Emilio Mancini, in arte “Attico”: Alberto Manetti (Brivido).

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UN UMORISTA VALDELSANO

ALBERTO MANETTI (“Brivido”)

Da: “Miscellanea Storica della Valdelsa”

Annata L (1942 – XX)

fasc. 1-2

In una primavera ormai lontana, sulle colonne di un settimanale empolese amichevolmente esaminando le promettenti virtù artistiche e le prime prove dei giovani pittori della città, dopo aver parlato di Nello Alessandrini e di Mario Mazzinghi (anch’egli di recente scomparso), non dimenticavo l’amico Alberto Manetti, il quale, «benchè nato sulle pendici di Poggio Bonizio, tuttavia — dicevo allora — qui in Empoli da lungo tempo risiede, sicchè quando avrà acquistato un po’ di gloria, ne toccherà un pochino anche a noi, che lo abbiamo visto in incubazione».
Se non della gloria, arrivò, e presto, il giorno della notorietà, una notorietà larga e simpatica, come quella che derivava da un temperamento di artista e di umorista, da un’attività onesta e geniale.
Alberto Manetti, nato a Poggibonsi il 7 dicembre 1887, visse la sua giovinezza in Empoli presso la sua zia, moglie del signor Giuseppe Landi, ricevitore del Registro, e di qui prendeva ogni mattina il treno (oh, fredde, buie e lente carrozze del principio del secolo!) per recarsi a Firenze, dove frequentava — a dire il vero, con scarso entusiasmo e minore assiduità — l’Accademia di Belle Arti. E spesso il quotidiano viaggio era rallegrato da quelle sue originali «trovate» che, susseguendosi con vena inesausta, formarono poi la caratteristica di tutta una vita estrosa e scapigliata.
Piccolo e vivace, faccia espressiva dominata dal naso ciranesco, spontanea mimica di attore, alieno dalle pose comuni agli artisti in erba e dal riso sguaiato che spesso involgarisce i giovani, fin d’allora era quel che fu poi, fin d’allora formava la delizia delle brigate.

Ma poiché del soggiorno empolese di  « Brivido » ha scritto con cuore di maestro e di amico Vittorio Fabiani, rileggiamo la pagina, che rievoca, fra il sorriso e il rimpianto, i primi passi del giovane pittore:
« Alberto Manetti frequentò la Scuola Tecnica d’Empoli tra il 1899 e il 1903. Fu uno scolaro modello? Ecco: modello, propriamente no. Ingegno, da buttarne via: voglia, non dico punta, ma poca di certo, forse anche troppo poca. Ciò non ostante, arrivò in fondo meglio di tanti altri e prese la sua brava licenza.

« Per me nutrì sempre affettuosa simpatia, e in due circostanze mi volle suo ospite in Poggibonsi: una volta quando nella sala del Municipio il suo fratello maggiore Guido Antonio, studente in legge, tenne una conferenza sul geografo poggibonsese Francesco Costantino Marmocchi, e un’altra volta quando in Poggibonsi ebbe luogo uno dei tre più famosi contradittorii, e forse il più massiccio di tutti, fra socialisti e anarchici da una parte e cattolici dall’altra: il contradittorio fra il predicatore e scrittore prof. Domenico Conti e l’anarchico avv. Saverio Merlino (degli altri due uno si svolse — se non erro — a Torino tra il Morgari e il gesuita Pavissic, l’altro a Livorno tra l’avv. Modigliani e il canonico Dehò).

« La disputa — ricordo — avvenne all’aperto. Furono adibiti a platea per il pubblico i cortili retrostanti a due fabbricati, divisi tra loro da un muro, in modo che cattolici e sovversivi nè si vedessero nè potessero venire a contatto. In alto, addossato ai fabbricati, era un palco su cui avevano preso posto gli oratori e l’arbitro; e loro, naturalmente, vedevano tutti e da tutti eran visti benissimo.
«Il Manetti ed io, con diversi altri amici, eravamo aggregati — si capisce — nel reparto “Cattolici”.
Don Dante Dicomani, nato a Livorno ma figlio di padre empolese, nel suo bel libro: Un fiore della Terra d’Abruzzo: Letizia Merolli ha riportato le parole con le quali Don Conti, il fiero romagnolo intonacato (l’aveva battezzato così l’antagonista Merlino) concluse la sua concione: “Signori, posso andar superbo di non aver nella mia ròcca nè un morto nè un ferito”. E l’altro: “Anch’io posso dire che nella mia ròcca non c’è nè un ferito nè un morto”. Benissimo ,— osserva Don Dicomani —: avevan ragione tutti e due!

«L’arbitro era il radicale all’acqua di rose on. avv. Giovanni Rosadi: e l’ultimo a parlare fu lui. Un colpo al cerchio e uno alla botte; una carezza a destra e una imburrata a sinistra; bravo te, bravo lei; bene, benone, benissimo….
«Applausi degli uni all’uno, degli altri all’altro; applausi di tutti all’arbitro. Conclusione? La solita: quella di tutte le controversie: che “alla fin resta ognun col suo parere”.

