Guido Engels: Aspetti della Riforma Tridentina nella Collegiata di Sant’Andrea a Empoli

La redazione ringrazia l’Autore dell’articolo per averci permesso la pubblicazione di questo importante testo su alcuni aspetti sconosciuti della storia della nostra Collegiata.

Da: Sant’Andrea a Empoli, la chiesa del Pievano Rolando.

Giunti, Firenze, 1994

(Il volume è dedicato alla memoria di Piero Tinagli)


  1. Il ruolo della Collegiata nelle riforme precedenti

 La riforma della Chiesa è un’idea costante nella storia ecclesiale, che si fa particolarmente viva nel Medioevo e giunge al suo culmine con la Riforma protestante e la Riforma tridentina nel XVI secolo, tanto che la forma strutturale e spirituale che impresse alla Chiesa cattolica la accompagnerà fino al nostro secolo pur con numerosi ‘ag­giornamenti’.

La collegiata ha vissuto tutti i tentativi di riforma eccle­siale, lasciandone una documentazione più o meno ampia, che ci consente di individuare un ruolo di promozione e guida che ebbe sul suo plebato e anche oltre.

Le sue origini, almeno per l’epoca documentabile, coin­cidono con la Riforma gregoriana, che è un tentativo par­zialmente riuscito di liberare la Chiesa dalla compromissione col potere politico (lotta delle investiture), dall’attaccamento al denaro (allontanamento dei chierici simoniaci), dall’allen­tamento della disciplina interna (celibato dei preti). Il Papato cercò di realizzare la riforma all’interno della Chiesa median­te i monasteri e la vita in comune del clero (Capitoli). E se era più facile creare nuovi monasteri, là dove i vecchi non accettavano di riformarsi, ben più difficile era rinnovare i Capitoli delle cattedrali o delle grandi chiese collegiate, visto che non se ne potevano creare di nuovi, là dove già esisteva­no (Nord Europa e Nord Italia). Empoli invece si trovò nella felice situazione che vi si poteva creare un nuovo Capitolo secondo le idee del primo papa riformatore: Niccolò II1. E così la bolla papale del 1059, che istituisce il Capitolo, è un documento di grande valore non solo per il ruolo guida che ebbe il Capitolo empolese nel portare avanti la riforma nella sua vasta zona d’influenza, ma anche per comprendere l’azio­ne papale riformatrice nel suo complesso.

La collegiata ha avuto un ruolo attivo anche nel grande movimento delle confraternite laicali, che si potrebbe defi­nire come una riforma ecclesiale dal basso, partendo dalla volontà associativa dei laici per vivere più pienamente la fede, la liturgia, la carità. Non siamo documentati sul primo periodo di sviluppo di tali confraternite nel XII e XIII secolo, ma nel XIV secolo abbiamo le prime testimonianze della loro vita: gli statuti o capitoli. E interessante constatare che questa volta la chiesa guida non è più soltanto la nostra collegiata, ma insieme con essa ci sono altre due chiese empolesi: il monastero degli Agostiniani e la chiesa di San Michele a Pontorme. Anzi gli Agostiniani hanno il docu­mento più antico anche se di poco: i capitoli della Compa­gnia della Croce della veste nera del 1332; seguono in ordine cronologico: i capitoli della Compagnia di Sant’Andrea del 1340 e della Compagnia di San Lorenzo del 1347, entrambe della collegiata, poi la Compagnia della Nunziata presso il convento degli Agostiniani nel 1354, quella di San Michele nell’omonima chiesa di Pontorme nel 1363 e quella della Nunziata nella Collegiata nel 13662. Se si pensa all’esiguo numero di abitanti che a quell’epoca avevano Empoli e Pontorme, e alla notevole riduzione del loro numero a causa della peste del 1348, la presenza di sei confraternite, di cui cinque a Empoli, rappresenta una notevole concentrazione del fenomeno e quindi una partecipazione intensa della popolazione a tale rinnovamento. Meriterebbero uno studio a parte, anche se purtroppo la documentazione è relativa­mente scarsa.

Un altro movimento di riforma ecclesiale a cui partecipò la nostra collegiata è quello detto dei Bianchi, che si sviluppò tra il 1399 e il 1400, e coinvolse molte zone dell’Italia centro-settentrionale, per non parlare della Francia, in cui ebbe origine.

In collegiata esiste un antico Crocifisso del Trecento, che presenta particolari caratteristiche: la croce è fatta a forma di tronchi d’albero e Gesù Crocifisso ha dei bubboni nel corpo simili a quelli della peste (fig. 1).

Inoltre il Campione Beneficiale A3 riporta il racconto del miracolo operato dal Crocifisso nel 1399, ritenuto fino ad ora di scarso valore storico4, ma confrontandolo con il racconto del movimento dei Bianchi scritto da un testimone oculare di Pistoia, si troverà una sorprendente identità di date, di luoghi e di altri particolari, che merita analizzare dopo averlo riportato per esteso:

«Fu dunque dai fratelli di questa Compagnia sotto dì 24 d’Agosto di detto anno [1399] festa di S. Bartolommeo portato a processione il Crocifisso in Val di Marina, e per il Mugello rincontro a Fiesole, e Firenze, dove stettero nove giorni, e nove notti fuggendo la pestilenza, dietro alla qual processione andorno vicino a 5000 persone in fra d’Empoli, e suoi contorni, facendo sempre il detto Crocifisso miracoli, infra i quali fu questo, che stando il popolo, e persone suddette un giorno a refezionarsi, havendo appoggiato il Crocifisso suddetto ad un mandorlo secco, trovorno doppo la refezione il detto mandorlo tutto fiorito, segno evidente che fussi cessata, si come era in effetto la pestilenzia, per il che tutti allegri se ne tornorno a Empoli, e seguirno la Compagnia con gran devozione, nella quale si facevano ascrivere molte persone, lassandoli beni, e denari per mantenimento di quella, facendo ogn’anno la festa di S. Croce alli 14 settembre».

1 – Scultore toscano della prima metà del XIV secolo, crocifisso processionale ligneo, cappella del Santissimo Crocifisso delle Grazie

Luca Dominici, pistoiese, racconta nella sua Cronaca, ciò che aveva sentito dire e ciò che aveva visto circa il movimen­to dei Bianchi. Inizia nel maggio del 1399 nel Delfinato, in Francia, con una visione che ebbe un contadino, che si riposava vicino a un albero, di un castigo imminente pro­messo da Gesù, ma che poteva essere in parte evitato obbe­dendo alla Vergine Maria:

 «Non ne so nessuno [rimedio], se non che andiate di città in città, e di castello in castello, e di villa in villa, predichiate questo fatto e predicando commo­vete tutta la cristianità e tenete questo modo che ciascun uomo, donna o fanciulli, preti e frati e d’ogni generazione giente si vestino di panno lino bianco a modo testé sono vestita io, o vestansi a modo di Battuti, coperto il capo con croce vermiglia in testa le donne e gli uomini con croce vermiglia, su la spalla, e battinsi e battendosi vadino nove dì a modo di processione col crocefisso innanzi gridando: ‘misericordia, misericordia, misericordia, pace, pace, pace’ forte quanto si può e non dormano in terra murata e non si spoglino questi vini dì e non entrino in letto e ogni mattino entrino in qualche città o castello, e visitino almeno tre chiese e cantisi la messa a una chiesa, solenne e predichisi […] e così farà tutta cristianità 9 dì interi e 9 notti»6.

 Si trovano molti elementi comuni tra i due racconti: il procedere del popolo in processione con il crocifisso davanti, i nove giorni e le nove notti passati in preghiera fuori delle città, e inoltre la foggia del vestito bianco che si trova raffigurata nelle tre tavolette del gradino dell’altare del Crocifisso, ora conservate nel Museo empolese, opera di un pittore fiorentino del­l’inizio del XIV secolo, e quindi contemporaneo agli avvenimenti6 (fig. 2).

In seguito Luca Dominici riferisce circa le molteplici processioni che da Lucca si svolsero per varie strade verso Firenze, negli stessi giorni d’agosto del nostro racconto; inoltre si fa rilevare che il punto di ritrovo vicino a Fi­renze è Fiesole, il cui vescovo partecipa attivamente al movimento, mentre Firenze in un primo momento si rifiuta di accogliere i Bianchi. Si parla in entrambi del pericolo della peste, di miracoli operati dal Crocifisso, mentre il nostro autore secentesco tralascia altri scopi del movimento come il fare la pace e lo scandalo dello scisma ecclesiale, che a quell’epoca non interessavano più. Anche le cifre dei parte­cipanti, che sembrano a prima vista esagerate, sono in realtà molto più basse di quelle riportate dal cronista pistoiese.

Nel seguito della Cronaca ben due volte si cita la com­pagnia di Empoli: settecento confratelli il 9 settembre andarono a Firenze, e trenta il 27 ottobre a Pistoia.

