La Guida di Empoli del 1959

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Guida Empoli 1959

GUIDA TURISTICA DELLA CITTÀ DI EMPOLI

a cura di Agostino Morelli

Prima edizione 1959:

Collaboratori

Mario Bini – Serafino Buti – Pietro Caponi Alfredo Chiarugi – Paolo Donati – Piero Gambassi – Giuliano Lastraioli – Giovanni Lombardi – Valeriano Mancini – Dario Massa – Enzo Pertici – Corrado Pianigiani – Enzo Regini – Renzo Stefanelli – Gino Terreni

S.T.E.B. Bologna 1959


INDICI

Premessa

Parte Prima

Cenni storici sulla città di Empoli.

1- Origini della «Comunitas» di Empoli. I conti Guidi e il loro tentativo d’imbrigliare prima e coartare poi le libertà comunali. (Secoli XI e XII)

2- Empoli tra i comuni vassalli della Repubblica Fiorentina. (Anno 1181)

3- Il Parlamento dei «Grandi Ghibellini». (Anno 1260)

4- Empoli sede abituale di convegno dei partigiani della causa guelfa. (Dal 1254 al 1312)

5-Castruccio Castracani degli Antelminelli, signore di Lucca. (Anni 1328, 1329)

6- È ancora sulla frontiera occidentale che è minacciata, nei secoli XIV e XV,

l’integrità territoriale della Repubblica Fiorentina. È questo il motivo per cui Firenze vuole che Empoli sia difesa da una salda e invalicabile muraglia

7-L’assedio del 1529-30. Il Commissario fiorentino Francesco Ferrucci: l’abilità dello stratega, il valore del patriota

8-I secoli più oscuri della storia della città. Le riforme dell’«illuminato» Gran­duca Leopoldo I destano sulla fine del secolo XVIII il risveglio dei commerci e dei traffici. Metamorfosi demografica e riassestamenti sociali verificatisi tra le popolazioni del castello

9 – L’occupazione napoleonica. (Dal 1799 al 1814)

10- I moti risorgimentali e le loro ripercussioni politiche nella città

11- Nascita e primo sviluppo della città odierna

Parte Seconda ITINERARIO ARTISTICO

Il castello medioevale.

Piazza «Farinata degli Uberti»

Il presente capitolo vuol essere una breve storia della piazza vista attraverso i suoi monumenti più significativi. – Da epoca assai remota fin verso il secolo XVI un antico olmo levava alte le sue fronde nel mezzo della piazza adibita a mercato. Da ciò le denominazioni di « Pieve all’Olmo » e di « Pieve al Mercato ». Al posto dell’olmo, successivamente, i Medici eressero le insegne della loro casata. Un « albero della libertà » prese il loro posto negli anni dell’occupazione napo­leonica. Nel giugno del 1830 gli Empolesi festeggiarono la nascita della pubblica fontana. – Il « Palazzo Ghibellino ». Il raduno dei « Grandi Ghibellini » nel 1260 e la minaccia lanciata ai congressisti dal fiero ghibellino, Manente degli Uberti, detto Farinata. Il palazzo divenne nel secolo XVII dimora dei Del Papa. Gli affreschi della facciata. – Il «Palazzo Pretorio», già «arengario» verso A secoli XI e XII, e sede di vicari fiorentini ai tempi del Barbarossa, funzionò da «Pa­lazzo dei Podestà» dal secolo XV al 1774, anno in cui andò colà a risiedere un vicario del Granduca Leopoldo I. Il palazzo fu adibito a quartiere generale durante l’assedio del 1529-30 e vi tenne stanza Francesco Ferrucci, esattamente dal 14 ottobre 1529 al 25 aprile 1530. Sede del «Giudice di pace» francese du­rante l’occupazione napoleonica. – Il comizio tenuto in piazza «Farinata» il 21 luglio 1867 da Giuseppe Garibaldi.

