Un nuovo spazio dedicato all’Arte, a Empoli: Filarete Art Studio

Questo slideshow richiede JavaScript.

Si inaugura a Empoli il nuovo spazio espositivo Filarete Art Studio.
Situato nei pressi della stazione ferroviaria, lo spazio dispone di una superficie espositiva di circa 100 mq e si prefigge di promuovere eventi relativi alle arti visive, alla musica e alla letteratura.
Il primo appuntamento in programma è previsto per sab. 17/10/2015 alle ore 18,00 con la mostra POST CLASSIC che vedrà coinvolti gli artisti: Frank Dituri, Luigi Fatichi, Massimo Innocenti e Mauro Manetti.
Tutti e quattro da anni portano avanti la loro ricerca con un occhio di riguardo all’arte del passato.
Nelle fotografie di Frank Dituri, si avverte il desiderio di rimarcare la propria identità culturale, attraverso una serie di scatti fotografici che riproducono iconografie sacre.
Nei lavori pittorici e grafici di Luigi Fatichi è palese l’attenzione verso l’arte classica greca e romana.
I paesaggi di Massimo Innocenti ci rimandano alle rinascimentali prospettive aeree di Leonardo da Vinci.
Nei mosaici e nelle sculture di Mauro Manetti affiora la nostalgia e
l’ammirazione per l’arte bizantina e per gli artisti medievali.
Corredata da un testo critico di Angela Sanna, la mostra resterà visibile fino al 20/11/2015
FILARETE ART STUDIO
Via Bellini n 29 Empoli (FI)

Ideale postclassico

di Angela Sanna

Non sono animato da un sentimento nostalgico del passato, da una contemplazione retrograda e trasfigurante delle epoche passate. No. Dietro a tutta la mia repulsione e al mio tedio si nasconde un’idea antichissima e profondamente radicata, l’idea che per un’epoca non vi è nulla di più importante del suo stile>>. Queste parole dello scrittore e drammaturgo Hermann Broch, rilette a distanza di molti anni, possono invitarci a riflettere sul senso del rinnovamento culturale in un’epoca, come quella odierna, marcata dall’instabilità e dal progressivo svuotamento di valori e obiettivi. A fronte di questa precarietà, dove l’arte si confronta con lo sfaldamento di forti ideologie e di grandi ideali, si è generato un panorama culturale sì saturo di proposte, ma contemporaneamente invaso da un ingorgo visivo e sonoro che perturba la percezione, la specificità e il reale valore di ogni singola esperienza. Sembra allora lecito domandarsi se in questo caotico horror vacui, dove tutto sembra essere stato già detto e sperimentato, la ricerca artistica possa ancora nutrirsi di antiche eredità culturali fortificando così le proprie fondamenta e superando le soglie di una fugacità sempre più vorace. La mostra Postclassic, allestita in un nuovo spazio che intende riallacciare i fili con un’arte di controtendenza fondata sulla qualità, la sapienza tecnica e la profondità di pensiero intende difendere questa possibilità di ripresa. L’obiettivo dell’esposizione non è un repêchage storicistico sull’onda di reminiscenze citazioniste. Né si tratta della reinvenzione di un’arte sublime tesa a contrastare quella che Jean Baudrillard definiva, sul finire degli anni Ottanta, “un’irrimediabile vacuità” nella quale “l’arte è travestita dall’idea. L’idea è travestita dall’arte”. Quello che propone la mostra è una convergenza di principi poetici e costruttivi, un incontro tra coscienza e memoria che richiami alla sua autenticità primaria l’esperienza creativa ed estetica. La scena si apre con quattro artisti – Frank Dituri, Luigi Fatichi, Massimo Innocenti, Mauro Manetti – tutti diversi per indole e stile ma comunque accomunati da una perizia compositiva che non rinuncia alla profondità dei contenuti e all’incrocio con le inquietudini del presente.