Tutto questo può farci capire il ruolo preponderante che la collegiata ebbe in Empoli e dintorni nel movimento dei Bianchi, tanto da conservare come perenne testimonianza di quegli avvenimenti il Crocifisso, per essere venerato dai fedeli. Il movimento dei Bianchi durerà, come da altre parti, ben poco, se già nel 1460 la Compagnia del Crocifisso si estinguerà e i suoi beni passeranno all’Opera della Pieve di Empoli7. Anche la Compagnia della Nunziata, l’unica com­posta di donne, si era già sciolta nel 1427, ma proprio in questo secolo nasceranno altre confraternite, segno del per­durare e dell’espandersi di questa felice formula di aggrega­zione laicale, che aveva ricevuto nuovo impulso dal

2 – Maestro di San Martino a Mensola (attr., ultimo quarto del XIV secolo), predella raffigurante il miracolo del mandorlo fiorito, Museo della collegiata di Sant’Andrea.

movimento dei Bianchi. E così sorgeranno l’Opera di Sant’An­drea nel 1443, più simile però ad un consiglio per gli affari economici dei nostri tempi, e la Compagnia del Crocifisso della Carità dei Poveri Vergognosi nel 1492; quest’ultima venne fondata proprio con l’intenzione di «risuscitare, rin­novare e creare di nuovo» la Compagnia del Crocifisso dei Bianchi8.

Anche nelle altre parrocchie del plebato sorgeranno nuo­ve associazioni: tre nel Quattrocento (Cortenuova, Santa Maria a Ripa, Vitiana), mentre nella prima metà del Cin­quecento, cioè prima del Concilio di Trento, sorgerà una sola congregazione a Vitiana, dove però scomparirà quella precedente. E solo dopo il Concilio di Trento, in conseguen­za del riconoscimento del valore formativo ed ecclesiale delle confraternite, ci sarà un loro nuovo ed eccezionale sviluppo: nella seconda metà del Cinquecento ne sorgeranno tre in collegiata e otto nel resto del plebato (tre a Santa Maria a Ripa; una a Sovigliana, Spicchio, Riottoli, Fibbiana, San Michele a Pontorme).

Anche nei secoli successivi sorgeranno nuove congrega­zioni in gran numero, ma con pochi impegni e riunioni, in gran parte a carattere devozionale: nel Seicento sorgeranno cinque nuove confraternite in collegiata e nove nel resto del plebato (tre a Corniola; una a Santa Maria a Ripa, Vitiana, Spicchio, Sovigliana, San Donato Val di Botte, San Michele a Pontorme) 9.

Sarebbe interessante uno studio particolare sulle congre­gazioni laicali nell’Empolese; qui mi sono limitato soltanto a confrontare la Collegiata col resto del plebato, verificando almeno il suo peso quantitativo; interessante l’influenza dei religiosi sul fenomeno: prima gli Agostiniani di Santo Ste­fano, poi i Francescani di Santa Maria e infine i Carmelitani di Corniola.

  1. Il clero pretridentino

 Prima di affrontare la Riforma tridentina, occorrerà verificare la situazione antecedente ad essa del clero della collegiata, composto fin dalla sua origine da una comunità presbiterale (Capitolo), in cui aveva un ruolo particolare il pievano. Nel corso dei secoli aumentò notevolmente il numero dei suoi componenti (canonici), sia per l’accrescersi della popolazione e della potenzialità economica della città, ma soprattutto per l’importanza ecclesiale e politica che ebbe per vari secoli, trovandosi in posizione strategica al confine con le diocesi e i domini di Pisa, Lucca e Pistoia. Inoltre la nuova spiritualità tardo-medievale, che tendeva a valorizzare individualisticamente la messa moltiplicandone il numero, portò alla costruzione di numerosi altari all’interno della stessa collegiata e ad unirvi un beneficio o prebenda (cappel­la), per il sostentamento di un sacerdote (cappellano) che vi celebrasse un numero prestabilito di messe, che in alcuni casi era addirittura esteso a tutti i giorni dell’anno.

Fin dall’inizio i canonici dovettero essere cinque, come risulta dai loro nomi nell’iscrizione del 1093 sulla facciata della nostra chiesa, e tali erano ancora nel 1367, ma già un secolo dopo sono saliti a otto, e si danno nuove costituzioni approvate dal papa l’8 novembre 147310.

E il periodo di maggior peso nella vita della parrocchia e del plebato, in cui i canonici ottengono il patronato, che prima era del popolo, per cui eleggono il pievano almeno dal 133711; avevano quattro cappelle della collegiata, nonché le chiese di San Donnino e San Mamante a Empoli Vecchio, Santa Maria a Petroio, San Giusto a Petroio, San Ruffino, acquisite tutte nel Quattrocento, e molte altre chiese e cappelle al di fuori del plebato e anche della diocesi di Firenze. Era considerata la seconda chiesa della diocesi dopo il duomo di Firenze, e fu superata in seguito soltanto da San Lorenzo a Firenze12.

Ma tutto questo prestigio ecclesiale e tutta questa potenza economica portarono anche conseguenze negative: nato per favorire la preghiera e la vita comune del clero, nonché una più efficace cura d’anime, il Capitolo era diventato una istituzione di cui ambivano a far parte i figli delle famiglie benestanti di Empoli, nonché i parroci del plebato, per aumentare le loro magre entrate, finendo però per non risiedere né in collegiata né nell’altro loro beneficio. Ci fu anche un aspetto positivo: il buon livello culturale dei cano­nici, alcuni dei quali erano dottori in legge o in teologia13, e perciò di essi si servirono per compiti di responsabilità ecclesiale e civile vari vescovi e cardinali.

Per queste cause il numero dei membri del Capitolo aumentò a dismisura tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, poiché vi entrarono a far parte a pieno titolo i ventiquattro cappellani della collegiata e otto chie­rici serventi, istituiti nel 1491, e i canonici arrivarono al numero di ventitré nella visita del 1514. Le distribuzioni per il sostentamento dei capitolari erano così ridotte da bastare soltanto ad aiutare i più poveri. Il visitatore obbliga con un decreto i canonici a non ammettere più nessuno al canonica­to finché non si fossero ridotti a dodici14. Benché in seguito questo decreto sia sempre stato osservato, tuttavia già nella prima metà del Cinquecento si aggiunsero due dignità, il decanato e l’arcipresbiterato, con le loro prebende oltre alle distribuzioni capitolari; e inoltre furono creati alcuni canoni­ci soprannumerari.

Il loro peso nella vita cittadina lo si può evidenziare con due episodi: il lancio del sasso della maledizione nel 1295 da parte del canonico Jacopo nelle fondamenta del nuovo con­vento degli Agostiniani, eretto senza il consenso del Capi­tolo, che invece era necessario come dalla bolla del papa Niccolò II e dalla carta di donazione della contessa Imilia; la costruzione delle nuove mura di Empoli nel 1496 da parte del canonico Giovanni Dotti o Patani15.

Per completare il quadro, fatto di luci ed ombre, si segnala un episodio di eroismo, quello del canonico Filippo Marinelli che «restò solo ad assistere gli Empolesi attaccati dalla peste», e uno di viltà, lo «homicidio commesso detto anno [1544] nella persona di Ms. Francesco Turri Decano» dal canonico Bartolommeo Ferrini, subito privato dal vesco­vo di Firenze del suo titolo16.

Il pievano (preposto dal 1531) era a capo del Capitolo e aveva la cura d’anime della parrocchia, che però esercitava per mezzo di alcuni sacerdoti da lui nominati.

Tra le altre prerogative aveva anche il potere di ‘spedire’ i benefici di tutto il piviere17, ma a causa della legislazione ecclesiastica non ben definita, anche il vescovo e il papa esercitavano tale potere; per la lacunosità delle fonti non è possibile farsi un’idea precisa, benché sia probabile che il preposto abbia spedito più bolle dato il rapporto più diretto con un così gran numero di benefìci. Ma di questo parleremo più a lungo in seguito.

Presiedeva l’Opera, da lui fondata, che aveva la direzione dei lavori della collegiata e il suo mantenimento, e inoltre la Compagnia dei Poveri Vergognosi. Nel periodo pretriden­tino i preposti avevano molti benefici e cariche importanti nella diocesi di Firenze e in altre anche all’estero, che li obbligavano a lunghi periodi di assenza. In compenso ave­vano un’ottima posizione economica, che permetteva loro di fare molti donativi al Capitolo, e una buona preparazione culturale, ma anche di questo parleremo in seguito.

Potremo concludere questo breve sguardo d’insieme sul periodo pretridentino, constatando che la Riforma grego­riana faceva ancora sentire il suo benefico influsso almeno sul clero, che manteneva diversi aspetti della vita comune: il canto dell’ufficio divino e la mensa conventuale giornaliera; la presenza di un clero numeroso garantiva anche l’assolvi­mento della cura d’anime, l’amministrazione dei sacramenti, l’assistenza spirituale e liturgica di un così gran numero di confraternite laicali.

Queste ultime alla vigilia del Concilio raccolgono un laicato numeroso, che vi trova alimento spirituale attraverso la preghiera comune per compiere le opere di misericordia, soprattutto seppellire i morti e aiutare i poveri. Attraverso l’Opera viene coinvolto nell’amministrazione parrocchiale.

Si tratta quindi di una parrocchia piena di vitalità, in cui non mancano degli aspetti negativi soprattutto nel clero; sembra più bisognosa di riforma nel senso di un aggiorna­mento piuttosto che di un rinnovamento globale.