L’insigne Collegiata

versi leonini della trabeazione della facciata forniscono la precisa data della costruzione del tempio. Questo punto fermo, congiuntamente all’inconfondibile architettura di stile romanico fiorentino, portano non poca luce sull’oscuro pe­riodo storico, in cui si operò il trapasso dalla dominazione della Repubblica Pisana a quella della « Città del Giglio ». Gli altri monumenti romanici, cui la Pieve di S. Andrea è strettamente collegata per somiglianza di stile. Differenze tra il romanico fiorentino e il pisano. – Il tempio è sede abituale di convegni del partito guelfo per un intero sessantennio (1254-1312). – Nel sacco del 1530 la Chiesa fu depredata di tutta la suppellettile sacra. – Ai capricci dell’archi­tetto Ferdinando Ruggeri sono dovuti i rabberciamenti e gli adattamenti, che contraffecero, nel secolo XVIII, l’originaria euritmia architettonica.

II campanile della Collegiata

suo originario aspetto di fortilizio. Le trifore della cella campanaria frutto di rifacimenti posteriori. La cuspide, opera del secolo XVII. Le ingiurie appor­tate alla torre da Castruccio Castracani (anni 1328 e 1329) e dal generale spa­gnòlo Diego di Sarmiento (anno 1530). La distruzione della torre operata nel 1944 dalla truppa germanica. – Un giuoco pubblico che si celebrava attorno alla torre: «il volo dell’asino». Le probabili origini del giuoco. L’anno 1860: fine della tradizionale celebrazione. Un giudizio assai severo espresso dal trium­viro Domenico Guerrrazzi sugli Empolesi a causa della bizzarra tradizione.

L’Archivio del «Capitolo»

Il diploma di Papa Niccolò II: il Pontefice assegna nel 1059 al « Capitolo » della Collegiata il primo nucleo patrimoniale fondiario e minaccia di scomunica chiunque osi attentare all’integrità di quei beni. – La bolla del vescovo fioren­tino Gotifredo, recante la data del 1117, in cui sono riconfermati i diritti di proprietà del « Capitolo » sui beni assegnatigli da Niccolò II. – Una pergamena in cui è trascritto un atto di donazione dei conti Guidi a favore del pievano Ro­lando. Il documento porta la data del 1119, ed è comunemente, ma impropria­mente, denominato l’« Istrumento della fondazione di Empoli ». – Una bolla di Papa Celestino III del 1192. – Una bolla di Alessandro IV del 1258. – Gli ar­chivi comunali. Loro antichità e valore. I documenti ivi custoditi.

Il Museo della Collegiata

Breve storia della galleria. – Opere esposte nella «Saletta d’Ingresso», nel «Battistero» e nella «Grande Sala Terrena». – Sulle scale di accesso al primo piano: due affreschi staccati, un bassorilievo e uno stemma dipinto. – Inven­tario delle opere custodite nelle quattro «Sale» del primo piano. Le opere di maggior pregio secondo il giudizio della critica: «La Pietà» di Masolino, « L’An­nunciazione » di Bernardo Rossellino, «La Madonna» di Filippo Lippi, il trit­tico di Lorenzo Monaco, il « Tabernacolo con il S. Sebastiano » di Antonio Ros­sellino e il «Tabernacolo del SS. Sacramento». – Sotto il «Loggiato» del chio­stro della Propositura: varie sculture, alcune terrecotte robbiane, e le ali del famigerato «ciuco», che si faceva volare in Empoli nel giorno del «Corpus Domini».

La Chiesa di S. Stefano degli Agostiniani

Il primitivo convento degli Eremitani di S. Agostino. – L’anno di nascita della Chiesa di S. Stefano. La sua architettura originaria e i rimaneggiamenti cui ‘ andò soggetta. Gli affreschisti e gli scultori chiamati dai frati ad abbellire la fabbrica. – Il campanile: sue traversie e sua fine. – I fabbricati della comunità conventuale: breve storia dei rimaneggiamenti e degli adattamenti, da cui nacquero la sede dell’Arciconfraternita della Misericordia, la Biblioteca Co­munale e l’Istituto d’istruzione professionale.