Nella trama di questo ideale postclassico si distingue la ricerca di Frank Dituri nell’ambito della quale il mezzo fotografico, privato della sua funzione documentaria e cronachistica, si trasforma in un medium capace di captare la superiorità del visibile. Ciò che l’artista immortala nel suo vasto repertorio è quanto l’occhio vede dentro e oltre la retina in un crescendo di risonanze percettive inquadrate fuori da precise coordinate spazio-temporali. Il sottile crinale tra realtà materiale e immateriale su cui scorrono le sue visioni introspettive, emerse non solo dal mondo tangibile ma anche dalle latitudini dell’inconscio e della memoria, apre all’ambivalenza di una contemporaneità arcana e stemperata costituita da soggetti umani, paesaggi naturali, antri luminosi, stralci di penombra, luoghi e figure sacri, particolari architettonici e urbani. Tali elementi lasciano affiorare immagini ancorate all’infanzia, all’identità culturale e all’esperienza personale dell’artista suscitando l’epifania nitida o sfocata di presenze eterogenee su sfondi misteriosamente isolati. Una logica non sequenziale unisce i fotogrammi di questo racconto ispirato allo stupore, alla spiritualità e al richiamo di frammenti dimenticati. Non sarà casuale, allora, l’affinità dichiarata di Dituri con maestri come Edward Hopper, cantore di realtà appartate, o De Chirico e Piero della Francesca, significativamente rappresentativi di una pittura sospesa, imperniata sulle risonanze interiori di  enigmatiche presenze e geometrie. Il tutto oltre ogni osservazione e temperamento positivista, nonostante il quale, come già sosteneva il critico Albert Aurier nella temperie emotiva e poetica del Simbolismo, “l’uomo si trova sempre al centro degli stessi enigmi.

La persistenza di questi enigmi, intorno ai quali ruota la tensione emotiva e spirituale che accompagna ogni intuizione o rivelazione, costituisce anche per Massimo Innocenti uno dei punti nodali della sua ricerca. Poeta prolifico ed esploratore acuto della pratica pittorica nell’ambito della quale approda a traguardi sempre nuovi, in un confronto esigente ma autonomo con la lezione dei grandi maestri, Innocenti pone la natura al centro della sua sensibilità artistica: “Ti vedo dipinta nella Natura, adorabile Poesia”, recita un suo verso nel quale confluisce non soltanto l’oraziano ut pictura poësis ma anche l’espressione estetica che scaturisce da quest’unione. Molte opere del suo repertorio, tecnicamente pregevoli, nascono da una vibrante combinazione di materia pittorica, bitume, foglia d’oro, di rame e d’argento che si stratificano in una scala di contrasti luminosi ben più affini alla dimensione notturna e crepuscolare che ai bagliori diurni. Una dimensione nella quale sembrano risuonare i passi pur tenebrosi di John Milton, “nessuna luce; ma piuttosto una visibile oscurità”, oppure le parole non meno evocative di Francis Bacon: “perché la luce sia splendente, ci deve essere l’oscurità”. I lavori presentati da Innocenti in quest’occasione espositiva – vedute soffuse di montagne, piccoli brani di cielo e paesaggi – rappresentano altresì un incontro fecondo fra cielo e terra. La montagna che da sempre, in Oriente come in Occidente, è simbolo di ascensione ed elevazione, e il cielo, emblema di una dimensione impalpabile e superiore in perenne contatto con luce e oscurità, appaiono qui come due mondi comunicanti. La meditazione di Innocenti su questi temi, avulsi dal quotidiano giornaliero e usurato, non approda a un’estetica purificata bensì a una pittura neoromantica avvolta nel tumulto dei sentimenti. Qui si avverte anche la sua accorata empatia con la storia dell’arte, da Leonardo a Turner, da Previati a Segantini, quasi a ricordare, attraverso il pennello, l’immensità del creato e di ogni singolo elemento della natura. Come quando, per citare lo stesso Innocenti, <<soltanto la solitudine/di un granello di sabbia/può donarci il segreto struggente/di una Montagna>>.