  1. La Riforma tridentina

 Per trattare questo argomento ci basiamo sulle visite che il vescovo faceva alle parrocchie della diocesi, non limitan­doci alla seconda metà del Cinquecento, ma estendendo la ricerca a tutto il Seicento. Ci permettono di verificare lo stato dell’edificio, che viene accuratamente visitato sia nel suo insieme come nei singoli particolari (gli altari con i loro arredi, le reliquie, le immagini sacre, i luoghi di conservazio­ne dell’Eucaristia e degli oli santi, nonché i registri e i libri liturgici, eccetera); inoltre viene esaminato il clero per evi­tare gli abusi (controllo delle bolle di investitura dei benefici, adempimento di oneri e tasse ad essi legati) e ogni religioso viene ascoltato singolarmente o insieme agli altri circa i problemi della vita comune, la pratica della cura d’anime, la verifica del loro grado di preparazione catechistico e cultu­rale. Si verifica la situazione del laicato dando maggior spazio alle congregazioni, per quanto riguarda l’osservanza degli statuti e la corretta amministrazione dei beni; il popolo nel suo insieme riceve esortazioni di carattere generale, sull’adempimento del precetto pasquale e sull’educazione religiosa dei figli18.

Queste fonti sono state verificate e integrate con poca altra documentazione dell’archivio della collegiata19.

  1. Il preposto

 I primi vescovi riformatori (Antonio Altoviti e Alessan­dro de Medici) si rendono conto che per promuovere la riforma conciliare, oltre ai due strumenti della pastorale ordinaria (sinodo diocesano e visita pastorale), occorre ap­profittare di quelle occasioni che permettano di riaffermare il ruolo guida del vescovo, in particolare nei casi in cui la legislazione canonica precedente non era chiara e quindi fonte di frequenti litigi e di pesanti intromissioni20; inoltre il vescovo Alessandro si accorge che non può contare sul Capitolo, dove convergono troppi interessi personali e familiari, ma su sacerdoti che spinti da zelo pastorale vo­gliano rinnovare il tessuto parrocchiale con fermezza ma senza drastiche posizioni21.

Sul primo caso troviamo una notizia nel Campione Be­neficiale A: «E sino all’anno 1570 [il preposto Sebastiano Tani] admesse le presentazioni dei Benefizii, e conferiva non solo le Cappelle, Canonicati, Dignità della Collegiata di libera Collazione, ma ogn’altro Benefizio del Piviere, di che si privò, e cede al Cardinale Arcivescovo di Firenze, che fu poi Papa Leone XI, e ciò si dice che facessi per sfuggire le liti, et i romori, che ne nascevano» (c. 22v); e in una scrittura più tarda dello stesso Campione si commenta: «si dice che ciò facesse per sfuggire le liti, che nascevano, ma, come alcuni pensano, più verisibilmente in vigore de’ decreti del Sacro Concilio di Trento» (c. 14r)22.

A causa della frammentarietà della documentazione ab­biamo notizia di questa facoltà di ‘presentazione’ che aveva il pievano di Empoli, solo a partire dal Quattrocento, e sono molto frequenti le bolle spedite dai preposti Ferrini e Ron­concelli nella prima metà del Cinquecento, anche se non mancano le ‘presentazioni’ fatte dal vescovo e più raramente dal papa23. Facendo una ricerca su tutte le investiture dei benefici della collegiata fatte durante il ministero pastorale di Giovanni Ronconcelli (1545-1561), l’ultimo preposto che abbia esercitato pienamente questa facoltà24, risulta che ne abbia presentati quindici, mentre nove sono stati presentati dal vescovo e uno dal papa (di altri nove non abbiamo alcuna indicazione); invece sotto il preposto Sebastiano Tani (1561-1598) soltanto quattro sono state le sue presentazioni, mentre trentatré le ha fatte il vescovo e otto il papa (di altre undici non ci sono indicazioni). È interessante notare che il Tani ha fatto tre presentazioni entro il 1563, conclusione del Concilio di Trento, mentre una sola in seguito nel 1570 a favore del canonico Antonio Roffia, la cui nomina deve aver suscitato delle rimostranze trattandosi di un extradiocesano (San Miniato) e di una persona di fiducia del preposto, poiché lo ritroviamo tra i tre preti da lui scelti per la cura d’anime25. Possiamo quindi confermare quanto detto dal Campione Beneficiale A, precisando che con la fine del concilio viene già recepito il decreto di riforma suddetto, e che l’episodio del 1570 è un tentativo del preposto di recuperare un suo privilegio, a cui dovrà però rinunciare spontaneamente verificando un cambiamento irreversibile di tendenza.

Col preposto Sebastiano Tani (fig. 3) siamo già in epoca postridentina, e difatti ha inizio l’applicazione dei suoi de­creti: nelle due visite che lo riguardano viene verificato che risiede e che esercita la cura d’anime aiutato da tre sacerdo­ti26, mentre il suo predecessore era spesso assente essendo assorbito da incarichi ben più prestigiosi (fu preposto di Cortona, vicario generale di Prato, e al seguito del Cardinale Soderini in Francia). Ma soprattutto promosse la fondazione di nuove confraternite laicali, più rispondenti alla nuova spiritualità conciliare (Corpus Domini nel 1578) e alle esi­genze di istruzione catechistica (Dottrina Cristiana nel 1586).

Il suo successore, Cosimo Bartoli (1598-1625), fu in realtà il primo preposto ad applicare in pieno le linee pastorali del concilio. E questa era stata l’intenzione dell’arcivescovo di Firenze, Alessandro de’ Medici, che interrompendo la serie dei preposti empolesi, manda un sacerdote fiorentino di cui aveva grande stima: occorreva una persona esterna, al di sopra delle parti e con l’appoggio manifesto del vescovo per dare una svolta riformistica all’importante prepositura e al

guido 3

3 – Stemma del preposto Sebastiano Tani (ca. 1563), Prepositura di Sant’Andrea.

suo numeroso e inquieto clero capitolare. Ecco la lettera che accompagna la sua nomina:

 «Al Molto Magnifico e Reve­rendo come fratello (Ms. Cosimo Bartoli). Io mi son mosso a darvi la Propositura d’Empoli senza che la procuriate per haver di voi ottima informazione, dell’oppinione che ho hauto di voi, spero non m’essere ingannato, ne doverne rendere severo conto a Dio, se desiderate esser grato del Benefizio che havete ricevuto da me, sforzatevi di superare il concetto, che s’è hauto di voi, havendo hauto il più nobil Benefizio che sia fuori di Firenze nella mia Diogesi, di non mediocre rendita, e senza carico di pensione, io la stimo assai per esser Chiesa Collegiata, e per la gran cura. Il vostro Antecessore s’è portato valorosamente, in quello che ha fatto bene, cercate d’immitarlo, e non solo procurate di far honore alla Cosa vostra, ma ancora a me che vi ho provvisto, e quello che importa più senza comparazione al servire a Dio in cotesto carico, dandovi in tutto, e per tutto a coltivar la vigna, che vi è stata data a cura, pensando che la Propositura d’Empoli sia per esser la vostra perpetua sposa, e se doverete esser chiamato a maggior grado, lasciatene la cura a Dio. Fate perpetua residenzia, et addomesticatevi poco con quelli della Terra, la pratica dei quali vi leverebbe il rispetto. Con il Capitolo haverete qualche fastidio, sendovi dei cervelli ga­gliardi, ma col braccio mio, se lo saprete adoperare, vi leverete ogni travaglio. Vivete in modo che la vita vostra sia inreprensibile non solo nel fatto, ma ancora nell’apparenza. Procedete di continuo in habito, e tonsura, e mangiate poco fuor di casa. Non vi sdegnate d’administrare i sacramenti ancora a gl’infermi, cosa che non ho sdegnato di far io nella dignità che sono. Osservate il Concilio di Trento, et il Sinodo Diogesano senza stracurataggine. State occupato, e non ozzioso, il che vi verrà fatto con facilità se vorrete attendere al Choro, et all’Offizio vostro. Quando haverete dificultà, avvisatene il mio Vicario, e me, quando sarò ritornato. Servite a Dio, e non al mondo, il quale vi conservi e prosperi, con il qual fine vi dò la mia benedizione il di 4 d’Agosto 1598»27.

Abbiamo pochi dati per affermare se il Bartoli si sia attenuto a queste indicazioni: certamente si preoccupò di incentivare la vita comune del clero, favorendone la preghie­ra corale giornaliera. Vi provvide trasferendo il coro, che era al centro della navata della chiesa, nella parte absidale completamente rifatta, sotto la nuova tribuna con cupola e dietro l’altar maggiore anch’esso costruito di nuovo28. In tal modo cercò di sottrarre la preghiera da ogni possibile distrazione, per renderla alimento spirituale del clero e proporla come esempio al popolo.

Siamo ora in una chiesa tridentina, dove il clero è se­parato dal popolo, e se oggi certe cose ci urtano, in realtà allora dovette essere considerato un fatto positivo, perché richiamava il clero al suo fondamentale dovere, la preghiera, mentre in passato troppo spesso si era taciuto di fronte a numerosi casi di trascuratezza.