Le mura dell’antico castello

Il centro della città. La sua fisionomia planimetrica somigliante ad un «castrum» quadrato, con vie orientate secondo precisi criteri astronomici, avva­lora l’ipotesi di un’origine romana. – La prima cerchia muraria risale al secolo XI. Resiste agli assedi delle truppe di Castruccio Castracani (anni 1328, 1329), ma è atterrata da una piena dell’Arno (anno 1333). – La seconda cintura mu­raria: le ragioni strategiche e politiche che ne consigliarono la costruzione. La mole ottagonale più tozza e più raccolta sfuggiva più facilmente alla minaccia delle piene e alle insidie degli assalitori. – La terza muraglia. Giovanni Patani sovraintende ai lavori. Eretto un muraglione di forma quadrata di gran lunga più alto e più saldo del precedente. Le ragioni politiche e militari che obbli­garono Fiorentini ed Empolesi a costruire una mole si salda. Il punto più de­bole delle mura indicato in uno scritto di Francesco Ferrucci. – Le porte del castello. I ponti levatoi venivano sollevati ogni sera presente il Podestà. Tale consuetudine ebbe fine nel 1770 per ordine del Granduca Leopoldo I. È nel primo scorcio del secolo decorso che ha inizio lo smantellamento della cinta muraria.

La Chiesa della Madonna del Pozzo

L’antica «Osteria della Cervia». L’incendio che la distrusse. La Madonna trecentesca, venerata presso il pozzo dell’osteria, rimasta salva dalle fiamme. -Eretto sulle ceneri dell’osteria l’oratorio della «Madonna del Pozzo». – Il tem­pio rimasto indenne durante le operazioni militari del 1529-30. L’errore com­messo dal Vasari nel suo quadro «L’assedio di Empoli» circa la vera ubica­zione del tempio. – L’altare maggiore custodisce in una teca vitrea l’icona sacra salvata dalle fiamme. – L’architettura della chiesa. Un giudizio lusin­ghiero espresso dal Muntz sul talento dell’architetto.

Chiese monumentali delle frazioni del Comune

La Pieve di S. Giovanni Evangelista di Monterappoli. Il suo stile romanico è improntato ad una austerità quasi sconosciuta in Toscana. – La Chiesa di S. Michele in Pontorme. Nulla resta della costruzione primitiva. Le due pale dipinte dal Carrucci. – La Chiesa di « S. Maria in Castello ». Nulla rimane del tempio del secolo XII.

Parte Terza LA CITTÀ MODERNA

Le ville empolesi

La storia delle ville più antiche è legata ai nomi più noti del patriziato fiorentino. Quando la borghesia empolese iniziò a costruirsi le ville in campagna. – La Villa-castello del Cotone in Valdibotte. – La Villa del Terraio. – La Villa Ricci-Bardzky di Castagneto presso S. Giusto. – Le Ville di Corniola della famiglia Salvagnoli. – La Villa dei Ricci di Poggio-Piano. – La Villa del Terranno. -La Villa della Bastia.

Empolesi celebri         ,

Giovanni da Empoli, celebre navigatore (1483-1517). – Jacopo Carrucci (detto il Pontormo), pittore assai noto (1494-1556). – Jacopo da Empoli (o Jacopo Chimenti detto l’Empoli), pittore (1551-1640). – Ippolito Neri, poeta arguto (1652-1709). – Alessandro Marchetti, filosofo e letterato (1633-1714). – Giu­seppe Del Papa, medico e scienziato (1648-1735). – Vincenzio Chiarugi, psi­chiatra di chiarissima fama (1759-1820). – Ferruccio Busoni, musicista insi­gne (1866-1924). – Renato Fucini, poeta e prosatore notissimo (1843-1921). Giuliano Vanghetti, medico e scienziato (1861-1942).

