Sabato 24 Gennaio, ore 9,30: Santa Maria a Ripa e la sua gente

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Video con le opere d’arte

Una visita al Convento e alla Chiesa

Sull’ardimentoso mare di facebook, dove succede il di tutto e il di più, a volte vengono fuori gruppi di persone che voglio condividere antichi ricordi, storie e storielle, alla ricerca dell’origine comune: vie e strade riprendono vita, personaggi, la varia umanità di questo mondo disperso si ritrova. Il “ma ti ricordi di…” dà la stura a un mondo condiviso che non è solo chiacchiere, ma diventa base per ritrovare unità di intenti e di pensiero. Quello che poi si chiama identità, e che fa angolo con l’amicizia, l’antipatia, la discussione e il racconto.

A Santa Maria a Ripa (indispensabile tenere insieme questi vocaboli legati dalla preposizione “a”) è stato facile ritrovare questo percorso comune: l’unità della frazione è fortissima, e in poche vie e piazze si concentrano i ricordi, come in un libro aperto che si sfoglia. Continua a leggere

Una tavola misteriosa a Santa Maria a Ripa

Una tavola misteriosa a Santa Maria a Ripa

di Odoardo Hillyer Giglioli

da “Empoli Artistica”,

Francesco Lumachi Editore, Firenze 1906

 

Tra le pitture voglio cominciare con una tavola non ricordata nell’inven­tario della chiesa, appesa ad una parete presso la sa­crestia. Sembra che il tempo e l’ignoranza degli uomini abbiano escogitato tutti i mezzi per offendere questa pittura sudicia, tarlata, solcata da due grossi spacchi longitudinali, con il colore che sta per cadere a pezzi in più punti. Malgrado, lo stato di rovina che lascia uno sconforto nell’animo, il quadro mi parve subito così interessante, che lo feci trasportare nel vicino chiostro per fotografarlo ed esaminarlo a mio agio. Mi accorsi d’essere davanti ad un artista fioren­tino, che dipingendo sul declinare del XV secolo, deri­vava dalla scuola di Domenico Ghirlandaio, essendo ancora ligio alla tradizione Castagnesca. Se il colorito della sua tempera è monotono, se il disegno, secco, incisivo, non è sempre corretto, vi è una testa, quella della Madonna, che nella nobiltà del suo dolore s’im­pone su tutta quanta la scena, come opera d’arte di prim’ordine. È descritta più che dipinta questa soffe­renza materna negli occhi lacrimosi contemplanti il corpo esanime del Cristo che la Madonna sorregge sulle ginocchia. Continua a leggere

Loris Fucini, catalogo a cura di C. Pacher

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Introduzione

Si pensa istintivamente al primo ambiente figurativo del « Cavaliere azzurro » di Monaco, alle pitture e agli schizzi semi-astratti e cromaticamente intensi di Kandinsky, che ri­tengono qualche cosa della tematica e dell’ordine reali e nei quali gli oggetti ancora riconoscibili sono diventati meta­fore poetiche. Anche nei quadri di Fucini sembra che la realtà abbia imparato dall’arte, più che l’arte dalla realtà. Ma al cli­ma pittorico del « Cavaliere azzurro » appartengono anche Franz Marc, con le sue costruzioni mistico-interiori, e August Macke, con la sua arte dell’equilibrio a contrappunto: e in­fine Paul Klee, che nei segni della sua palingenesi grafica e coloristica indica la via di una nuova creazione della natura. Continua a leggere

Bruna Scali, di Mario De Micheli

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bruna scali - Baudelaire
Bruna Scali, ritratto di Baudelaire

Un percorso retrospettivo

(…) Molteplici interessi quelli di Bruna Scali dunque, ma tutti, ad ogni modo, confluenti in una sola e fondamentale operatività: la pittura.

Ciò significa almeno due cose: la prima che Bruna Scali è aperta e sensibile ai temi della cultura, della sociologia, della politica come lo sono i giovani più attenti e preparati d’oggi; la seconda che la sua pittura non intende in alcun modo rinchiudersi in un puro esercizio elitario o aristocratico, bensì manifestarsi come comunicazione di ragioni e motivi che ognuno di noi sente come termini della nostra quotidiana esperienza. Sono queste le prime considerazioni che le sue opere suscitano a chi le guarda. In questa stessa ricchezza di ragioni e di motivi ha quindi radice il suo stesso linguaggio, che sfugge alla monotonia della sigla formale per frastagliarsi, ramificarsi e articolarsi in un plurimo gioco di soluzioni espressive, ora…

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Jan Vladislav, la poesia in esilio