Del suo successore, Pietro Sandonnini (1625-1626), che aveva ricoperto importanti incarichi, abbiamo soltanto una breve notizia dal suo successore: «Visse inquieto per la poca gratia con l’Arcivescovo Marzi, travagliato dal popolo, quantunque fusse persona litterata et buono legi­sta»29; forse il contrasto col vescovo era nato dal modo non molto ortodosso della sua nomina: aveva scavalcato l’auto­rità del vescovo ottenendola dal papa, riservandosi di pagare una pensione annua di 160 scudi (su 400) a favore di un certo Giovanni Ciampoli, cosa che il vescovo Alessandro de’ Me­dici aveva voluto evitare nella precedente nomina30.

Il suo successore, Raffaello Ciaperoni (1626-1636), con­tinuerà le riforme che erano state iniziate dal Bartoli, se­guendo tre strade: promuovere la vita associativa del clero del plebato anziché insistere con il Capitolo della collegiata, riaffermare un ruolo guida del preposto nel plebato appli­cando i decreti vescovili, favorire l’insediamento di altri ordini monastici femminili.

Avendo appreso la lezione della riottosità del Capitolo di fronte ad ogni tentativo di riforma sia dalle disavventure dei suoi predecessori che dalle proprie31, si decise a fondare nel 1629 una Centuria di sacerdoti che risiedevano in vari plebati intorno ad Empoli, anche delle diocesi di Pistoia e San Miniato. Erano divisi in decurie corrispondenti alle dieci pievi circonvicine, e si dedicavano particolarmente alla visita dei confratelli malati. Si riunivano tutti insieme, obbligato­riamente a Empoli, una volta all’anno il 25 settembre, per pregare, mangiare, discutere i casi di morale, conversare e rinnovare le varie cariche, con l’obbligo di portare l’abito talare e avere la tonsura. Questa iniziativa, che precorre le attuali riunioni vicariali, rispondeva ad un bisogno del clero postridentino che, vivendo separato dal mondo nella propria casa canonica e spesso in piccole parrocchie, dove il mini­stero pastorale lo teneva occupato per non molto tempo, sentiva il peso della solitudine e desiderava socializzare con altri confratelli; inoltre era un’occasione per aggiornarsi pastoralmente, e poter applicare nella propria parrocchia i decreti e lo spirito del concilio. Già l’arcivescovo Alessandro de’ Medici aveva raccomandato queste associazioni e il suo successore Alessandro Marzi Medici aveva fatto un decreto nella Visita del 1626 per obbligare il preposto a spiegare il concilio ai preti32.

La seconda via seguita dal Ciaperoni è quella di riaffer­mare un ruolo guida del preposto nel plebato di Empoli, approfittando dei suddetti decreti vescovili del 1626, che imponevano una sorta di supervisione del preposto sui beni ecclesiastici e sulla residenza del clero e un diretto intervento del medesimo in caso di morte di un parroco (prendere in custodia i libri e i beni facendone un inventario, per poi consegnarli al successore). E si presentò l’occasione di far valere i suoi diritti quando morì il parroco di Avane nel 1631 e «s’oppose alla violenza di Cammillo Gherardini Podestà che faceva al Popolo d’Avane nell’eletione del Rettore di quella chiesa […] et non fu eletto chi volea et era raccoman­dato da Cortigiani, ma l’ottenne ms. Giovanni Battista Buonsignori»33.

La terza via fu la fondazione di un nuovo monastero femminile nel 1631 dell’Ordine Domenicano34, di cui bene­disse la chiesa già nel 1633; ciò poteva tornare utile alla riforma dell’altro monastero femminile di Empoli, quello della Santa Croce, dell’Ordine Benedettino. Occorreva ri­chiamare all’osservanza della regola, soprattutto per la clau­sura e la preghiera corale.

Gli altri preposti che si sono succeduti non hanno fatto cose degne di rilievo, ma soltanto hanno continuato sulla linea tracciata dai loro predecessori. Unica novità è il sorgere di altre quattro congregazioni laicali segnalate nelle visite del 1673 e 1686, a carattere devozionale, che testimoniano della nuova spiritualità individualistica, staccata dalla liturgia e dalla Bibbia, ben lontana dall’austera e ‘biblica’ spiritualità tridentina. Due di essi erano considerati santi dal popolo, anche se il loro mandato fu breve; particolarmente amato Paolo Filippo Baldigiani della cui morte abbiamo due com­mosse narrazioni35.

Tutti i preposti dalla metà del Cinquecento alla fine del Seicento hanno un buon livello di preparazione culturale, essendo tutti dottori in legge (sette) o in teologia (due), tranne due, e di essi ben tre diventarono vescovi. Uno di essi, Leonardo Giraldi, fu «poeta toscano e Accademico della Crusca»36.

  1. Il Capitolo

 Abbiamo già notato che il Capitolo della collegiata era piuttosto riottoso ad imboccare la strada del cambiamento indicata dal concilio, e i tentativi fatti dai vari preposti non andarono oltre l’osservanza della preghiera corale quo­tidiana. Il numero dei canonici era stato fissato definitiva­mente a dodici, più tre dignità (preposto, decano, arcipresbitero), con decreto dell’arcivescovo Altoviti del 155337, mentre quello dei cappellani era rimasto a ventiquattro, e otto chierici serventi, a cui va aggiunto un piccolo numero di canonici soprannumerari.

Le Visite ci aiutano a conoscere l’osservanza della resi­denza e la situazione economica e culturale dei religiosi.

Il concilio aveva decretato l’obbligo della residenza per i benefici legati alla cura d’anime; questa decisione salutare per le parrocchie creava problemi al Capitolo, perché di esso facevano parte anche alcuni parroci che quindi risiedevano nelle loro chiese e trascuravano i doveri del coro e della loro cappella. Non mancavano casi di capitolari non sacerdoti, che quindi non potendo celebrare la messa delegavano ad altri l’adempimento dei loro obblighi compresa la preghiera corale, e così vivevano nell’ozio e talvolta nell’immoralità38. Alcuni, intorno alla metà del Seicento, benché richiamati a mostrare la loro documentazione riguardo alla nomina non si presentano né in Curia, né alla visita seguente (in tre casi non si presentano per tre visite consecutive), e nonostante il visitatore ricorra al sequestro dei beni del beneficio (nel caso di un extradiocesano). Per concludere, la residenza viene rispettata dalle tre dignità, dai tre quarti dei canonici e dei cappellani, con una punta negativa della metà delle presenze alla metà del Seicento.

La situazione economica nella prima metà del Cinque­cento presentava una notevole disparità di trattamento: a causa del gran numero di canonici, le distribuzioni della massa capitolare erano limitate solo ai canonici poveri (quelli che non avevano benefici), mentre alcuni cappellani e cano­nici avevano un gran numero di benefici in collegiata, ma soprattutto altrove, da cui traevano notevoli vantaggi eco­nomici (si arrivava anche a casi di quattordici benefici cumu­lati insieme). Dalla seconda metà del Cinquecento con l’ob­bligo della residenza e il divieto del cumulo dei benefici sanciti dal concilio, nonché la diminuzione dei canonici, si arrivò ad una maggiore uguaglianza: la fonte di reddito più rilevante era costituita dalle distribuzioni che nella seconda metà del Seicento assommavano a 70 scudi l’anno per i canonici (che non avevano altri introiti) e a 55 scudi per i cappellani (a cui andava aggiunta la rendita della loro cappel­la39); un po’ meno ricevevano i cappellani soprannumerari e un piccolo stipendio anche i chierici servienti. Il decano aveva la stessa rendita dei canonici, l’arcipresbitero aveva una prebenda di 100 scudi, e il preposto di 40040. Per fare un paragone l’organista riceveva dall’Opera 24 scudi (e forse faceva anche un altro lavoro), il maestro di scuola 60/80 scudi per l’insegnamento ai ragazzi; la stessa rendita aveva un artigiano (muratore, fabbro, falegname); sui 30/50 scudi gli operai tessitori; molto meno i giovani garzoni, che guada­gnavano 10/20 scudi41. Si tratta quindi di introiti non rile­vanti, anche se superiori ad un certo numero di categorie di lavoratori. I vescovi sono preoccupati di favorire il più possibile un’equità economica tra i capitolari, e così si stabilisce che il cappellano dell’Assunta, la cappella con un reddito di 50/70 scudi di gran lunga il più elevato, non partecipi alle distribuzioni corali; oppure cercano di affermare il primato del bene delle anime rispetto al vantaggio economico, come nel caso dei legati pii che devono essere soddisfatti anche se gli eredi dei defunti, per cui devono essere celebrate le messe, non assolvono più ai loro obblighi42.

C’è però un aspetto negativo che viene a inquinare quello che abbiamo fin qui detto: i non pochi casi in cui la nomina ad un beneficio viene gravata da una pensione, che il sacer­dote deve pagare ad un altro o addirittura al patrono. E se questo fenomeno è sconosciuto nella seconda metà del Ci­quecento, si hanno quattro casi nella prima metà del Sei­cento, mentre nella seconda metà se ne contano ben nove; inoltre in quest’ultimo periodo in quattro casi la pensione è inferiore alla rendita, mentre nei restanti cinque casi è di gran lunga superiore, arrivando al caso limite di una pensione di 12 scudi su una prebenda di uno scudo, tanto da apparire cosa scandalosa allo stesso visitatore43. Non si tratta soltanto di un indebito guadagno, ma anche di una grave intromis­sione nelle mansioni del vescovo, poiché la si ottiene scaval­cando la sua autorità e ricorrendo alla Curia Romana. E questa pesante intromissione si può verificare anche per le nomine e presentazioni ai benefici della collegiata: nella seconda metà del Cinquecento trentasette sono fatte dal vescovo contro quattordici della Sede Apostolica (e dicias­sette dal preposto), nella prima metà del Seicento ventisette sono fatte dal vescovo contro trentaquattro della Sede Apo­stolica, e nella seconda metà del secolo solo tredici dal vescovo contro ventuno della Sede Apostolica.