Origine e primo sviluppo della città industriale

La borgata inizia a trasformarsi in attivo centro industriale tra la fine del­l’occupazione napoleonica e i moti risorgimentali. La lavorazione del vetro. L’industria conciaria. La prima fabbrica italiana dei fiammiferi. Il gustoso e suggestivo quadretto della Empoli di quei tempi in una lettera di Ferruccio Busoni. Successivamente la costruzione della ferrovia (1847-48) e del ponte sull’Arno (1854) ponevano Empoli, di colpo, sur una delle arterie di traffico più intenso. – La fine dei commerci fluviali. La fabbricazione dei cappelli di paglia e delle stoviglie. La produzione di tessuti di cotone. – Fiorente e prospera l’industria vetraria, in decadenza le altre attività industriali sul finire del se­colo XIX. Stato di disagio economico derivante dall’incapacità dell’industria di assorbire tutta la gran massa di coloro, che ora puntano sulla città per tro­varvi un’occupazione. Figure della Empoli di quel tempo immortalate dalla penna di Fucini. – All’alba del nuovo secolo il primato industriale è tenuto dalla lavorazione del vetro e dalla concia delle vacchette. Riassestamenti sociali nel primo decennio del nuovo secolo. Gente arricchita coi traffici del vetro contende il passo all’aristocrazia di antico lignaggio e gareggia con essa, sia in un più ricercato decoro del vestire, e sia nell’imitazione di certe manie sno­bistiche. – Empoli nel primo ventennio di questo secolo opera una metamor­fosi radicale, mai verificatasi prima in più che novecento anni di esistenza: i suoi connotati urbanistici e la sua struttura sociale si sono rinnovati inte­ramente Empoli non è più un castello o un borgo di campagna, ma possiede ormai le strutture e le attrezzature di un vero centro urbano moderno, e la sua popolazione è ora, in netta prevalenza, di origine operaia.

L’industria vetraria

Le vetrerie in Toscana nel secolo XVIII. Il proibizionismo dei granduchi. -La produzione del fiasco nasce in Toscana e, in omaggio ai suoi natali, questo è ovunque chiamato «toscanello». Sebbene in Empoli si lavorasse il vetro fin dal 1700, l’industria va assumendo, però, un ruolo di preminente importanza nella vita economica della città solo verso la fine dell’ ‘800. – Alcuni maestri vetrai venuti a Empoli da Venezia, da Murano e da Altare (Piemonte) perfezionano e affinano la tecnica della lavorazione del vetro: si hanno, così, i primi vetri bianchi e i primi articoli lavorati con gusto d’arte (calici, vasi, soprammobili). -I danneggiamenti arrecati all’industria vetraria dall’ultimo conflitto. La rina­scita delle vetrerie nell’immediato dopoguerra. La crisi degli anni 1950-51 provocata, in massima parte, dall’infiltrazione di prodotti provenienti da paesi provvisti di attrezzature tecniche più moderne. Fine dei maggiori com­plessi industriali. Ripresa susseguente e nascita di un’innumere schiera di aziende vetrarie di piccole proporzioni. – La visita ad un forno vetrario in una suggestiva descrizione di Corrado Alvaro.

L’industria dell’abbigliamento

I notevoli risultati conseguiti dall’industria dell’abbigliamento in Empoli nel­l’ultimo quindicennio. Può a buon diritto essere considerata oggi l’industria cittadina più prospera e più promettente. – Il merito degli Empolesi di aver contribuito a far apprezzare in Italia e all’estero le intrinseche virtù del pezzo « confezionato ». Gli Empolesi artefici di un gusto e di una sensibilità squisiti per l’eleganza del vestire. Le simpatie delle « stars » di Hollywood per l’im­permeabile empolese. – La stessa operosità e lo stesso talento, che contrad­distinsero le popolazioni del Valdarno, un tempo dedite all’agricoltura, hanno evidentemente contribuito a far maturare tanta e si sorprendente abilità nell’arte del cucito. – Sorge nel 1907 l’« Unione dei Sarti », nucleo dei primi pionieri della tecnica confezionistica. Le sartine empolesi confezionarono a pieno ritmo capi di vestiario per i combattenti della guerra 1915-18. Il 1919 considerato un anno decisivo nella storia dell’industria confezionistica. – La nascita delle maggiori aziende confezionistiche può essere localizzata tra il 1936 e il 1942. L’articolo di abbigliamento più in voga in quel torno di tempo è il «trench» (volgarmente detto «trènce»). – L’ultima guerra costituisce, in fondo, una battuta d’arresto. Il 1948 può veramente considerarsi il primo anno della ripresa e della rinascita. L’alta qualità degli articoli oggi prodotti. Loro indiscussa superiorità riconosciuta sui mercati italiani e stranieri. – Lavoro a domicilio e lavoro «a catena» all’interno dell’azienda: loro probabile meta­morfosi vista in un lontano futuro. – Empoli denominata ormai universalmente  «Capitale delle confezioni in serie ». Il progetto dell’Amministrazione Comu­nale per la costruzione di un «Palazzo delle Esposizioni» per la mostra per­manente degli articoli di abbigliamento prodotti dalle aziende confezionisti­che empolesi.

