Paolo Pianigiani: Stemmi e blasoni, alla ricerca del tempo perduto.

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Nei tempi ormai andati, le famiglie che raggiungevano un qualche ruolo importante, si facevano disegnare il proprio stemma, che veniva realizzato su uno scudo, e che poi veniva installato sui palazzi e sulle proprietà, nonché sulle carte intestate e sui viglietti da visita.

Il “blasone” almeno all’inizio, era uno strumento musicale a fiato (dal tedesco antico “blasen”: suonare il corno), utilizzato per annunciare e introdurre il cavaliere nei tornei. Ne veniva strillato il nome, fatto l’elenco dei meriti e delle parentèle della casata, e infine descritto lo stemma, fin nei particolari. In tempi meno lontani il significato di stemma e blasone si è fuso, venendo insieme a definire la nomenclatura araldica, in voga e vigore fino a tutto il XIX° secolo. Adesso gli stemmi che son rimasti vivi son quelli sugli scudetti delle squadre di calcio; le nobili famiglie son quasi tutte decadute, se non proprio estinte. Ma rimangono gli stemmi antichi, inispecie quelli scolpiti nella pietra serena, che cercano scampo agli anni, e sono ancora collocati al di sopra dei portoni che videro tempi migliori. O a dare lustro dal sommo di archi di cappelle gentilizie che un tempo costituivano i patronati, utili a guadagnare il Paradiso, oltre che a far bella figura coi vicini e coi rivali. E ve ne sono parecchi anche dalle nostre parti. Si è pensato di fare cosa gradita ai nostri lettori andandone a ripescare qualcuno dei più belli, risolvendo quando possibile anche il rebus della identificazione. Partiamo da due esempi, uno molto conosciuto, in quanto appartenente alla famiglia Salvagnoli, fra le più note in Empoli, e uno meno comune, almeno qui da noi, che ci è costato un non poco sfogliare repertori e testi di araldica. Ma con qualche bel risultato, come si vedrà. La famiglia Salvagnoli proveniva da Corniola, era di umili origini e all’inizio non si chiamava nemmeno così. Prese il suo cognome, a dar retta alla scheda relativa all’archivio di questa famiglia presente nel sito dell’Archivio Storico di Firenze, da un certo Bartolomeo, detto Salvagnolo, vissuto a metà fra il 1400 e il 1500, che dette il via alle fortune della casata, grazie al suo mestiere di sarto e rigattiere. Fu Jacopo, il figlio più piccolo di Bartolomeo, a prendere il cognome “Salvagnoli”. I più famosi esponenti della famiglia furono Vincenzo, avvocato (Corniola di Empoli 1802 – Pisa 1861) e suo fratello Antonio, medico (Corniola di Empoli 1810 – Firenze 1888). Lo stemma comprende un bel gallettino piazzato a due zampe su di un corno da caccia. Gli originali sono ancora ben visibili sia in Collegiata che nella cappella Salvagnoli, alla destra dell’altar maggiore in Sant’Agostino.

L’altro, recuperato nella nostra foto in condizioni a dir poco disperate, sopra un antico portone di via Lavagnini, appartiene alla nobile famiglia degli Alessandri. Gli stessi che, provenendo da Firenze (erano un ramo degli Albizi), arrivarono fino dalle nostre parti, acquistando fattorie (Petroio e Petriolo) e prendendo casa anche nel Castello d’Empoli. Ebbero le proprie abitazioni fra le attuali via Lavagnini e piazza dei Leoni. Possedevano anche l’ormai scomparsa Torre degli Alessandri che, in coppia con l’altra di Sant’Andrea, posta all’incirca nell’angolo fra via della Noce e via Giuseppe del Papa, costituivano la doppia apertura verso Pisa, nella seconda cerchia delle mura quattrocentesche. Si può avere un’idea di com’erano, a guardare la tavola di Bicci di Lorenzo, in Sant’Agostino. Celeberrima, con San Nicola che devìa, senza farsene accorgere, le frecce della peste nera inviate dall’alto e sulla povera Empoli, da un imperturbabile Gesù Cristo, con la mano divina per nulla gentile. Data la disposizione non proprio precisa degli edifici rappresentati, non si può dire quale e se una delle due torri in vista sia quella degli Alessandri, ma un’idea ci si può fare. Dopo che le mura furono spostate poco più avanti e ridotta a una sola l’apertura (Porta Pisana), agli Alessandri non restò che trasformare il piano superiore della loro porta-torre in una “canova”, un negozio di vino, dove smerciare, all’ingrosso e al dettaglio, la produzione delle loro due fattorie, attivissime di là d’Arno. Ma vediamo da vicino questo stemma o blasone. C’è un montone con due teste, a indicare i messeri Alessandro e Bartolomeo, i due fratelli primi fondatori della casata. Il fatto che l’animale prescelto fosse un montone, la dice lunga sulla iniziale attività nel settore laniero della famiglia. Furono infatti  esponenti della potente Arte della Lana.

Erano proprietari anche del Campaccio, il che conferma se ce ne fosse bisogno l’importanza per Empoli di questa famiglia.

Chiudo con un altro stemma, fino ad oggi pubblicato da diversi autori, ma senza il nome di famiglia..

Si tratta di un manufatto in pietra, che si trova nel museo della Collegiata. Dovrebbe star lì perché appartenente a qualche esponente del clero o comunque personaggio di spicco, capitato per avventura nel Castello. Per esempio un podestà. Si tratta dello stemma della famiglia Guelfi, proveniente da San Sepolcro.

Questa è la descrizione, in linguaggio curioso e araldico, del loro stemma:

D’azzurro, al cervo saliente ad un pino, nodrito su una roccia movente dalla campagna e poggiante a destra; il tutto al naturale e sormontato dal capo cucito d’Angiò.

 

 

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