Il livello culturale del clero della collegiata doveva essere superiore alla media: esclusi i preposti, che già abbiamo considerato in precedenza, quasi tutti i preti ‘dottori’ sono tra i canonici e solo due tra i cappellani: il loro numero è otto dottori in legge (tra cui il poeta e letterato Enea Galletti) nella seconda metà del Cinquecento, dieci dottori in legge e due in teologia nella prima metà del Seicento, cinque dottori in legge, uno in teologia e due in filosofia (che insegnavano a Pisa) nella seconda metà del secolo. Tutto sommato un buon numero. Non mancano però casi di chierici impreparati soprattutto sulla conoscenza della lingua latina, a cui il visitatore ordina di frequentare la scuola.

  1. I decreti delle visite

 Abbiamo già constatato che i poteri del vescovo, aumen­tati notevolmente sul piano pastorale dal concilio, non sempre conseguono i risultati sperati, almeno nel caso delle pensioni sui benefici, sulla nomina di minori di ventidue anni ai vari benefici (chierici), sulla residenza, benché in quest’ul­timo caso si può parlare globalmente di un buon successo almeno rispetto ai secoli precedenti.

I visitatori durante la visita emanano una serie notevole di decreti su vari aspetti della vita ecclesiale: gli altari e gli arredi sacri, i libri liturgici e i registri, i beni dei benefici e i loro inventari, l’uso dei vari locali dentro e fuori la chiesa, la cura d’anime, i sepolcri e cimiteri, la vita del clero e delle compagnie laicali, l’assolvimento del precetto pasquale, i casi d’immoralità, eccetera.

L’impressione globale è che il vescovo ottenesse dei risultati soprattutto nei decreti che si potessero assolvere immediatamente: piccole riparazioni agli altari e ai loro arredi, la riconsegna dei registri nell’archivio dell’Opera, la soluzione di rari casi d’immoralità con nozze riparatrici. Risultano osservati nelle visite seguenti la consegna degli inventari dei beni beneficiali e delle compagnie, nonché degli arredi della sacrestia, le disposizioni sui sepolcri, il riassetto delle strutture della collegiata (per esempio l’am­pliamento della sacrestia o il rifacimento del pavimento della chiesa).

Maggiori difficoltà presenta l’assolvimento dei restauri degli altari e dei loro arredi: c’è il caso dei candelabri e della croce che si ordina di mettere ai numerosi altari mancanti nel 1599. Ma nel 1618 si constata che invece di farli nuovi si sono riadattati dei vecchi candelabri in ferro, in alcuni casi inde­centi. E ancora nel 1626 si ordina di farli nuovi di legno. Finalmente nel 1636 si esegue totalmente il decreto. La difficoltà di esecuzione in questi casi va ricercata nel fatto che le cappellanie, tranne alcune di libera collazione, apparten­gono a vari patroni, che spesso risiedono a Firenze o più lontano, e inoltre su un altare ci sono spesso due, tre o addirittura quattro cappellanie e non è impresa da poco mettere d’accordo tutti i patroni. Si cercherà di ovviare a questi e ad altri inconvenienti, ordinando all’Opera di prov­vedere alle cose necessarie agli altari della chiesa nel 1659, mentre fino ad ora si occupava soltanto del corpo della chiesa44.

Si presentano poi dei casi di difficile esecuzione per motivi ‘estetici’: il visitatore ordina di impedire che l’acqua versata sul capo del bambino nel momento del Battesimo ricada nel fonte stesso, ma si provveda che venga raccolta nel sacrario lì a fianco. Nelle tre visite del Cinquecento il decreto viene ripetuto inutilmente, finché non si trova una soluzione che salvaguarda la bellezza artistica del fonte e adempie al precetto: invece di praticare delle aperture nel fonte, si pensa di applicarvi sopra un cratere d’ottone per raccogliere l’ac­qua che cade dal capo del battezzando, che poi viene gettata nel sacrario45. Questa volta la disobbedienza ha salvato un capolavoro d’inestimabile valore.

Anche con il clero capitolare il vescovo, oltre ai suddetti insuccessi, riesce però ad ottenere l’obbedienza in vari casi: nei contrasti tra i canonici ricorre all’osservanza delle costi­tuzioni, o rinvia alla Santa Sede e al Tribunale Diocesano; richiama ad una maggiore equità economica e all’osservanza dei legati pii, come abbiamo già notato.

In altri casi ottiene dei risultati provvisori, come nel 1636, quando riesce a riportare ordine nell’amministrazione della massa capitolare, mettendo ai voti la necessità o meno di un responsabile, il provveditore; e la proposta viene accolta con sedici voti favorevoli e solo uno contrario; ma già nel 1673 c’è un nuovo riordino della struttura del Capitolo, e al posto del provveditore, ritroviamo il camerario e due commis­sari46; quanto avrà realmente retto la riforma predetta?

  1. Il laicato organizzato

 Nelle visite del periodo qui esaminato emerge una pre­occupazione tipica degli anni successivi al Concilio di Tren­to: il controllo e la riforma delle compagnie laicali già esistenti nonché la promozione di nuove; queste ultime dovevano rispondere alle due grandi linee dogmatico-cate­chetiche del concilio stesso: l’adorazione eucaristica per promuovere il dogma della transustanziazione, e la catechesi al popolo per preservarlo dagli errori dell’eresia e vivere in pienezza la propria fede.

Due difatti sono le congregazioni che sorgono anche nella collegiata di Empoli dopo il concilio: la Compagnia del Corpus Domini e quella della Dottrina Cristiana.

La Compagnia del Corpus Domini viene fondata nel 1575 o 1578, con la costruzione di un grande oratorio47, uno dei tre costruiti dietro la chiesa e comunicanti con essa

5 – Stemma della Compagnia del Corpus Domini (XVII secolo), vestibolo della cappella del Santissimo Sacramento.

attraverso una delle cappelle del transetto; la nostra è posta dietro l’altare dell’Assunzione o di San Carlo, alla sinistra dell’altare maggiore, con bella tribuna e con un proprio altare consacrato dal vescovo di Fiesole nel 1594; è adornato con una tavola raffigurante l’Ultima cena, opera di Ludovico Cardi da Cigoli48, e vi si celebra tutti i giorni festivi (fig. 5).

L’attività principale dei fratelli è quella di accompagnare il viatico agli infermi; seguono poi la festa del Corpus Domi­ni nel giorno dell’Ottava, mentre la festa vera e propria ve­niva organizzata dalla Compagnia di Sant’Andrea; infine fanno il Sepolcro il Giovedì Santo, e al termine della fun­zione espongono la reliquia della Croce fino a tutto il Sabato Santo. Questa pia pratica del Sepolcro è ritenuta così impor­tante da portare intorno al 1680 alla formazione di una congregazione del Sepolcro, all’interno della stessa compa­gnia costituita da quindici fratelli della medesima49. Si mantiene con le elemosine dei fratelli, che «sono esortati a confessarsi e communicarsi una volta il mese» secondo i decreti del Tridentino. I confratelli, che nel 1611 sono tren­tacinque e nel 1655 circa sessanta50, si riuniscono dapprima in una stanza attigua, che poi diventa deposito per le torce, e dopo il 1606 nell’oratorio dove sono stati fatti i sedili; ha soltanto due riunioni annuali: la Domenica in albis e la festa dei Santi Simone e Giuda, in cui si recitano l’Ufficio della Beata Vergine Maria, le preghiere per i defunti e si trattano gli affari della compagnia. Le cariche sono: protettore è il preposto e correttore un sacerdote; poi i laici: governatore, quattro consiglieri, provveditore, camerario, scriba, sei cu­stodi, sei festaioli e un sacrestano, l’unico che riceve un compenso.