Il Piano Regolatore Comunale e 11 futuro riassetto edilizio e urbanistico della città pag. 93 Secondo il programma di riassestamento urbanistico fissato dal Piano Rego­latore, la città futura si articolerà sur un centro urbano e su tre quartieri esterni (Pontorme, S. Maria a Ripa, Spicchio e Sovigliana). Il nucleo urbano più antico resterà inalterato nella sua originaria struttura. I quartieri esterni dovranno, invece, rendersi tutti autosufficienti, dovranno provvedersi, cioè, di propri servizi e attrezzature collettive. Ciò in considerazione del fatto che prima del­l’anno 2000 il centro urbano dovrà dilatarsi territorialmente a tal punto da accogliere almeno cinquantamila abitanti. – Prevista la costruzione di altri tre complessi scolastici. – Prevista una nuova sede per il Palazzo Municipale e per l’Ospedale di S. Giuseppe. – La zona industriale costretta a dilatarsi verso mezzogiorno.

La tavola empolese e le sue delizie gastronomiche               » 95

caratteri fondamentali della cucina empolese: semplicità, sobrietà, gusto­sità. – Piatti caratteristici di alto pregio e gradevolezza : la « bistecca alla fio­rentina », la « bistecca ai ferri », il « pollo alla griglia », il « vitello di latte alla salvia». – Piatti più a buon mercato: la «lonza», la «trippa in umido», la « zuppa sui fagiuoli », le «pappardelle alla lepre ». – La specialità più tipica della nostra tavola resta il carciofo. Vari modi di cucinarlo: carciofi in pinzimonio, carciofi in tortino, carciofi ritti. – Verdure che sono impiegate sia come con­torni, e sia come « secondi » : i « sedani ripieni », i « fagiuoli novelli sgranati », la «zoccolata di carducci». – Vini locali più rinomati: il « Vin di Val di Botte », il < Dianella » e le molteplici varietà di « Chianti ».

Giuochi pubblici, Feste popolari, Folklore cittadino

La festa del « Corpus Domini ». Il suo originario carattere popolaresco. Come trent’anni orsono si solennizzava la ricorrenza. I quattro « ludi » pubblici che in antico accompagnavano la festa. Il « Volo dell’asino ». La testa del « Crocifisso delle Grazie ». Origine delle celebrazioni venticinquennali. Le « scampagnale ». Le allegre brigate e i loro canti preferiti. La merenda in bosco o sotto gli alberi. Le danze all’aperto protratte sino all’ora del tramonto. Le ricorrenze del 25 Aprile e del Primo Maggio negli anni dell’immediato dopo­guerra. La sfilata per le vie del centro cittadino dei carri allegorici. Il costruendo « Palazzo delle Esposizioni ».

« Giro d’Empoli ». Origine della gentile e graziosa usanza. Il meccanismo che regola il gaio gironzolare dei baldi giovani e delle donzelle. La rara beltà delle ragazze del « giro ».

La Fiera. Il convegno fieristico di fine settembre fu voluto e sollecitato dai Granduchi di Toscana. Come la consuetudine del raduno dei mercanti è giunta al suo declino. Il parco dei divertimenti e i baracconi della «donna cannone» e del «nano Bagonghe». Ciò che rimane di valido sul tronco secco di questa quasi semimillenaria tradizione. Il gaio e piacevole giuoco d’incontri e di con­vegni amorosi.

Svaghi e sports. Come nacque il «piaggione», l’area destinata a divenire un ottimo parco di divertimenti e una palestra all’aperto per ogni tipo di svago.

giuochi e i passatempi prediletti dagli Empolesi.

giuoco del calcio. La nascita della prima società calcistica. L’anno di bat­tesimo della squadra degli « azzurri ». La prima affermazione agonistica. La squadra azzurra degli anni dell’immediato dopoguerra. Le sue ripetute dimo­strazioni di sagacia e di ardore combattivo.

Il ciclismo empolese. Chesi Pietro e la Milano-Sanremo del 1927. Un asso empo­lese in competizioni di velocità: Icilio Leoni. Tra il 1896 e il 1900 il campione non conobbe rivali sul velodromo delle Cascine. Il contrastato duello Bini-Baronti verso gli anni ’33-’34. – Col 1949 nascono, per iniziativa di alcune ditte cittadine, le attuali squadre ciclistiche, e con esse ha inizio la stagione più felice di questo sport.

