Un nano in piazza

di Paolo Pianigiani

da Emporium n. 4, Settembre 2015

Il Nano Settembre n 4


PalazzoGhibellino

Una vecchia cartolina con gli affreschi ancora in vista


 

Il suo nome era Braccio di Bartolo ed era un nano. Veniva da una piccola città vicino a Bologna, Castel del Rio. Di professione faceva il buffone di corte, ed era bravissimo. Siamo alla corte di Cosimo I, Duca e poi Granduca di Toscana.

Gli fu messo un nome particolare, per evidenziare ancor di più la sua statura: Morgante, che era un gigante, nel capolavoro di Luigi Pulci. Dei cinque buffoni medicei, lui era il preferito, per la sua mente sempre pronta, il suo modo di fare che divertiva i familiari, e non ultima, la sua capacità di cacciare utilizzando un gufo ammaestrato e i “panioni”, che erano pertiche ricoperte di colla, con i quali catturava piccoli uccellini che finivano negli arrosti ducali.

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Una volta, correva l’anno 1540, per stupire gli ospiti, lo fecero combattere, tutto nudo, con una scimmia. Si prese un paio di morsi, alla spalla e al braccio, ma risultò vincitore, intascando 10 ducati, anticipati come pegno, dall’anello del Cardinale di Forlì, presente alla disputa. Insomma, per i tempi impietosi delle disgrazie degli uomini, non se la passava male, arrivando anche ad avere un podere in regalo, per garantire l’avvenire ai figlioli, che ebbe. Quando morì, il collega che lo sostituì fu chiamato anche lui Morgante, perché rimanesse almeno il ricordo di quel piccolo fenomeno di simpatia. Notissimi i ritratti di Morgante, realizzati dal Bronzino (il doppio ritratto agli Uffizi) e il Bacchino sulla tartaruga, scolpito da Valerio Cioni nel 1560, che si trova al’ingresso del Giardino di Boboli.

Cosimo ci si era affezionato, e se lo portava dietro anche nelle visite ufficiali, per esempio quando si recò a Roma nel 1570, per essere incoronato Granduca da Pio V. E proprio in quella occasione il Giambologna ricorda Morgante, nella scena realizzata a bassorilievo in bronzo, nel monumento equestre di Piazza della Signoria, a Firenze. Dando un’occhiata al calendario, è probabile che il Morgante raffigurato sia il secondo della serie. Ma poco cambia per noi e la nostra storia.

45_Incoronazione_firma

Nel recente lavoro di Walfredo Siemoni, Lorenzo Bonini, pittore e dissegnatore, stampato dalla Nuova Ige per la Misericordia di Empoli, viene attribuito al pittore fiorentino, protagonista del saggio, anche il ciclo di affreschi presente fino al 1959 sulle pareti del cosiddetto Palazzo Ghibellino in piazza dei Leoni, di proprietà della Cassa di Risparmio di Firenze e in quell’anno ceduto al Comune. Attualmente gli affreschi, staccati, sono collocati negli uffici della sede in via Pievano Rolando. Fino ad oggi indecifrati nel contenuto, grazie alla scoperta di Walfredo Siemoni adesso sappiamo il contenuto dei due grandi racconti di figure che ci arrivano dal primo 600. Rappresentano due episodi celebri della vita di Cosimo I, la sua nomina a Duca di Firenze, da parte dei nobili fiorentini, e la strepitosa incoronazione a Granduca, a Roma, con appunto il nostro Morgante affiancato da un cagnolino di corte, a prendersi la scena in primo piano.

Morgante_affresco_firma

Sono tasselli, di una qualche importanza, che tornano al loro posto, dopo anni ed anni di mistero assoluto. Gli affreschi furono, con ogni probabilità, commissionati al Bonini dai Giomi, famiglia empolese nota anche per aver fondato il convento delle Domenicane, le monache “nuove” di via Chiara. Un omaggio al Granduca Ferdinando, con il quale i Giomi avevano legami politici ed economici. Ed ecco che, grazie al nostro Morgantino, che non poco ha contribuito alla scoperta, un affresco sconosciuto a tutti, riacquista importanza e lo spazio che merita nella nostra storia cittadina.

Sarebbe auspicabile che quelli affreschi, o una loro copia, tornassero dove mano impietosa li tolse, nel 1959. Piazza dei Leoni sarebbe ancora più bella e più nostra.

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