valida una regola. Nell’ordine delle cose musicali, e più precisamente nel dominio dell’interpretazione, Busoni è una magnifica eccezione, unica del genere.

La verità risiede in questo: più che un interprete, Busoni è un crea­tore. Quando una musica qualsiasi ci perviene per le sue mani, non è tanto il pensiero di questo o di quell’autore che incontriamo, ma la sensibilità di Busoni, così come ammiriamo in certi quadri non già la riproduzione della realtà, ma sibbene la visione particolare del pittore. Mentre l’interprete normale s’identifica collo spirito del compositore sino ad illudersi di aver creato egli stesso il lavoro, Busoni piega prepotentemente la creazione altrui ad espressione completa della propria umanità. Talvolta la deformazione è lieve, e meno ce ne accorgiamo; altre volte invece essa è eccessiva, ed allora ci troviamo di fronte a risultati veramente curiosi — non sempre consoni colle nostre nozioni stilistiche — ma sempre prodotti di una mente meravigliosamente intelligente. D’altronde, poco o nulla gioverebbe discutere qui ciò che taluni chiamano «gli errori» interpretativi di Busoni; la sua personalità è di quelle anormali, enormemente invadènti e autocratiche, le quali si accettano o si respingono in blocco.

Fu detto — principalmente per bocca di certe ascoltatrici femminili — essere l’arte di Busoni fredda e scarsamente umana.

Non ritengo che ciò sia esatto. È vero bensì che questo tipo di esecu­zione non offre mai le due qualità che particolarmente possono sedurre le donne: la sentimentalità e la morbosità sensuale. Ma esso offre altre pre­ziose caratteristiche, le quali — per essere meno diffuse — non sono però meno umane: la grandiosità, la severità e la nobiltà.

A queste ne aggiungerò poi un’altra, non meno rara : la bontà. Questa ultima forse ancora meno accessibile delle predette perché Busoni — e qui parlo non solamente dell’artista, ma altresì dell’uomo — non si svela tanto facilmente e spesso dissimula la sua profonda gentilezza d’animo sotto un denso velo d’ironia e di persiflage, ottima precauzione per tenere a distanza i mediocri.

E come nella vita non lo avvicinano veramente che quei pochi capaci di comprendere tutta la grandezza della sua magnifica spiritualità, così nel pubblico molti lo ammirano ma non lo penetrano. «Il n’y a que l’esprit qui sente l’esprit», disse Chamfort.

Si ode spesso rimproverare a Busoni le frequenti modificazioni che egli apporta al testo musicale di altri autori (modificazioni però quasi sempre di ordine puramente istrumentale).

Non è qui possibile esaminare a fondo una tanto complessa questione, la quale coinvolge con sè tutto il problema dell’interpretazione.

Alcuni anni fa, avrei risposto senza esitazione condannando tutte quelle libertà di cui sopra. Oggi invece, comincio a pensare che la musica non debba necessariamente essere eseguita come venne scritta, e che ciò che solo vale, in fondo, nell’interpretazione, sia tutto quanto aggiunge l’in­terprete di imponderabile (quindi impossibile a notarsi materialmente) allo «scheletro» grafico cui è sempre costretta in fin dei conti la fantasia del creatore…

Ultimamente mi venne dato di sentire all’estero certi straordinari dischi americani da grammofono, nei quali si udivano alcuni di quei fan­tastici jazz-band negri improvvisare in modo inverosimile attorno alla mo­desta trama musicale di certi fox-trot. E pensavo — udendo certe sontuose polifonie ritmiche adattate su talune notissime danze dalla mirabile genia­lità inventiva di quegli esecutori, capaci di trarre da un semplice fox-trot un monumento poliritmico e multifonico suscettibile di reggere il con­fronto con una fuga di Bach — : che abbia a ritornare un giorno (con altri mezzi s’intende) la vecchia libertà interpretativa del  ‘400 e ‘500?

Potrebbe anche darsi. Ma su questo vastissimo argomento mi riservo di ritornare un giorno. Torniamo intanto a Ferruccio Busoni, per con­cludere.

Non so se quanto precede possa dare — a chi non l’abbia udito — una idea di un artista il quale è indubbiamente una delle figure più grandi della nostra arte, non solamente presente, ma pure passata. Ma la musica — disse giustamente un poeta — «comincia dove finisce la parola». Come si potrebbe dunque — con semplici parole — suggerire un’idea esatta di una arte, come quella di Busoni, che è precisamente fatta di altissima cerebra­lità, di eccezionale grandezza, e sopratutto di musica nel senso più puro del vocabolo, intesa cioè come quel giuoco divino di suoni per la cui misteriosa e sovrannaturale euritmia si esprimano le anime eroiche?

Comunque, valga questo breve saggio come tributo pubblico reso ad un uomo di genio da un artista, il quale si sente orgoglioso di poter intuire ed affermare in tutta la sua eccezionale vastità ed umanità il pensiero di questo — forse ultimo — figlio dei grandi Italiani del Rinascimento…

ALFREDO CASELLA.

Ferruccio Busoni


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