PREMESSA

II criterio fondamentale cui mi sono attenuto nella compila­zione della presente Guida è stato quello di esaminare fatti e idee, monumenti e persone alla luce di un’assidua indagine del loro originario ambiente storico e culturale, e di ritoglierli, per que­sta via, da quel limbo di evanescente atemporalità in cui certa erudizione settecentesca ed ottocentesca, quasi sempre, li aveva relegati e segregati.

La storia dell’antico castello di Empoli e dei suoi monumenti d’arte, così come la genesi e le varie fasi di sviluppo dell’indu­strializzazione della città odierna, sono passate in tal modo al vaglio di un’analisi critica, che, per quanto mirante alla conci­sione e alla sintesi e non priva certamente di lacune, tuttavia credo possa vantare il pregio di aver ricondotto ad una generale visione d’insieme quello strano miscuglio di cronache, di aneddoti e di saggi storici (ora troppo eruditi ed ora eccessivamente estetiz­zanti) che costituivano fino ad ora il confuso coacervo delle fonti documentarie e bibliografiche, cui era necessario attingere per accingersi a ricostruire gli elementi basilari di una storia della città di Empoli.

Mi è stato fatto osservare che il turista, per la fretta con cui di consueto effettua le sue visite, poteva benissimo fare a meno di una ricostruzione storica sì impegnata e un tantino inadatta per la sua mole a rapide consultazioni. L’osservazione non mi è parsa, lì per lì, del tutto errata; ma a ripensarci l’ho trovata un po’ gratuita e assai generica.

Sono convinto certamente che per taluni turisti sarebbe fin troppo ingombrante una semplice cartolina illustrata e fin troppo fastidioso indugiarsi anche solo un attimo a darle un’occhiata. Alludo a quei superficialoni che hanno, generalmente, troppo de fare per concedersi la fatica di leggere ciò che sta scritto sotto ad un’illustrazione. In casi come questi, è chiaro, la rituale visita ai monumenti è, tutt’al più, un pretesto per saltare giù di macchina e fare due passi, quando non serva solo ( ma, a dire il vero, lo scopo sarebbe in questo caso più nobile) a ricercare sullo sfondo di un monumento la giusta dominante cromatica per una foto a colori.

La superficialità contraddistingue un’altra categoria di visita­tori, anche se in essi è presente un istintivo e un più reverente rispetto per le cose antiche. Mi riferisco agli uomini d’affari e a tutti coloro che sono costretti a fare i girovaghi per ragioni di lavoro. Non è del tutto colpa loro, ma la necessità imperiosa di correre dietro ai treni in partenza e la convinzione che se l’arte è cosa allettante e pregevole, il tempo però è moneta più preziosa e più corrente, li distornano di solito dall’apprezzar e. come si con­verrebbe, il patrimonio turistico.

Ora, quando trattasi di turisti di questo genere è chiaro che l’appunto fattomi calza perfettamente. Sono convinto però che, se si tratta di un visitatore che ama veramente fregiarsi del nome di turista, sia disdicevole e ridicolo mettergli tra mano il solito orga­netto di foto-ricordi o l’abusato depliant colorato, quando poi, come nel caso della città di Empoli, sarebbe fatica sprecata volere a tutti i costi decantargli le singolarissime ed eccezionalissime bellezze del paesaggio ( che non ci sono ) e la dovizia dei monumenti antichi (di cui, è noto, resta si poca cosa).

Trattandosi, a mio avviso, di far ammirare sì, certamente, i vecchi monumenti e il paesaggio, ma di spiegare anche come da un rustico borgo medievale, quale era Empoli all’inizio del secolo scorso, sia quasi per incanto balzata fuori la città odierna, fer­vente di vita, ricca di industrie e di traffici, e, quel che più conta, fiduciosa nel valore inestimabile del lavoro umano come forza di progresso civile e fonte di prosperità e di benessere, è chiaro che non un semplice depliant ( nella maggioranza dei casi capolavoro di sintesi ma non di chiarezza), ma solo un discorso di più vasto respiro avrebbe potuto soddisfare il bisogno d’informazione di chi avesse voluto rendersi conto ( e non solamente in modo approssimativo) della civiltà, dei costumi, e dell’indole degli uomini in cui si era per avventura imbattuto.