Ha i capitoli approvati nel 1611 dal cardinale Marzi Medici. In essi, riguardo all’accettazione delle persone, si dà dapprima un criterio evangelico: «Gran peccato sarebbe l’esser accettatore di persone, far differenza dal ricco al povero, dal nobile all’ignobile, et il non ricever tutti». Ma subito dopo si aggiunge che questo vale soltanto per un primo livello di adesione: «però habbiamo statuito, che ogni persona dell’uno e l’altro sesso possa entrare in nostra Com­pagnia […] solamente però a devotione», mentre per coloro che vogliono aderirvi a pieno titolo («a Cappa e Torcia»), «vogliamo che si procuri piena informatione della sua vita, e solo si ammettano huomini timorati di Dio […], e che habbino almeno 20 anni finiti». Purtroppo non si tratta solo di motivazioni di carattere morale e dottrinale (che sarebbero giustificabili) ma di ordine economico, poiché i secondi devono pagare una tassa molto più alta, e anche di apparte­nenza ad un certo ceto sociale, come si lasciano scappare gli estensori dei capitoli parlando delle sostituzioni di coloro che non possono partecipare alle processioni: «non mandi persona vile, ne di bassa conditione, ne meno fanciulli, ma honorevole e degna di comparire tra gl’altri fratelli»51. Si può allora capire che, una volta raggiunto il numero di 60 fratelli, ritenuto ottimale dai Capitoli per la distribuzione dei vari uffici, nel 1686 si diano nuove norme per l’adesione alla compagnia: quando qualcuno muore subentrano, se vo­gliono, i parenti, oppure un altro ad arbitrio dei congregati. Si verifica anche per Empoli ciò che stava già accadendo in moltissime parrocchie d’Italia e Francia: «Le confraternite del ss.mo Sacramento […] costituiscono spesso un nucleo ri­stretto di fedeli, fra i più agiati e socialmente preminenti, che fornisce in ogni campo i più fedeli collaboratori del clero parrocchiano»52.

La Compagnia della Dottrina Cristiana dei fanciulli, sotto l’invocazione di Sant’Antonio di Padova, viene fondata nel 1586 e approvata con i suoi capitoli dal cardinale Alessandro de’ Medici, che stava promuovendo quest’asso­ciazione in tutta la diocesi. Si riunisce nel battistero due vol­te la settimana: il sabato per cantare i Vespri della Beata Vergine Maria e la domenica per recitare la dottrina cri­stiana.

E’ retta dal maestro di scuola della Comunità d’Em­poli, che ha il titolo di correttore. Non si conosce il numero dei confratelli, che si mantengono a loro spese53.

Nel Seicento sorgono numerose compagnie, ma come abbiamo già detto sopra sono a carattere devozionale e testimoniano più un nuovo tipo di spiritualità individualisti­ca che quella tridentina: la Compagnia della Buona Morte, fondata nel 1635 e approvata con i suoi capitoli dall’arcive­scovo Niccolini, si limita a fare ogni venerdì l’esposizione del Santissimo Sacramento54. Una congregazione di laici, non

7 – Capitoli della Compagnia di San Lorenzo (1621), archivio della Prepositura di Sant’Andrea.

meglio specificata, che si riunisce all’altare dell’Assunzione dei Marchi per esporre il Santissimo nella Domenica di Sessuagesima e celebrare trenta messe per ogni confratello che muore; ha un canonico per correttore e ha proprie costituzioni non approvate. Una congregazione maschile che si riunisce presso l’altare di Sant’Antonio da Padova (o di San Benedetto), per far celebrare ogni martedì varie messe in onore di Sant’Antonio; ha suoi capitoli non approvati55 (fig. 6). La Confraternita di San Biagio all’altare omonimo (o di Santa Maria e San Francesco), chiamata volgarmente «de lanaioli e tintori». La Confraternita del Nome di Maria all’altare dei Santi Raffaele e Giuliano, per le fanciulle, le vedove e le sposate, e ha i capitoli approvati56.

Fatto significativo è la continuazione delle precedenti compagnie laicali, che sono tra l’altro le più numerose.

8 – Capitoli della Compagnia di San Lorenzo (1636), archivio della Prepositura di Sant’Andrea.

 La Compagnia di Sant’Andrea, la più antica, ha aggiunto ai trentatré capitoli approvati da Sant’Antonino nel 1456 altri ventitré riformati secondo il concilio e approvati dal Marzi Medici nel 1610. Ha un oratorio con ingresso dalla cappella della Santa Croce (la seconda a destra dell’altare maggiore) ed ha un altare di marmo ben provvisto, dove c’era un’antica icona e poi sostituita con la tavola dipinta da Raffaello Botticini; vi si celebrano la domenica e i giorni festivi57. Ha altre stanze contigue dove si conservano i libri e le altre cose. Conta ben cento fratelli, che hanno un sacerdote per correttore, e si reggono con dodici ufficiali: il vessillifero, tre priori, quattro consiglieri, quattro maestri dei novizi, che durano in carica quattro mesi e si riuniscono la seconda domenica del mese58. Ha molte attività, che riguardano tutti i settori della pastorale: per la liturgia organizzano la festa del Corpus Domini e recitano l’ufficio divino nelle veglie e feste nei tempi forti dell’anno (Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua), e propagano la nuova devozione delle Quarantore; per la catechesi danno un contributo al maestro di scuola insieme alla Comunità d’Empoli e ad altri enti; per la carità mantengono e gestiscono mediante un confratello l’ospedale di Santa Maria alle Grotte nel Borgo d’Empoli, dove ospita­no i poveri di passaggio, in una stanza provvista di quattro letti; e inoltre dà sepoltura ai confratelli morti59.

La Compagnia di San Lorenzo conta anch’essa cento fra­telli, ed ha rinnovato più volte i suoi capitoli; ha la sede in una stanza presso l’altare di San Lorenzo, dove in antico aveva il patronato dell’omonima cappella; in questo oratorio c’è un altare, dove vi si celebra ogni giorno festivo, ed ha una tavola in tela raffigurante il martirio di San Lorenzo60 ed un tabernacolo sulla destra dove si custodiscono le reliquie di San Lorenzo e Santo Stefano, molto venerate dal popolo. Ha per correttore un sacerdote eletto dai confratelli, e inoltre diversi ufficiali: tre priori, quattro consiglieri, due visitatori degli infermi, due ragionieri, il camerario, il provveditore, il sacrista, che si riuniscono la seconda domenica del mese, mentre tutti i confratelli prendono le decisioni più importan­ti nella festa di San Marco (figg. 7-8).

Le attività sono di carattere liturgico, con la recita del­l’Ufficio diurno i sabati e le domeniche per quasi tutto l’anno, e praticano la carità seppellendo i morti miserabili con dodici confratelli tirati a sorte ogni mese61.

C’è infine la Compagnia del Crocifisso della Carità dei Poveri Vergognosi, che somiglia ad una moderna Caritas parrocchiale. E composta da dodici procuratori o Operai, ha capitoli approvati nel 1492 dal cardinale Orsini, e si riunisce nella stanza presso la cappella di Santa Maria Maddalena. La sua attività consiste nella raccolta di elemosine tra i confra­telli stessi, in occasione delle prediche, e mediante due cas­sette, una in chiesa presso il Crocifisso e un’altra che viene portata da un servitore per le chiese d’Empoli; poi i fratelli si recano a casa di quei poveri che si vergognano di mendicare e distribuiscono loro quanto hanno raccolto. Purtroppo verso la fine del Seicento si nota un certo rilassamento, poiché ci si limita soltanto alle elemosine raccolte durante le prediche e si finisce per non aiutare più nessuno62 (fig. 9).

Possiamo concludere con una considerazione: la vita confraternale proprio in questo periodo doveva aver rag­giunto uno dei suoi momenti più felici, soprattutto per la sua capacità di coinvolgere attivamente nella vita ecclesiale una massa notevole di persone, che in seguito non sarà più possibile avere. Difatti alla metà del Seicento le tre maggiori compagnie hanno in tutto duecentosessanta fratelli; altri venti tra l’Opera e la Compagnia dei Vergognosi; restano altre sei compagnie, a cui si possono assegnare almeno sessanta fratelli: in totale trecentoquaranta persone. E se si tiene conto che i ‘pasqualini’ sono circa millequattrocento, siamo ad una percentuale di associati pari al ventiquattro per cento. Ma in realtà siamo oltre il trenta per cento della popolazione adulta, tenendo conto che i ‘pasqualini’ hanno un’età minima di quattordici anni, mentre diverse compa­gnie accettano solo i maggiori di anni venti. Si può parlare di un buon successo pastorale.

guido 8

9 – Capitoli della Compagnia del Crocifisso dei Poveri Vergognosi (1492), archivio della Prepositura di Sant’Andrea.

  1. La cura d’anime

 Un aspetto importante della Riforma tridentina sta pro­prio nel forte richiamo dei sacerdoti alla loro fondamentale attività che è la cura d’anime. Difatti il preposto nelle varie visite per prima cosa viene interrogato riguardo all’esercizio della cura d’anime, che, anche se affida ad altri sacerdoti da lui scelti, ne resta responsabile in prima persona. Di solito sia i preposti che i curati sono trovati idonei e fedeli al loro compito, e questi ultimi si limitano all’amministrazione dei Sacramenti e a custodire i registri dell’anno corrente, mentre devono consegnare all’archivio dell’Opera quelli degli anni passati. Ricevono un compenso integrativo di 20 scudi e l’uso gratuito di un’abitazione. Vengono esortati ad insegna­re il catechismo agli adulti le domeniche e le feste di precetto, partendo dal Vangelo del giorno e trattando vari argomenti secondo lo schema del catechismo dei parroci, ma non pos­siamo verificare se abbiano adempiuto a questo dovere.

La predicazione si teneva senz’altro in Avvento e Quare­sima nei giorni festivi da parte di un predicatore venuto da fuori, a cui assegnavano alcune stanze che si trovavano sopra la cappella di Santa Maria e San Francesco; questi riceveva un compenso di 20 scudi pagati dall’Opera e dal Capitolo63.

