Picasso e la modernità spagnola a Palazzo Strozzi

 Palazzo Strozzi

fino al 25 gennaio 2015

Organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía

                                                                                              A cura di Eugenio Carmona

L’esposizione accoglie circa 90 opere della produzione di Picasso e di altri artisti tra dipinti, sculture, disegni, incisioni e una ripresa cinematografica, grazie alla collaborazione tra la Fondazione Palazzo Strozzi e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. Tra le opere esposte sono presenti celebri capolavori come il Ritratto di Dora Maar, laTesta di cavallo e Il pittore e la modella di Picasso, Siurana, il sentiero di Miró e inoltre i disegni, le incisioni e i dipinti preparatori di Picasso per il grande capolavoro Guernica, mai esposti in numero così elevato fuori dalla Spagna.

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Le foto degli interni della Mostra sono di James O’Mara 

Ringrazio Lavinia Rinaldi, addetta all’Ufficio Stampa e alle relazioni esterne della Fondazione Palazzo Strozzi, per la cortese collaborazione

di Paolo Pianigiani

Picasso è un protagonista. E’ un antipatico. Presuntuoso, arrogante, l’asso pigliatutto. Nessuno prima di lui ha avuto attenzioni e riconoscimenti quanti e quali sono stati tributati al piccolo (di statura, come un Napoleone) pittore spagnolo. Appena salito ai vertici dell’arte europea ha fatto tutto lui, classicismo, cubismo, fauvismo, ritorno al classico… ha chiuso l’impressinismo e ha gettato le basi per il dopo, fino a raggiungere lui stesso lo status di corrente propria, picassiana e assoluta. E questo lo ha avuto, e qui sta la differenza, mentre era in vita, osannato dai critici e dai mercanti d’arte. E’ noto lo stato di frustrazione che provava quando, uscito l’ennesimo mercante con tutto il suo lavoro di un paio di settimane, si ritrovava con lo studio vuoto e il conto in banca ancora più consistente. E le bianche tele da riempire, di nuovo.

Devo dire che personalmente e umanamente, forse per simpatia verso chi ha meno fortuna, gli preferisco un Mirò, un nostro Modigliani, che lo disprezzava, o il povero Van Gogh, che hanno avuto ruoli contemporanei meno sotto i riflettori ma che sono grandissimi, forse più di lui.

Con questo spirito, leggermente malevolo, ho accolto l’ultima mostra fiorentina dedicata a Picasso, e all’importanza, indiscutibile, che ha lasciato nei pittori del suo tempo e che son venuti dopo di lui.

A vederli da vicino, a tu per tu, i quadri ci parlano, non mentono mai.

Si ha modo così di valutare e render di conto di quanto effettivamente Pablo ha significato nell’arte contemporanea; al di là di tutto la conclusione è che forse il mio modo di pensare era limitante, se non limitato, e come è cosa giusta per gli uomini proprio non stupidissimi, ho provveduto a correggere, almeno in parte, il mio personalissimo giudizio.

Intanto Picasso è un pittore. Conosce a istinto il suo mestiere, si muove nelle svariate tecniche come a casa sua. E in ciascuna ci mette del suo, marchiandola a fuoco con quel suo stile particolare, da genio della lampada. Anche opere le più generiche vibrano di un lampo sinistro, geniale e creativo. Si sente a pelle che è stato lui a farle. E sembra, a seguirlo per i 70 anni della sua carriera, che abbia sempre e comunque cercato il nuovo, il contrasto, il superamento ad ogni costo.

Dalla sua prima opera veramente innovativa, le “Damoiselles d’Avignon”, che è del 1907, Picasso è Picasso. I precedenti periodi Blu e Rosa, non urlavano: erano cupi, malinconici, si perdevano in visioni umane; pur bellissime. I bimbi perduti, gli arlecchini senza sogni né sorrisi, le madri pensierose quando non disperate.

Il Cubismo non lo ha inventato Picasso da solo. Picasso è stato bravo a impadronirsene.  Ha chiesto a Braque di lasciargli un posticino sulla sedia e poi l’ha detronizzato. Del cubismo però si ricorda le Damoiselles, non le chitarre, o les violons di Braque.

E da lì, esaurita l’avanguardia, per non annoiarsi, via dietro a nuovo, qualunque fosse e dovunque avvenisse, per impadronirsene e lasciarci il segno, indelebile. Fino all’ultima grande opera. Guernica, che è del 1937. Una condanna senza ritorno di quello che stava succedendo in Europa, e quindi nel mondo, di irreparabile. Qui Picasso è immenso. L’opera della vita. Qui, fra le sale di Palazzo Strozzi, abbiamo gli studi preparatori, i disegni.

Non so dirvi di più. Dovete cercare Picasso in questa bella cornice di mostra fiorentina, che ha appena preso il posto dell’altra immediatamente precedente dedicata ai dioscuri del Manierismo fiorentino: Il Rosso e il Pontormo. Arte del 500 e dopo, a ruota, Picasso. Per non dormire sugli allori e agitare le acque. E i sogni.

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