Dylan Thomas, il poeta senza maestri

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Pubblicato su Reality 2014, n. 72,

rivista trimestrale edita da http://www.ctedizioni.it

Dylan Thomas passò come una scossa elettrica nel mondo e nella letteratura di lingua inglese. Nacque nel 1914 a Swansea, nel Galles. E morì giovane, come chi è caro agli dei. Subito attratto dalla poesia, a vent’anni pubblica “Diciotto poesie”, la sua prima raccolta di versi. Immediatamente riconoscibili, per i temi ricorrenti e lo stile, nuovissimo e antico allo stesso tempo. La nascita, la morte. La presenza continua della natura, che tutto pervade. Le parole sono prese dal mondo degli antichi bardi, i poeti di corte. O sono nuovissime, ascoltate per strada, o nelle bettole più infami. Poeta di eccessi e di sbronze. Poeta umanissimo e fragile. Assolutamente visionario. Come Yeats, ma lontanissimo da lui. Unico riferimento, ammesso una volta in una intervista, James Joyce. Ma subito sconfessato, rimosso, superato. Anche se nel 1940 escono i suoi racconti autobiografici, che già nel titolo sono un omaggio al grande irlandese: “Ritratto dell’artista da cucciolo”. Ma sarà nel primo dopoguerra che Dylan raggiunge la fama: “Morti e ingressi” lo fa conoscere al mondo come poeta maledetto, incontrollabile, spirito orfico e innovatore. Fino alla morte, lì vicina, a New York, dove si era recato insieme alla moglie Kathleen, musa e compagna della sua brevissima esistenza. Siamo nel 1953. Distrutto dall’alcool, sempre in bilico fra miseria e povertà, eroico esempio di artista senza compromessi. Divenne il simbolo da seguire per la generazione ribelle degli anni ’60, che si identificò perdutamente in quel desiderio di vivere, nell’essere eccessivo sempre, nei suoi occhi chiarissimi e nelle sue parole profetiche di vate.

Il mondo non è più lo stesso dopo che una buona poesia gli si è aggiunta. Questo è il suo testamento poetico, pronunciato in una sua trasmissione radiofonica per la BBC nel 1946.

Immensa è la sua influenza che ha lasciato. Quando il menestrello Robert Allen Zimmerman, l’autore di “Blowin’ in the wind” si cercò un nome d’arte, non andò molto lontano. Bob Dylan continua ancora oggi quel messaggio, fatto di creatività, di visioni e di immagini.

Oggi Dylan Thomas è purtroppo un classico: se ne studiano i testi ricercando regole interne o le fonti antiche. Si smonta pezzo a pezzo il suo testo “Sotto il bosco di latte”, scritto per la radio e da lui recitato prima di morire, cercando dinamiche interne e altre assurdità accademiche.

Con la grande poesia è un lavoro inutile. La poesia sempre si muove e trova strade diverse. Resta misteriosa e sconosciuta a chi si avvicina con gli strumenti di mestiere, tipici delle cattedre o delle università di lettere. La poesia va lasciata scorrere, ascoltata in silenzio, con il cuore libero. Il cervello è troppo abituato ai calcoli e a sopportare i mali del mondo per comprendere.

Provate a cercare regole o misurare il ritmo a questi versi. Non ci capirete nulla. O molto meno di quello che Dylan ci ha messo dentro quando li ha composti. Lasciandoli liberi di risuonarci in testa, musicali come canzoni, o musiche senza parole che si spargono per le tante strade del mondo.


Testi

Dai sospiri

Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato
Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
Scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
Che non è amore se non si ama bene,
E questo è vero dopo perpetua sconfitta.

Dopo siffatta lotta, come il più debole sa,
C’è di più che il morire;
Lascia i grandi dolori o tampona la piaga,
Ancora a lungo egli dovrà soffrire,
E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa
Del suo soldato sporco di parole
Che spargono un sangue così acre.

Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male,
Il provare rimpianto quando quello è perduto
Che mi rendeva felice nel sole,
Quanto felice il tempo che durava,
Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne,
Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza
E guarirmi dai mali.

Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue,
Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti,
Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane,
L’uomo potrebbe guarire dal cimurro.
Ché tutto quello che va dato, io l’offro:
Briciole, stalla, e cavezza.

Sognai la mia genesi 

Sognai la mia genesi nel sudore del sonno, bucando
Il guscio rotante, potente come il muscolo
D’un motore sul trapano, inoltrandomi
Nella visione e nel trave del nervo.

Da membra fatte a misura del verme, sbarazzato
Dalla carne grinzosa, limato
Da tutti i ferri dell’erba, metallo
Di soli nella notte che gli uomini fonde.

Erede delle vene in cui bolle la goccia d’amore,
Preziosa nelle mie ossa una creatura, io
Feci il giro del globo della mia eredità, viaggio
In prima nell’uomo che ingranò nottetempo.

Sognai la mia genesi e di nuovo morii, shrapnel
Conficcato nel cuore in marcia, strappo
Nella ferita ricucita e vento coagulato, morte
Con museruola sulla bocca che ingoiò il gas.

Scaltrito nella mia seconda morte contrassegnai le alture,
Mèsse di lame e di cicuta, ruggine
Il mio sangue sui morti temprati, forzando
La mia seconda lotta per strapparmi dall’erba.

E nella mia nascita fu contagioso il potere, seconda
Resurrezione dello scheletro e
Nuova vestizione dello spirito nudo. Virilità
Schizzò dal risofferto dolore.

Sognai la mia genesi nel sudore di morte, caduto
Due volte nel mare che nutre, diventato stantio
Nell’acqua salata di Adamo finché, visione
Di nuova forza umana, io cerchi il sole.

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