Nella seconda metà del Seicento ci sono dei sacerdoti del Capitolo che si dedicano alle confessioni, segno di una pratica più frequente della confessione auricolare, testimoniata an­che dalla presenza in chiesa di cinque confessionali64.

La catechesi dei fanciulli è affidata alle famiglie e al maestro di scuola, che si riunisce con i confratelli della Dottrina Cristiana per istruire nel battistero i bambini po­veri e i chierici, e sembra che questo sacerdote abbia svolto bene il suo compito visto che c’è una buona frequenza65.

La scuola di grammatica, diretta dal suddetto maestro, che normalmente era un sacerdote, faceva parte integrante della pastorale secondo i decreti conciliari: vi doveva essere impartito un insegnamento elementare, gratuito per i chie­rici e per gli studenti poveri; tra le sue materie vi era anche il latino. Tale scuola sorgeva in fondo all’attuale via San Francesco nelle stanze a ridosso della prepositura, di pro­prietà della medesima; il maestro era pagato 25 scudi dalla Comunità, 5 scudi dal popolo di Sant’Andrea, 13 scudi dalla Compagnia di Sant’Andrea, 5 scudi dall’Opera, 11 scudi dalla Compagnia della Croce e 2 scudi dalla Compagnia della Nunziata66. Un altro aspetto importante nella pastorale tridentina è la verifica scrupolosa dell’adempimento del­l’obbligo della comunione e confessione pasquale, tanto che spesso al posto del numero degli abitanti della parrocchia abbiamo quelli che hanno adempiuto al precetto. Nella visita del 1568 il parroco afferma che diverse persone non hanno ricevuto il Sacramento a Pasqua; il vescovo lo esorta ad ammonirli a riceverlo entro l’anno, e se qualcuno non obbedisse lo si segnali per lettera alla curia. Nel 1655 il parroco segnala che alcune donne che vivevano in concu­binato non hanno fatto la Comunione pasquale, e il vescovo lo ammonisce; ciò può sembrare strano, ma nella mentalità del tempo un pastore doveva ritenersi responsabile nel bene e nel male dei suoi parrocchiani, soprattutto quand’era in gioco la loro salvezza eterna67.

Ma più eloquenti dei casi particolari sono le cifre fornite dai parroci, che cominciano ad essere abbastanza veritiere perché prese dai libri di stati di anime che sono citati nelle visite: era giustamente preoccupato il preposto nel 1568 se su 2.200 abitanti solo 1.200 avevano fatto la Comunione pa­squale (54 per cento), anche se va tenuto conto che allora si riceveva il Sacramento a circa 12/14 anni e i bambini erano molto più numerosi di oggi. Delle proporzioni più accetta­bili vicine alla quasi totalità dell’adempimento dell’obbligo sono quelle del 1590-1606: su 2.500 abitanti 2.000 avevano soddisfatto (80 per cento), e quelle del 1655: su 1.742 abitanti 1.349 avevano soddisfatto (77 per cento); ma soltanto 4 anni dopo su 2.119 abitanti ci sono 1.474 ‘pasqualini’ (70 per cento); forse la parrocchia ne ha inglobata un’altra più trascurata pastoralmente. Le altre visite ci danno solo il numero di anime che si sono comunicate.

Attraverso le visite pastorali dei vescovi fiorentini ci siamo potuti affacciare in quel microcosmo empolese che era allora la collegiata di Sant’Andrea, vero centro non solo della vita religiosa ma anche di quella culturale, civile e, perché no, mondana. Una parrocchia che non esiteremo oggi a chiamare ‘viva’, piena di associazioni nient’affatto in concorrenza tra loro, come ci voleva far credere la pubblici­stica illuminista e anche di certo anticlericalismo ottocente­sco: ognuna di esse si sentiva partecipe della stessa comunità, eppure aveva un suo proprio spazio liturgico, catechetico, caritativo, devozionale, in cui far valere le doti dei propri membri e la grazia divina ricevuta. La partecipazione si realizzava anche attraverso le molte decisioni messe ai voti, le elezioni dei responsabili, le spese da sostenere insieme.

Anche il clero, benché spesso possa apparire in cattiva luce, nel complesso non trascura la preghiera comune: ogni mattina si celebrano in coro il mattutino e le lodi, si celebra la messa, poi si mangia insieme e si conclude la giornata col canto dei vespri; e la domenica risuonano i canti delle confraternite, si tiene la catechesi al popolo, forse un po’ altisonante e ‘teatrale’, ma efficace per attrarre l’attenzione popolare. Certo proprio alcuni membri del clero lasciano a desiderare per una certa trascuratezza della preghiera, per l’eccessivo legame tra compensi e Sacramenti e per un red­dito da classe media, anche se la maggioranza dei cappel­lani e dei canonici era equiparata ad un artigiano, e tra tasse al Capitolo, cera all’Opera, pensione ad un curiale o ad un patrono, vedeva diminuire il suo salario al livello di un operaio tessitore, e spesso con una numerosa ‘famiglia’ da mantenere.

I vescovi, che con le loro visite ci hanno guidato nella nostra indagine, percepiscono bene che una tale vitalità non va dispersa ma disciplinata e orientata verso una maggiore fedeltà al Vangelo, anche se a quel tempo si parlava più di costituzioni, capitoli, canoni e decreti che di spirito e senso evangelico. Ma anche questo è vero in parte; basta ascoltare i discorsi fatti nella visita del 1636: inizia il decano, che a nome del Capitolo accoglie il vescovo con una ora­zione, che è un capolavoro di retorica latina, un intreccio di lodi esagerate con ricorso alla natura, alla mitologia e alla Bibbia, un vero discepolo del Marini; risponde il vescovo con un discorso in volgare al Capitolo, fatto di asciutte e severe esortazioni; poi, a conclusione della visita una esorta­zione al preposto e al curato sui loro doveri pastorali (i due stanno in ginocchio); e infine un discorso pure in volgare di un collaboratore del vescovo fatto al popolo: una splendida catechesi biblica sulla famiglia cristiana piccola chiesa dome­stica, tutta un intreccio felice di citazioni bibliche, dal Deute­ronomio ai libri sapienziali, alla Lettera agli Ebrei, con un tono dimesso e con consigli pratici ed equi. E che dire dei capi­toli della Compagnia del Santissimo Sacramento, dove ogni carica veniva descritta partendo da esempi biblici?

NOTE

1 Tra i numerosi studi sulla Riforma gregoriana: Storia della Chiesa, diretta da H. Jedin, Milano, 1972ss., Jaca Book, IV, pp. 425-427.

2 Campione Beneficiale A, c. 133r; I28v; 133v; 167r; 70r.

3 c. I29r-v. AAF, Visita Niccolini 1636, c. 14r: «Immago S.mi Crucifixi, quam a multis clericis una voce assertum fuit antiquo iam tempore a venerabili Congregatione, ut dicitur de Bianchi, pie ac devote particulariter veneratam fuisse».

4 O. H. Giglioli, Empoli artistica, ristampa anastatica, Udine, 1983, pp. 62-63.

5 Cronache di ser Luca Dominici, a cura di G. C. Gigliotti, vol. I, Cronaca della venuta dai Bianchi e della moria 1399 -1400, Pistoia, 1933, PP- 53-54; 135, 206. G. Angelozzi, Le Confraternite laicali. Un’espe­rienza cristiana tra medioevo e età moderna, Brescia, Queriniana, 1978, p. 98.

6 A. Paolucci, Il Museo della Collegiata di S. Andrea in Empoli, Giorgi & Gambi, Firenze 1985, pp. 53-55.

7 Campione Beneficiale A, c. 129r-v.

8 Campione Beneficiale A, c. 129r-130r. Libro de Capitoli e constitutioni della compagnia del crocifisso de poveri vergognosi (1492), c. 2r: «habiamo risuscitata e rinovata e di nuovo creata la laudabile e divota compagnia del sanctissimo crucifìxo da empoli. Affermando e corroborando quella in ogni sua parte. Et agiugnendo a quella di nuovo la excellentissima e sublime virtù della carità, e maxime circa gli extremi bisogni e necessità de poveri chripstiani che si peritano di andare mendicando e quali volgarmente si chiamano Poveri ver­gognosi».

9 I dati riguardanti le varie congregazioni sono stati presi dal già citato Campione Beneficiale A.

10 Campione Beneficiale A, c. 37r sg. Libro di memorie della Collegiatarit rovato dal Proposto Raff. Ciaperoni e ricopiato nel 1627, p. 12. AAF, Visita Niccolini 1636, c. 23r.

11 Campione Beneficiale A, c. 14r.

12 Ivi, c. 13r-v, e altre.

13 Ivi: risulta che su ventisette canonici eletti nella prima metà del Cinquecento quattro erano dottori.

14 Campione Beneficiale A, c. 128r.; 47v-48r. AAF, Visita Giulio de Medici 1514, c. 26v-27r e 28v-29r.

15 Campione Beneficiale A, c. 38r; 40r-v.

16 Campione Beneficiale A, c. 45r; 59r.

17 Ivi, c. 14.

18 AAF, Visita Niccolini 1636, c. 25v-27r, riporta il testo di una tale esortazione fatta dal penitenziario a nome dell’arcivescovo.