            Quando un artista individua in un elemento minimale il frammento essenziale e imprescindibile di un’entità maggiore, la sua sensibilità si avvicina, per molti versi, a quella di Mauro Manetti. Tale sensibilità, ricollocata in una prospettiva d’indagine artistica, sembra perfino connaturarsi intimamente all’opera di Manetti costellata di disegni, sculture, ‘mosaici’ e ’fossili’ calati in una temporalità silenziosa e immemorabile. Queste prove non rappresentano la riformulazione tout court di antiche maestranze o di reperti naturali sommersi ma brani di un racconto dilatato nel tempo e nello spazio, ‘postarcheologico’ o ‘postclassico’, per riprendere il tema della mostra, sopravissuti all’azione corrosiva e distruttiva del tempo. Sono anche gli esiti inaspettati di una ricerca nata oltre vent’anni fa da motivazioni concettuali e sperimentali, poi abrase dall’esigenza sempre più intensa di riscoprire le salde radici della tradizione. Manetti ha ritrovato questi valori sondando con spirito purista, ma profondamente partecipe, antiche iconografie e procedimenti tecnici legati al mondo antico, bizantino e medievale, per citare solo alcuni esempi, ai quali ha mutuato frammenti di alto grado simbolico. Lungi dal costituire i segmenti di una ricostruzione filologica, tali frammenti sono le tracce lacunose, ma ancora vive, di un passato liberato nel vasto orizzonte della memoria, della poesia e della spiritualità. Sono altresì la manifestazione di un’immagine che può essere compresa, per ricordare un passo evocativo di Barnett Newman, anche da chi “la guardi senza le lenti nostalgiche della storia”. In anni giovanili Manetti si era lasciato sedurre da grandi temi quali il tempo, la distruzione e la ricostruzione. Questi stessi temi ritornano ora depurati della tensione febbrile di quegli anni e riportano in auge, attraverso opere di alto profilo esecutivo, la bellezza della scultura, quasi come un’Araba Fenice che risorge dalle sue ceneri nel panorama desolante della massificazione e della superficialità. Il tutto nei termini di una pulizia formale che ci piace associare alla semplicità difesa da Mies Van der Rohe, less is more, e che si oppone, per la sua sottesa vitalità, al pessimismo espresso a suo tempo dal grande Arturo Martini sul tramonto apparentemente inesorabile della pratica scultorea.

            Alle sorgenti della tradizione e al rigore dell’impianto tecnico-teorico si lega anche l’esperienza pittorica di Luigi Fatichi. Le fonti culturali affioranti dai suoi lavori rivelano un territorio di vasto raggio il cui asse centrale è lo studio di una tradizione che dall’eredità aulica del Quattrocento giunge al movimento Novecento fino ai risvolti più recenti di una figurazione colta. Intorno a questa ricognizione storica, costantemente mediata e rielaborata, ruota la sua peculiare idea di pittura intesa come sintesi, sapienza, integralità. Questi assunti trovano una risonanza particolare nei disegni e pitture dove volti umani, apparentemente immobili nel loro robusto risalto plastico, tracciano un movimento rotatorio di piani e profili. Il disegno, assunto come fondamento della pittura ma anche come arte autonoma, si fa qui corporeo fino a generare un incisivo chiaroscuro – una potenziale scultura in trompe-l’oeil – rivelando la natura quasi architettonica della composizione. La geometrizzazione dei volumi e la precisione del segno, come anche la definizione strutturata della forma – di accento gioioso e talora naïf – conferiscono ai lavori di Fatichi un’assonanza non accidentale con l’ambizione che negli anni del “ritorno all’ordine” ha portato gli artisti a riscoprire l’antico senza arenarsi nelle secche di mere soluzioni imitative. Tanto da poter rinvenire, nei suoi lavori, le reminiscenze di un idealismo di affinità platonica – ma anche geometrica, matematica – in base al quale, per citare la musa di Novecento, Margherita Sarfatti, “se in natura non esiste la linea, l’uomo la inventa, non attraverso la sola visione degli occhi, ma attraverso il cervello”. L’arte non è dunque imitazione della realtà ma dell’idea, e la solidità della rappresentazione diventa il contraltare di un mondo sempre più fragile e frammentario. Se nella vicenda culturale di Fatichi sussistono anche lontani echi postmoderni, è pur vero che altre prove pittoriche, talora marcatamente grafiche, muovono da una realtà ‘ripensata’ e tattile dove spuntano, sul piano squisitamente formale, suggestioni di un linguaggio pop svuotato delle sue motivazioni originarie. Foglie isolate e orizzonti tersi di taglio geometrico, appena screziati da una pioggia di raggi paralleli o da ombre nitide o traslucide, compaiono nel vivido campo cromatico dove l’immagine si staglia in una quiete sospesa, significativamente troncata da nessi con la realtà esterna, con il tumultuoso caos dei nostri tempi.


Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...