Anche noi abbiamo un Caravaggio!

tutto Guida Empoli 1959_Pagina_0521

Santagostino a Empoli

Già pubblicato su Emporium n. 6, anno 2011

Paolo Pianigiani

Anche se nessuno lo sa, sta appeso da anni sull’altare della cappella Zeffi in Sant’Agostino. Lo portò a Empoli Monsignor Giovanni Marchetti, vescovo di Ancira (che poi era Ankara, con tutta una complicata spiegazione dove non mi avventuro a rischio di perdermi e annoiarvi), insieme alle innumerevoli casse di libri (24 quintali in tutto). E insieme ad altre opere d’arte che aveva acquistato, o ricevuto in dono, durante il suo soggiorno romano. Nato nell’allora via della Fogna (oggi, appunto “Via Marchetti”), questo pretino di umili origini si era recato nella Capitale, seguendo un Alto Prelato che lo introdusse nei salotti buoni del potere ecclesiastico. Divenne un esponente di spicco dell’ala reazionaria cattolica, e si oppose, o cercò di opporsi, alle nuove ventate gianseniste portate in Italia dalle baionette di Napoleone. A fine carriera, anche per sfuggire alle persecuzioni politiche, si ritirò da noi, a Corniola, presso il convento dei Frati Carmelitani. Pensando di far cosa gradita ai suoi concittadini, propose di dare in uso pubblico la sua imponente biblioteca, ricca anche di volumi antichi, ma per la maggior parte formata da testi  di contenuto religioso, scritti e pubblicati a proprie spese dallo stesso Marchetti. Cominciò una vicenda piuttosto complicata, che diventò di impossibile soluzione sia per il caratterino di Monsignore, che per la mancanza di un vero interesse per i libroni a sfondo religioso, da parte dell’Ente che doveva poi gestire la nascente Biblioteca. Per testamento, steso il 23 Novembre del 1829, Monsignore lasciò al Capitolo di S. Andrea (la chiesa locale) il suo patrimonio librario, con il patto che rendesse di utilizzo pubblico la sua Biblioteca (aveva questa fissa), e che nella sala principale della stessa, quella dedicata alla lettura, venisse piazzato il “suo Michel Angiolo da Caravaggio”, che lui riteneva assolutamente autentico e che si era con ogni probabilità procurato a Roma. Ecco il dettaglio:

“…il mio quadro di Mi­chel Angelo da Caravaggio, rappresentante S. Giovan Battista che predi­ca nel deserto, dovrà col­locarsi di prospetto nella prima stanza sopra gli scaffali dei libri, per segno e supplica della Sua spe­cial protezione del luogo che ne prenderà anche il nome e si chiamerà la Libreria di San Giovanni Battista, unendo così la memoria eziandio dell’offerta e dell’Omonimo fondatore”

Da: Archivio della Prepositura di S. Andrea, libro dei partiti del Capitolo. (In: “Il Segno di Empoli”, n.26, 1994, Walfredo Siemoni, “Il Convento di S. Agostino, fatti e misfatti dal 1808 ai nostri giorni”.

E continua, in chiaro e rotondo, con la minaccia che, se questo non fosse stato fatto, i suoi libri con la giunta del quadro e altre opere d’arte sacra, in blocco, sarebbero dovuti andare, per evidente dispetto, alla biblioteca Marucelliana di Firenze. Lì, evidentemente, avrebbero trovato adeguata accoglienza e utilizzo. Poi le cose andarono per altro verso, la nostra Biblioteca entrò in possesso dei libri, ma il quadro finì in Sant’Agostino e nel dopoguerra fu appeso dove si trova adesso e completamente dimenticato, ancora oggi, da Dio e dagli uomini. Ma vediamo da vicino questo “Caravaggio”, che non è solo una generica copia antica dell’originale che il banchiere Ottavio Costa acquistò da Michelangelo Merisi e finito nella Nelson Gallery of Art di Kansas City. Ottavio era gelosissimo dei suoi diversi Caravaggio e non permetteva a nessuno di copiarli. Faceva eseguire riproduzioni solo a pittori sotto il suo stretto controllo, per fare eventualmente un regalo o inviarli nei possedimenti di famiglia, come accadde per la chiesa di Conscente di Albenga, che era feudo pontificio. Del bellissimo originale si conservano altre due probabili copie, oltre la nostra: una si trova al museo di Capodimonte (Napoli), e l’altra al museo di Albenga, in Liguria. Per quest’ultima, di ottima qualità, esaltata da un bel restauro, si azzarda l’ipotesi che possa essere replica addirittura autografa. Della nostra non saprei dire, è scarsamente leggibile. E’ nota agli specialisti, ma non è mai stata esposta come merita. Perché non si pensa a un bel restauro? Potrebbe essere richiesta per una delle tante mostre caravaggesche che si moltiplicano nel mondo (non è mai uscita dal buio di Sant’Agostino) e venire così valorizzata. E con lei anche il nostro patrimonio artistico che, come non mi stancherò mai di dire, non è secondo a proprio a nessuno!

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