Don Backy, Clanyricon, o la storia a fumetti del Clan.

PRESENTAZIONE

di Vincenzo Mollica

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Butto giù queste poche e sentite parole perché sono un ammiratore del cantautore Don Backy, che ci ha regalato sicuramente dieci canzoni che stanno nella storia della musica leggera.

Don Backy è un artista eclettico scrive romanzi, racconti, memorie, dipinge, realizza fumetti con spirito naif, seguendo la lezione grafica, poetica e avventurosa di quel maestro che risponde al nome di Hugo Pratt.

Mi ha sempre incuriosito la passione fumettistica che vive nel talento artistico di questo inventore di storie la sua voglia di sposare le immagini con le parole, al fine di continuare a raccontare la vita per come scorre nelle nostre vene.

Con Clanyricon, Don Backy ha voluto narrare in maniera umoristica, un frammento della sua vita, ha voluto rivisitare – in maniera onirica – l’inizio della sua storia artistica, giorni-mesi-anni, che forse oggi nella sua mente hanno il disincanto che solo i sogni sanno regalare al risveglio.

In tutto questo, il placido Don non ha mai tradito il suo stile, la sua voglia inesauribile di raccontare una favola che questa volta ha condito con il sale dell’ironia. Il titolo del suo primo romanzo recita: Io che miro il tondo (Feltrinelli, 1967) che si può anche considerare una sorta di manifesto estetico. Da questa prospettiva, non ha mai smesso di far respirare la sua arte il bisogno inesausto di trasformare la sua vita in arte.

Una sera d’estate di due anni fa, ho ascoltato un suo concerto a Roma. C’erano tremila persone di ogni età e lui – tra loro – era un cantastorie che raccontava con semplicità la vita delle sue canzoni, trattandole giustamente come se fossero delle persone. Per quanto mi riguarda, questa piccola considerazione è stata una grande scoperta: Le opere d’arte riuscite sono creature che non ti abbandonano mai. Per questo mi piace il temperamento artistico con cui Don Backy mira e gira il tondo come se fosse un distillatore di emozioni, un cercatore di segni che possano diventare filmetti, un seminatore di ombre fatte di colpi di pennello semplici come certe verità, che per esistere non hanno bisogno di illuminazioni.


NOTA DELL’AUTORE

di Don Backy

PERCHE’ DISEGNO

fumetti

Se me lo avessero detto – che un giorno sarei riuscito a disegnare – sarei stato il primo a non crederci. Se mi dicessero che frequentando una qualche scuola di grafica, potrei affinare la mia sconclusionata e casuale tecnica e – forse – riuscirei anche a diventare bravo, risponderei che non ho tempo da perdere, anche se fossi certo del risultato migliore. Il disegnare non è il mio mestiere. Io sono – professionalmente – un autore di canzoni e cantante delle stesse, anche se durante la mia ormai ultra quarantennale appartenenza a questo ‘ambiente’, ho avuto modo di misurarmi anche in cimenti diversi. Nel cinema (I fratelli Cervi, Banditi a Milano, Barbagia, Satyricon, ecc.), nella pittura (quadri per il piacere personale), nella letteratura (libri: “Io che miro il tondo”, “Cielo ‘o Connors & Franz il Guercio…”, “Radiografia a un pupazzo di neve” “C’era una volta il Clan”), nei fumetti (“Sognando”, “l’Inferno” e adesso questo “Clanyricon”), nel teatro musicale

(“Teomedio”, “Marco Polo”). Tutte sfide a me stesso, che ho superato attraverso la passione, l’impegno costante e la voglia di appagare le mie curiosità. Campi in cui sono stato il primo a cimentarmi, in tempi – forse – non ancora maturi, per ricavarne allori e onori. Certo mi avrebbe fatto piacere – come non ammetterlo – ma sostanzialmente, la soddisfazione che ne ho tratto per avercela fatta, mi ha – in parte – ripagato anche delle ‘amarezze’.

Il disegnare quindi – al di là della tecnica – rappresenta per me una valvola di sfogo alla mia voglia di creare per immagini. Mi piacerebbe farlo da regista con un film, ma – fin quando non mi si presenterà questa occasione – la mia macchina da presa sarà la penna e il mio set, sarà un foglio bianco. Anche l’essere arrivato a raffigurare a questo livello, ha rappresentato una sfida. Se si pensa che fino al 1974 (anno d’inizio dei miei primi tentativi), un volto per me era realizzabile solo vergando un cerchio, due puntini a mo’ di occhi, un’astina verticale a rappresentare il naso, e una orizzontale a simulare la bocca. Niente di più. E allora? Direte voi. Ecco come è andata:

In un anno ancor più lontano (1967), mi ero casualmente imbattuto – durante uno dei miei viaggi – in un fumetto pubblicato a puntate su una rivista del ramo: Sgt. Kirk. La storia si intitola “Una ballata del mare salato”, l’autore è Hugo Pratt. Racconta un’avventura, dove – per la prima volta – il protagonista (Corto Maltese), si presenta in maniera defilata, quasi fosse solo un tramite, un mezzo, affinché – attraverso lui -noi lettori, si potesse seguire una trama nella quale non era il solito eroe di turno a farla da padrone. Fu un colpo di fulmine tra me e quel tratto così essenziale. Non so perché, ma esso mi risvegliava emozioni che non riuscivo a mettere a fuoco in maniera chiara e decisa. Qualcosa di ancestrale e intimamente pungente, si ridestava all’osservazione di quei disegni. Sono un appassionato di fumetti e – da bambino – ne ho fatto collezione. Conservo ancora i primi ‘giornaletti’ a strisce di Tex (serie verde, rossa, azzurra), custodisco ancora buona parte di ‘Sciuscià’ qualcosa di ‘Kinowa’, di ‘Tim, il piccolo vagabondo’, di ‘El Bravo’, ma una sensazione così coinvolgente e magica (osservando un fumetto) non l’avevo mai provata dacché ero nato. L’ho portata nel cuore fino al 1974, fino a quando – cioè – non mi si presentò l’occasione per provare a sviscerarla. Un film per ragazzi – di cui avevo scritto la storia – non mi fu preso in considerazione da alcune produzioni dell’epoca (“i film cantati per ragazzi, non tirano… “). Per questo mi misi all’opera con fogli e penna, avendo a disposizione tutta una serie di volumi di Pratt (che nel frattempo avevo continuato a seguire), e che mi avrebbero fatto da ‘maestro’. Fu così che iniziai.

Quattro anni dopo, era nata ‘Sognando’ – commedia musicale a fumetti – passata in Tv, su Rai2 in 9 puntate, nel 1978.

Non mi interessa quindi la tecnica e andrò avanti così, con i miei ‘pupazzetti’ sghembi, dai volti asimmetrici, le giacche stazzonate, le mani innaturali o statiche nella gestualità. Ho però, un carico enorme di passione per quel che tento di raccontare. Non sono interessato a fare i miei personaggi ‘tecnicamente perfetti’ e mai li affiderei ad altri per la realizzazione. Il mio è uno stile/non stile, sono disegni non per cultori del tratto, ma per appassionati/spassionati, in grado di apprezzare più la volontà e il cuore, che la tecnica. L’importante è raggiungere lo scopo divertendosi. E a me, succede!

Don Backy


Da: Don Backy, Clanyricon, 1962-1968, Edizioni Ciliegia Bianca s.a.s., Roma. Stampata nell’ottobre del 2002.

http://www.donbacky.it

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