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Questa volta vi racconto di un poeta che ho avuto la fortuna di conoscere: Jan Vladislav. Jan è scomparso nel 2009, nella sua Praga. Nel 2004 lo incontrai per la prima volta e fu un incontro di quelli che non si dimentica. Mi concesse una lunga intervista, pubblicata su “Cartevive”, Anno XVI, n. 1 (37), giugno 2005.
Si parlò della sua traduzione dei Canti Orfici,  di Dino Campana.
Eccone alcune parti.
Paolo Pianigiani:
Jan, come hai conosciuto Dino Campana?
Jan Vladislav:
Intanto ti dico subito che Dino Campana è fra i miei poeti preferiti. Quando ho deciso di tradurre i Canti Orfici non avevo riferimenti di altre traduzioni, sapevo di essere il primo ad avventurarmi in quella impresa. Ho letto le prime notizie su Campana nella Storia della Letteratura Italiana di Francesco Flora, in quattro volumi, nel 1942, nella Biblioteca Nazionale di Praga. In questo libro Campana viene avvicinato ai due maggiori poeti italiani contemporanei, Montale e Ungaretti, che poi ho avuto la fortuna di conoscere. Ho anche tradotto, in lingua ceca, alcune delle loro opere. Ho visto le prime poesie del poeta di Marradi sull’Antologia della Poesia Italiana Contemporaneadello Spagnoletti, nel 1960. I Canti Orfici, che ho letto nella edizione del 1962, quella curata dal Falqui, mi hanno colpito subito per la loro novità, per le immagini allucinate, per le visioni, per il ritmo dei versi e delle brevi prose.
P.P.:
Sei uno dei maggiori traduttori del tuo paese, oltre che poeta e saggista. Hai tradotto i sonetti di Shakespeare, le poesie di Verlaine, Butor, i classici italiani… Come ti sei avvicinato alla poesia?
Jan V.:
 La poesia fa parte della mia vita. Quando avevo 11 anni mi è capitata fra le mani una rivista che conteneva corsi di tre lingue diverse. Da lì, probabilmente, è nato il mio interesse per la traduzione.Portare ai lettori del mio paese poesie e romanzi scritti da scrittori lontani: questa è stata la mia, difficile, missione. Ho sempre letto poesia, in particolare tedesca e francese. I francesi erano molto letti, ai miei tempi, in particolare Rimbaud e Verlaine, naturalmente, ma anche Apollinaire, che aveva vissuto a Praga. La lingua italiana l’ho imparata da solo, quando lavoravo come assistente in una biblioteca. C’era un solo libro in lingua italiana, il Canzoniere del Petrarca. Ho cominciato ad imparare l’italiano su quel libro. Inoltre, come scrittore non allineato, l’attività di traduttore era la sola che poteva consentirmi di lavorare. La censura era più tollerante verso le mie traduzioni, che verso i testi originali. Almeno finché non mi hanno impedito di pubblicare, dal 1970 in poi, anche le traduzioni.
P.P.:
Parlami della pubblicazione dei Canti Orfici a Praga, in quell’anno che nessuno può dimenticare, il 1968, l’anno dei carri armati.
 
Jan V.:
Certamente era un periodo di grande curiosità e interesse per la cultura occidentale, nel mio paese.
L’apertura, non solo politica, della Prima vera di Praga, permetteva di avvicinare autori in precedenza non permessi dalla censura. Tutto finì, come tu sai, con i carri armati russi. Dopo fu ancora peggio. La piccola edizione in lingua ceca dei
Canti Orfici, “Šílený Orfeus”, (letteralmente: Orfeo Pazzo) uscì nella collana di poesia Květy Poezie della casa editrice praghese Mladá Fronta, in 3.000 copie, che furono esaurite in 2 mesi. Ricordo che ebbi un premio per quella traduzione,
dall’editore.
Avevo già pronta anche la traduzione di una antologia di Montale, ma dopo l’arrivo dei russi, pubblicare per me era diventato impossibile. È uscita recentemente, nel 2001, a Praga, con il titolo Anglický roh, (Il corno inglese).

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Ezra o la grande contraddizione

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Un poeta contro tutto e tutti

di Paolo Pianigiani

Pubblicato su Reality n. 74

 

Ezra Weston Loomis Pound, nacque a Hailey, il 30 ottobre 1885 e morì a Venezia il 1º novembre ; americano di nascita, ma vissuto prevalentemente in Europa.

E’ considerato uno dei principali autori del movimento letterario del modernismo (principalmente dell’Imaginismo e del Vorticismo), e ha influenzato in maniera significativa la lirica inglese, introducendovi al contempo elementi orientali, occidentali, americani ed europei. Ha fatto da fulcro e da istigatore.
Ha fatto conoscere presso il pubblico inglese le opere di Dante e di Guido Cavalcanti. Il che non è poco, visto dalla nostra parte.

Ha scoperto Joyce quando ancora era un giovane professore d’inglese a Trieste, con scarse possibilità di emergere, per non dire nessuna. Gli scrisse una lettera nel dicembre del 1913 dicendogli più o meno: mi hanno parlato di lei, non so cosa sta scrivendo. Me lo mandi, forse possiamo esserci utili a vicenda.

Per Joyce fu la luce e la possibilità di pubblicare su riviste importanti, come l’inglese Egoist e l’americana Poetry, diretta da Harriet Monroe che per lui affrontò un celebre processo. Continua a leggere