La bottega dei Bicci a Empoli

I Bicci a Empoli

di Paolo Pianigiani

Da Emporium, n. 3, Luglio-Agosto 2015

I Bicci a Empoli

 

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A Siena per dire battere il capo dicevano in antico bicciare. E biccio era chiamato il bernoccolo che ne deriva.

Da cui, probabilmente, viene il soprannome Bicci, che fu dato ad Averardo de’ Medici, nonno di Giovanni, iniziatore delle fortune economiche della famiglia fiorentina, che di certo ebbe un bernoccolo, quello degli affari. Ma anche quello che Dante, nei Sonetti, dice essere il nome di Forese Donati, suo amico e rivale, fra il serio e lo scherzo, messo poi nel Purgatorio a scontare i suoi peccati di gola.

Come è noto i cognomi attuali derivano spesso dai nomi dei padri: per identificare una persona si diceva insieme al nome di battesimo anche quello del babbo. Ecco spiegata l’origine dei Bicci, notissima bottega fiorentina di pittori, iniziata da Lorenzo, (figlio di un tale sconosciutissimo Bicci), attivo nel tardo ‘300 fino al primo quarto del ‘400. Di lui a Empoli abbiamo tre opere: il bel Crocifisso a fondo oro, eseguito  per la Compagnia della Croce in Santagostino, una Madonna in trono di cui non si conosce la prima collocazione e la grande Madonna con Santi, di recente restauro, che stava sull’altare di Collegiata dal 1985 per volontà e scelta dell’allora proposto Giovanni Cavini. Tutte erano nel Museo di Collegiata, fino dalla prima raccoltina collocata da Vincenzio Lami nella Compagnia di San Lorenzo (attuale Sacrestia), con i soldi dell’appena nata Italia Unita, elargiti dall’empolesissimo Vincenzio Salvagnoli, neo Ministro nominato agli affari della Chiesa.

I Bicci se ne fregavano delle mode. E delle novità portate dai novatori. Erano pittori per committenti senza grilli per la testa. Prediletti sicuramente, e preferiti, qui da noi nel contado, dove il nuovo arrivava in ritardo, dopo le conferme fiorentine. Tradizione e fondi oro, quindi, lasciando stare Giotto che già aveva mandato in soffitta la pittura gotica e che avrebbe dato origine alla grande esplosione di Masaccio, Donatello, Paolo di Dono e via andare.

Scomparso dal mondo Lorenzo, prende le rèdini dell’azienda Bicci, a cui era stato dato il nome del nonno, e dette un bell’impulso alla notorietà della bottega. Bicci comunque un qualche sentore del nuovo lo recepì, e con lui il volume diventa, o tenta di diventare, spazio. Ci ha lasciato tre lavori, la Madonna e santi che sta al Museo, con il primo ritratto (e che ritratto!) di donatore empolese, un barbuto Simone Guiducci, il San Nicola da Tolentino che salva Empoli dalla peste e, con il beneficio dell’attribuzione, gli affreschi della cappella dedicata alla Maddalena, riscoperti sotto l’intonaco dal Procacci nel 1943. Queste ultime due in Santo Stefano, la chiesa degli Agostiniani, nominata da noi Santagostino.

Rimane Neri, ultimo capobottega, figlio di Bicci. Gli viene attribuita la dipintura della Maddalena, opera in legno scolpita da frate camaldolese Romualdo, abate e intagliatore attivo nel convento di Candeli. In verità copia di maniera della celeberrima Maddalena di Donatello, che sta al Museo dell’Opera del Duomo, a Firenze. Ma basta andare nel museo di San Miniato per ammirare le sue due opere, la Madonna col Bambino in trono fra quattro Santi (del 1452) e l’altra con la Madonna che dona la cintola a San Tommaso (1470 – 1475). Neri di Bicci muore nel 1492, anno della scomparsa di Lorenzo il Magnifico e della scoperta dell’America. Cambia il mondo e la bottega dei Bicci sparisce, per lasciare il posto ai grandi maestri del Rinascimento fiorentino.

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