Ad un altro difetto vanno incontro, a mio avviso, i soliti com­positori di guide e di pubblicazioni turistiche. Spessissimo ad una pericolosa brevità si congiunge in abituale connubio uno strano gusto dell’erudizione, per cui in una guida turistica al difetto di un’elencazione stringata dei monumenti, che assomiglia strana­mente ad un inventario, si aggiunge spesso quello della pedante­ria erudita e della forbita lezione di estetica, che ben poco, è ne­cessario confessarlo, contribuiscono ad illuminare chi invece di lumi e di chiarezza ha molto bisogno.

È questo un modulo illustrativo dei monumenti d’arte che nacque tra quei finissimi esteti che furono i dotti del tardo elle­nismo, e che è giunto, pressoché inalterato, fino alla nostra epoca. Ripreso dall’infatuazione neoclassica e assimilato a certo gusto entusiastico per la erudizione minuziosa e frammentaria di certi dotti, che sistematicamente ripudiano la ricerca dei nessi causali che legano l’arte al proprio tempo, un tale schema illustrativo è divenuto ormai una fredda maniera e una formula insufficiente a far risentire il calore dell’arte. Troppo sovente si è preteso di idealizzare l’arte, anziché ricercare, quanto era necessario, la giu­stificazione storica dei suoi contenuti e delle sue forme, o ci si è accontentati del frammento, ma non per ricomporre l’insieme del­l’opera, bensì per idolatrarlo come qualcosa di divino e di estra­neo perciò all’uomo reale, al suo genio e alla sua inventività.

Tale metodologia dell’interpretazione non solo è oggi superata dai tempi (e quindi anche decaduta nel gusto dei più), ma è con­traddetta dalla scienza e in specie da quella storiografica, dinanzi al cui impetuoso sviluppo di questi ultimi tempi essa ha rivelato ancor più visibilmente l’angustia e la parzialità dei suoi strumenti valutativi del fatto artistico o del fatto di costume.

Per questo, mentre ritengo doveroso circondare di ammira­zione e rispetto le fatiche del Lami, del Repetti, del Targoni Tozzetti, che con tanta e sì profonda erudizione scrissero del me­dioevo toscano e della città di Empoli, ed esorto tutti i miei concittadini a rendere grazie al Giglioli per la sua “Empoli arti­stica – 1906” e al Bucchi per il prezioso contributo che egli volle offrire con la sua “Guida di Empoli illustrata – 1916” allo svi­luppo turistico della sua città, sento, nel contempo, il bisogno di avvertire subito che l’opera di quei generosi scopritori di archivi e biblioteche si rivéla oggi inadeguata ai tempi che corrono, e

tanto meno valida sul piano di una concreta valorizzazione del patrimonio turistico empolese.

Può darsi che, pure con tutte le giustificazioni da me addotte, la guida risulti ancora a qualcuno troppo vasta.

Confesso subito che, una volta precisato e definito l’assunto cui avrei dovuto di necessità tener fede nella stesura del lavoro per ovvie ragioni di intima coerenza, per quanti sforzi facessi per essere stringato, non riuscii ad essere più breve. Non mi si può, perciò, accusare di voluta prolissità.

Confesso però candidamente, d’altro canto, che la presente guida ha voluto essere pure qualcosa di più di un semplice “vade­mecum” turistico.

Per la varietà dei temi affrontati, nonché per la messa a punto di non poche questioni controverse, e soprattutto per quel supe­riore e generale sguardo d’insieme che ho voluto dare alla ma­teria trattata, non credo possa costituire un atto di presunzione sperare che il lavoro possa servire, se non come punto di par­tenza, almeno come punto di riferimento a futuri tentativi di ricostruzione storica analoghi a questo. Sono convinto, d’altra parte, che tanto il comune lettore, più o meno preoccupato di procurarsi notizie utili alla conoscenza della propria città, quanto colui che fa solo incetta di curiosità per puro diletto, potranno trovarvi ampia messe di materiali e di motivi, sia per la soddisfa­zione dei propri dubbi e incertezze, come per una salutare e pia­cevole ricreazione.

Agostino Morelli

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