Ugo Procacci: Sinopie e Affreschi a Santagostino.

Ugo Procacci in una foto di Cecilia Frosinini del 1978

Ugo Procacci, foto di Cecilia Frosinini, 1978

Una delle cappelle che presenta i maggiori problemi di lettura, fra quelle ancora perfettamente conservate a Santagostino,  è quella di Sant’Elena, la cappella affrescata da Masolino nel 1424 e riscoperta da Ugo Procacci nel 1943. Nel suo ormai quasi introvabile “Sinopie e Affreschi”, edito nel 1960 per i tipi della Electa Editrice, parla diffusamente del suo ruolo nella riscoperta delle sinopie di Masolino, che erano rimaste sotto lo scialbo voluto dai frati Agostiniani, che preferirono un “colorino galante”, alle pitture di uno dei maggiori artisti del Quattrocento fiorentino. Queste sinopie, che furono staccate ed esposte nel 1957, alla grande mostra di Forte Belvedere a Firenze, di cui questo libro costituisce il catalogo e la testimonianza, da troppi anni sopravvivono allo scorrere del tempo e delle sue ingiurie. In pratica sono quasi scomparse. Il ricordo di Masolino va a morire, nonostante le lampade che cercano disperatamente di ritrovarne i contorni.

Ma per nostra fortuna in questo straordinario volume le sinopie sono presenti, fotografate benissimo, pur con le apparecchiature di allora.

Ve ne proponiamo alcune, insieme al commento del grande studioso fiorentino..

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Tavole 62-69

Masolino da Panicale: Cristo portacroce e Storie della Vera Croce (sinopie) – Empoli, S. Agostino.

Le sinopie di Masolino da Panicale, nella cappella del­la S. Croce in S. Stefano di Empoli, furono rinvenute, da chi scrive queste note, nel 1943 in seguito a ricerche fatte in base a documenti. Questi ci facevano in­fatti sapere che la cappella — della cui ubicazione si era perduto il ricordo — era stata affrescata da Masolino per la somma di settantaquattro fiorini d’oro, e che era stata finita di dipingere, con ogni probabi­lità, il 2 di novembre del 1424. Purtroppo degli affre­schi — se si fa eccezione di alcuni compassi con Santi a mezza figura, nell’intradosso dell’arco di ingresso, e di due bellissime teste muliebri negli sguanci della finestra — nulla è rimasto, perché nell’agosto del 1792 i frati dell’annesso convento, riuniti capitolarmente, deliberavano con sei voti favorevoli e uno contrario, di … scortecciare, stonacare e rintonacare di nuovo… quando non si creda che faccia pregiudizio e dispiacere al pubblico il demolire le pitture grossolane e di niun pregio ivi esistenti, e così rintonacato il muro darli un fondo di un colorino galante… A compensare in parte tanta perdita, sono ora tornate alla luce le sinopie delle distrutte composizioni (Cat. 13, 16-19) le quali, oltre che costituire un prezio­sissimo documento per la conoscenza dell’arte di Masolino, possono veramente essere annoverate tra le più belle a noi pervenute del primo Quattrocento. Le figure e le cose vi appaiono eseguite a solo con­torno, salvo qualche raro accenno di ombreggiatura; ma le linee sono sempre nette e sicure senza alcun pentimento, e le composizioni, anche se alcune volte accennate appena con pochi tratti, magistralmente concepite, in una chiara distribuzione degli spazi; ovunque poi domina quella sensibilità delicata e si­gnorile che rende sempre di una bellezza inconfon­dibile e di gran fascino le pitture di Masolino; non di rado si giunge infine al capolavoro. Si veda così la fragile figura del Cristo portacroce che sembra evocare — e siamo invece nel 1424 — ricordi angelichiani (tav. 62), o il Redentore sorgente dal sarcofago (tav. 63), o il giovanile Santo guerriero di un’assoluta purezza di linee nella sua cristallina sem­plicità (tavv. 68 e 69); si guardi la sapienza con cui è composta la scena della prova della Vera Croce, strettamente collegata al corteggio, purtroppo in par­te svanito, di S. Elena e del suo seguito verso Geru­salemme (tav. 67); ecco la regina di Saba inginoc­chiata con la sua corre davanti al ponticello sul fiume Siloe (tav. 65) ed Eraclio addormentato nella propria tenda (tav. 64) vigilata dai soldati, di ben altra ef­ficacia, pur nella simile composizione, dell’analoga scena negli affreschi di Agnolo Gaddi in S. Croce. Ed infine, a concludere la sacra leggenda, la decapi­tazione di Cosroe (tav. 66); una sequenza veramente meravigliosa, che però, proprio per questo, non può non farci ancor più amaramente rimpiangere la scom­parsa dei corrispondenti affreschi.


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Tavole 70 e 71

Masolino da Panicale: Decapitazione di S. Caterina (sinopia e affresco) – Roma, S. Clemente.

Molto più studiate ed elaborate di quelle di Empoli — l’artista operava ora per la corte papale — ci ap­paiono le sinopie che Masolino eseguì a Roma in S. Clemente, affrescando nel 1428, o poco dopo, una cappella per il cardinale Branda da Castiglione. Non si ha più ora, sia nella Crocifissione — per le parti che appartengono al nostro artista (Cat. 20) — sia nella bellissima decapitazione di S. Caterina, il dise­gno tracciato solo nei contorni, ma anche ombreggiato e chiaroscurato per mettere in risalto il rilievo delle figure; però, nonostante questo cambiamento tecnico, lo spirito che anima composizioni e personaggi è lo stesso: e così il carnefice di S. Caterina a Roma non può non richiamare subito alla mente il carnefice di Cosroe a Empoli.

Qualche cambiamento fu apportato dall’artista nel passaggio dalla sinopia all’affresco; il più notevole si ebbe nella figura della Santa in attesa del colpo di spada che le troncherà la vita: ora è in ginocchio, in preghiera, e non più, come nel disegno, accasciata a terra, in posizione succube, che forse non piacque, preferendosi un più altero comportamento di fronte al martirio; ma la prima invenzione di Masolino era, dal lato artistico, più perfetta.


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