Ezra o la grande contraddizione

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Un poeta contro tutto e tutti

di Paolo Pianigiani

Pubblicato su Reality n. 74

 

Ezra Weston Loomis Pound, nacque a Hailey, il 30 ottobre 1885 e morì a Venezia il 1º novembre ; americano di nascita, ma vissuto prevalentemente in Europa.

E’ considerato uno dei principali autori del movimento letterario del modernismo (principalmente dell’Imaginismo e del Vorticismo), e ha influenzato in maniera significativa la lirica inglese, introducendovi al contempo elementi orientali, occidentali, americani ed europei. Ha fatto da fulcro e da istigatore.
Ha fatto conoscere presso il pubblico inglese le opere di Dante e di Guido Cavalcanti. Il che non è poco, visto dalla nostra parte.

Ha scoperto Joyce quando ancora era un giovane professore d’inglese a Trieste, con scarse possibilità di emergere, per non dire nessuna. Gli scrisse una lettera nel dicembre del 1913 dicendogli più o meno: mi hanno parlato di lei, non so cosa sta scrivendo. Me lo mandi, forse possiamo esserci utili a vicenda.

Per Joyce fu la luce e la possibilità di pubblicare su riviste importanti, come l’inglese Egoist e l’americana Poetry, diretta da Harriet Monroe che per lui affrontò un celebre processo.

L’amicizia e la collaborazione con lo scrittore irlandese si consolidò a Parigi, dove l’Ulysses sarà pubblicato nel 1922. Ma si interruppe bruscamente quando Joyce iniziò a scrive Finnegans Wake, che Ezra non digeriva nei suoi esiti più arditi. Nel mondo c’è spazio per gli errori di tutti e due, gli mandò a dire. E fu la fine di un’amicizia meravigliosa.

Pound ebbe un ruolo pieno di contraddizioni durante il Fascismo, che lo aveva convinto per le riforme economiche e di facciata. Fu una scelta difficile che gli mise contro tutti i suoi precedenti lettori e ammiratori. Rischiò la pena di morte per tradimento e si salvò solo per la sua presunta follia. Rimase in prigione per 13 anni, recluso nell’ospedale “St. Elizabeths” a Washington, e quando fu liberato trascorse gli ultimi anni qui da noi, in Italia, paese che amava immensamente e che considerò sempre la sua patria ideale. Ci ha lasciato opere raffinatissime, come i testi poetici Personae, uscito nel 1909, e  A lume spento, che pubblicò nel 1912 a sue spese a Venezia. Ma l’opera per cui è celebre sono i Cantos, ai quali ha lavorato fin dal 1917, che uscirono a più riprese. Fino ai Canti Pisani, un affresco di tutta la sua vita, ritenuto forse la sua opera maggiore, che scrisse mentre era detenuto a Pisa, in attesa di essere processato.

Fu un grande intellettuale e un sensibile poeta, impossibile non pensare a lui parlando della letteratura inglese del Novecento. E la sua influenza dura fino a noi. E’ stato “Il miglior fabbro”, come scrisse Thomas Eliot dedicandogli La terra desolata, che pure Pound aveva tagliuzzato e ridotto all’osso,  rendendola essenziale.

Poesie

HISTRION
Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po’ e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro “Io”
e in questa qualche forma s’infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall’essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

Dai Canti Pisani.

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro,
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami è la tua vera eredità

La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice.
Strappa da te la vanità,
Paquin strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.

«Dòminati, e gli altri ti sopporteranno»
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico, strappala.

Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità

Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto,
nella diffidenza che fece esitare.

Ezra POUND, Pisan Cantos, LXXXI (versi finali),
trad. di Alfredo Rizzardi,
ed. Garzanti – I grandi libri, pp. 190-195

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