19 Campione Beneficiale A. Scritto nel 1662 dal cancelliere Ottavio Del Pannocchia Martini, con aggiunte posteriori di vari autori fino ai primi dell’Ottocento. Libro di memorie della Collegiata ritrovato dal Proposto Raff. Ciaperoni e ricopiato nel 1627, con aggiunte del Ciape­roni e di vari autori fino alla fine del Settecento. Regulae Sacerdotum Centuriae Congregationis Emporiensis (1629). Libro de Capitoli e constitutioni della Compagnia del Crocifisso de poveri vergognosi (1492). Capi­toli della Compagnia del Santissimo Sacramento di Empoli (1611), con aggiunta del 1732. Questi ultimi attualmente sono conservati presso l’Archivio Parrocchiale di Spicchio (APS).

20 V. Bo, Storia della Parrocchia, Roma, Edizioni Dehoniane, 1992, IV, pp. 175-177. Sul diritto di presentazione dei benefici riservato d’ora in poi al vescovo: Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura di G. Alberigo e G. L. Dossetti, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1991, p. 718, can. 12 e 13.

21 A. D’Addario, Aspetti della Controriforma a Firenze, Roma, 1972, p. 249 sgg. e 279 sgg.

22 L’arcivescovo di Firenze nel 1570 era Antonio Altoviti, mentre Alessandro de’ Medici, il futuro papa, diventò arcivescovo solo nel 1574. D’Addario, Aspetti…, cit., p. 243 sgg.

23 II primo canonico eletto e presentato dal vescovo, di cui abbiamo notizia è del 1417: Campione Beneficiale A, c. i8v. Il primo eletto e presentato dal papa è del 1531: AAF, Visita Altoviti 1568, c. 572r.

24 AAF, Visita Medici 1590, c. io8r: «D. Sebastianus Marchettus Canonicus provisus a dicto Praeposito in vim assertorum Privilegiorum de anno 1555». Per la suddetta statistica, oltre alle visite del 1568, 1590 e 1599, si attinge al Campione Beneficiale A.

25 Per la provvisione del Roffia: AAF, Visita Medici 1590, c. 188r; per la sua nomina a curato: AAF, Visita Altoviti 1568, c. 592r.

26 AAF, Visita Altoviti 1568, c. 592r: «Presente tamen dicto Domino Preposito qui diligentissime omnia conspicit ac pervigilat et proprias oves pascit».

27 Campione Beneficiale A, c. 23r-v.

28 AAF, Visita Marzi Medici 1606, c. 48r: «praedictum Altare Maius est de novo constructum cum Tribuna similiter de novo facta sub qua est dictum Altare, et est satis Magnifica, et ampia tota ex
lapidibus septa, quae cum impensa scutorum mille ducentorum de libris 7 pro quolibet scuto fuit confetta; […] et sub dieta Tribuna est Chorus cum gradibus, et sellis decentibus ex ligno nuceo artificiali
ter constructis, qui chorus prius in medio Ecclesiae residebat». È quindi errata la data del 1612 indicata dal Campione Beneficiale A, c. 23V, per la costruzione del coro, che invece va posta nei primi anni del Seicento, essendo già completata nel 1606.

29 Libro di memorie…, cit., p. 6.

30 Campione Beneficiale A, c. 23 v. AAF, Visita Marzi Medici 1626,n. 365.

31 Libro di memorie…, cit., p. 6: si oppose a due preti che stando a Roma avevano ottenuto dal papa un indulto per «conseguire le distribuzioni causa studij».

32 D’Addario, Aspetti…, cit., pp. 317-319.

AAF, Visita Marzi Medici 1626, n. 365 (IV): «Dominus mandavit Jnsuper dicto D. Praeposito, ut observet decreta Synodi praecipue jn ea parte, qua mandatur Concilij Tridentini explanatio». Per la Centuria empolese di sacerdoti: Regulae Sacerdotum Centuriae Congregationis Emporiensis (1629).

33 Libro di memorie…, cit., p. 6.

34 Campione Beneficiale A, c. 24r e 137r.

35 Ivi, c. 25r. Libro di memorie…, cit., p.127.

36 Campione Beneficiale A, c. 24v.

37 Ivi, e. 37V e 52r-v.

38 AAF, Visita Nerli s. 1655, c. 16r-v: il visitatore riprende due canonici e due cappellani per la loro impreparazione culturale e la loro vita scandalosa: i due canonici erano stati nominati rispettivamente all’età di 13 e 14 anni. Per una visione d’insieme: nella seconda metà del Cinquecento tre capitolari sono chierici, nella prima metà del Seicento tre sono chierici e uno diacono, e ugualmente nella seconda metà del secolo, dove si registra il ‘record’ negativo di un bambino di 8 anni nominato cappellano con dispensa papale.

39 I redditi delle 24 cappelle presentano due diversi andamenti: quelle con prebenda inferiore ai 10 scudi sono abbastanza costanti nei due secoli da noi considerati, mentre quelle con prebenda superiore ai 10 scudi, tendono ad aumentare notevolmente il reddito intorno alla metà del Seicento, per poi calare verso la fine del secolo; il che potrebbe significare l’inizio di un disinteresse delle famiglie abbienti verso la chiesa? Le cappelle con reddito inferiore ai 10 scudi sono sette, quelle nella fascia di reddito tra i 10 e i 20 scudi sono undici, quelle oltre i 20 scudi sono sei.

40 AAF, Visita Nerli j. 1673, c. 10v-11r; Visita Morigia 1686, c.403 r-v.

41 AAF, Visita Morigia 1686, c. 409V. L. Guerrini, Empoli dalla peste del 1523-26 a quella del 1631, Firenze, Gonnelli, 1990, pp. 337 e 355, 391-392, 573.

42 AAF, Visita Nerli s. 1659, c.7- AAF, Visita Niccolini 1636, c. 2Iv-22r.

43 AAF, Visita Nerli j. 1673, c.7v.

44 AAF, Visita Nerli s. 1659, c.4v.

45 AAF, Visita Niccolini 1636, c. 9v.

46 Ivi, c. 23r-v. AAF, Visita Nerli j. 1673, c. 11r-v.

47 AAF, Visita Medici 1590, c. 111r; e Visita Medici 1599, c. 201v.: «Oratorium praedictum ex proprijs Marsupijs, et elemosinis Confratrum fuit constructum ab anno 1575 circiter». Campione Beneficiale A, c. 130r: «Fu eretta e fondata l’anno 1578».

48 AAF, Visita Marzi 1606, c. 50r.

49 AAF, Visita Morigia 1686, c. 407v.

50 APS, Capitoli della Compagnia del Santissimo Sacramento, c. 22r. AAF, Visita Nerli s. 1655, c. 18r.

51 APS, Capitoli della Compagnia del Santissimo Sacramento, c. 11r-I2r; 19v-20r.

52 AAF, Visita Morigia 1686, c. 408r. G. Angelozzi, Le confraternite laicali…, cit., p. 42.

53 AAF, Visita Niccolini 1636, c. I2v.; Visita Nerli s. 1655, c. 20V- 21r; Visita Nerli j. 1673, c. 9v.

54 Campione Beneficiale A, c. i3or. AAF, Visita Morigia 1686, c. 406V-407r e 409v: secondo quest’ultima non è stata approvata canonicamente e nemmeno i suoi capitoli.

55 AAF, Visita Nerlij. 1673, c. 5V (Congregazione all’Altare dell’Assunzione), c. 7r e 8v-9r (Congregazione all’Altare di Sant’Antonio).

56 AAF, Visita Morigia 1686, c. 377r (Compagnia di San Biagio) e c. 409V (Congregazione del Nome di Maria).

57 AAF, Visita Medici 1599, c. 201v; Visita Nerli s. 1655, c. I7r.

58 Ivi, c. 17v.

59 AAF, Visita Medici 1590, c. 110v-111r; Visita Niccolini 1636, c. 18 r-v.

60 AAF, Visita Nerli s. 1655, c. 19 r.

61 AAF, Visita Niccolini 1636, c. 20 r-v, e nelle altre visite.

62 AAF, Visita Medici 1599, c. 200r-201r; Visita Niccolini 1636, c. 14r-v.

63 AAF, Ivi, c. 24v-25r; Visita Nerli j. 1673, c. 9 r

64 Ivi, c. 11r.

65 AAF, Visita Nerli s. 1639, c. 13r; c. 8r.

66 AAF, Visita Medici 1599, c. 195V; Visita Niccolini 1636, c. 25r-v; Visita Nerli s. 1655, c. 12r.

67 Conciliorum…, cit., p. 668. L. Guerrini, Empoli dalla peste…, cit., pp. 570, 573.

68 AAF, Visita Altoviti 1368, c. 591V e 592V: «Jnterrogatus quot populares omiserint recipere Sacramentum et respondit quam plures quorum nomina per totam petentem Diem dixit exhibiturum
esse ut postea procedi possit contra negligentes prout sacris canonibus sancitum est […] Qui omiserant recipere eucharistiam hoc anno nisi jn pariter ex precedenti pascate fecerint quod debent precedentibus Monitionibus prepositi significetur per literas eidem Rev.mo Domino», Visita Nerli s. 1635, c. 11v-12r.

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