« — E tu che ne pensi, Alberto? — chiesi al Manetti, mentre si usciva con le altre pecorelle dal chiuso. — S’è cavato, sì o no, il famoso ragnolo dal non meno famoso buco?
« — Caro professore, ho a dire la mia? Come prima….
« —  ….Peggio di prima — ribattei prontamente. E in due, senza volerlo, raccapezzammo una espressione che, nonostante il cangiamento del “meglio” in “peggio”, aveva un sapore tutto pirandelliano ante litteram.

«Negli anni 1905, 1906 e 1907, Alberto in unione agli amici empolesi Dino Brogi e Paolo Marioni, compilò tre graziosissime sillogi di pupazzetti: la prima a mo’ di blocchetto, la seconda (La Pentolaccia) in forma d’opuscolo, la terza (il Mosconcino) nel formato usuale dei periodici e dei quotidiani. Nella prima delle tre sillogi, sul frontespizio (La gran via) il Manetti si autoschizzò con a fianco il Marioni ed il Brogi, e in una delle pagine interne inserì un’altra sua felicissima auto- caricatura (Pittori in giro), dove si vede il piccolo Alberto procedere a non “piccoli passi di gloria”, tenendo dignitosamente sulla spalla, come se fosse l’asta della bandiera nazionale, un lungo pennello da imbianchino.

«Era alle prime armi, e già dava segni manifesti delle sue spiccate attitudini e del suo ingegno.
«Furono quelle le prime pubblicazioni umoristiche presentate al colto pubblico e all’inclita guarnigione di Empoli, ed ebbero un clamoroso successo.

« ….Quando, il 9 aprile del ‘22, il Piccolo Corriere del Valdarno e della Valdelsa, a cura dell’Accademia Empolese di Scienze, dette alla luce un numero straordinario in occasione delle onoranze a Renato Fucini un anno dopo la morte, e i più illustri letterati e artisti italiani si tennero onorati di collaborarvi, Alberto Manetti vi figurò con un disegno che è — si può dire — la gemma dell’aureo anello offertoci dalle illustrazioni di quello splendido numero commemorativo. Tanfucio vi è colto mentre se ne va a spasso sul “Poggione” di Dianella col fido cagnolino Balilla. Il Fucini ci volta le spalle: ma non importa vederne la faccia. Ecco lì Tanfucio: quella la sagoma, quella la mossa caratteristica nel piegare il collo…. Che tòcco felice !… ».
Le prove empolesi, si può dire, furono i primi saggi della sua vocazione giornalistica. Per l’intervento nacque il Brivido, che fu continuato al fronte, quando il Manetti in grigioverde schizzava bravamente camerati e superiori; venuta la pace quel foglio pupazzettato prese sempre maggior voga, nonostante lo strano titolo da romanzo giallo, in grazia delle sue rubriche diventate popolari e delle vignette che — come è stato giustamente detto — « sempre ispirate da lui e tradotte fedelmente dai suoi disegnatori non offendevano mai il buon gusto, non si servivano di elementi meno che onesti per richiamare l’attenzione dei lettori. Ne risultava un giornaletto bonario e tutto nostro, tutto e da tutti leggibile, come egli lo aveva voluto e quale seguiterà ad essere per la sua espressa volontà ».

La seconda creatura del Manetti fu il Brivido Sportivo, ora sospeso a causa della guerra e forse anche per la malattia del fondatore: gli avvenimenti sportivi erano presentati settimanalmente nello specchio ricurvo di una mattacchiona caricatura e di una garbata malizia, specialmente le fasi del campionato di calcio, l’appassionante corsa allo scudetto dei viola, degli amaranto, dei rossoneri, degli zebrati, dei granata, degli altri variopinti  « undici » nazionali…. La vivida fantasia del Manetti si sbizzarriva in cento amenità, seguita dall’interesse e dalla curiosità dei  « tifosi  » di tutta Italia.
Umorista nato, egli afferrava d’ogni cosa il lato comico, rapidamente lo traduceva in un disegno dal tratto elegante, in una ironica, inaspettata « battuta », in una facezia ridanciana. Mai il veleno del critico acre e bilioso macchiò le serene e gioconde pagine de’ suoi periodici; mai il suo occhio acutamente osservatore si valse della matita e della penna per ferire legittime suscettibilità. Ludere, non laedere fu la divisa dell’amico nostro, la cui vita parve solo destinata a sprigionare letizia e solo spegnendosi fu causa di tristezza.

Nel suo ufficio sprofondato nel sottosuolo di via dei Cerretani attese alla sua gioiosa fatica fin quasi all’estremo, fino a quando un male terribile non l’inchiodò fra i braccioli di una poltrona. La mattina del 7 aprile 1941, nel fulgore della primavera fiorentina, fra spasimi atroci, il buon fabbro di arguzie e di motti pronti e felici chiudeva immaturamente l’esistenza terrena, « questa che par sorriso ed è dolore ».

Firenze sembrò perdere in lui, in questo valdelsano di Poggibonsi divenuto suo figlio adottivo, la novissima incarnazione di quello spirito bizzarro e scanzonato che, grato e temuto, aleggia da secoli all’ombra del Cupolone.


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